La scomparsa di Nuccio Ciconte. “Se vuoi vi vengo a dare una mano”. Ricominciò così

Antonio Padellaro Ilfattoquotidiano.it UN GIORNO NUCCIO mi telefonò e mi disse: “Se vuoi vi vengo a dare una mano”. Fu nove anni fa, questo giornale stava nascendo tra mille incertezze e difficoltà. A via Orazio, nell’unica vera stanza adibita a redazione noi con quel gruppo di ragazzi, ancora giornalisti immaginari, quasi non sapevamo da che parte cominciare. Con Marco e Peter dopo l’euforia dell’inizio avevamo mille problemi da risolvere e senza confessarlo ogni giorno temevamo di non farcela. Lui che avrebbe potuto godersi in pace la meritata pensione dell’Unità arrivò prima ancora che gli dicessi grazie. Rideva: “Sai, a casa mi annoiavo”. E da quel mezzo caos subito cominciò a tirare fuori qualcosa che potesse assomigliare a un giornale. Con calma, spiegando a ciascuno cosa fosse meglio fare, sempre con il sorriso di chi ne aveva viste tante, e tra le dita quelle maledette sigarette. Per noi, per me Nuccio Ciconte è stato questo, l’amico che ti dà una mano felice di esserci, l’uomo dei consigli giusti, del buon senso, quello che non perde mai la testa, soprattutto in quelle sere quando incombe la chiusura delle pagine e le pagine sono ancora lì per aria e sembrano incapaci di assumere una qualunque forma accettabile.

Nuccio per noi è stato questo, il capo di una ciurma raccogliticcia, alle prime armi, spesso indisciplinata a cui ha dato forma e contenuto giorno dopo giorno fino a farne dei giornalisti orgogliosi di esserlo. In quella stanzetta piena di fumo e di adrenalina lui e Vitantonio Lopez, suo affettuoso compagno di cordata, cercavano i titoli giusti e nel mentre sedavano gli inevitabili scazzi e amministravano la giustizia (che nei giornali significa: non rompere ora questo pezzo lo riscrivi). È stato anche così che sono venuti fuori quei talenti (magari frettolosamente scartati da qualche giornalone) che oggi arricchiscono il Fatto Quotidiano con le loro firme. Io l’avevo conosciuto in un’altra vita professionale, quando nel Duemila fui chiamato da Furio Colombo alla condirezione dell’Unità che aveva subìto per la prima volta le drammatiche conseguenze della chiusura. Altra impresa temeraria in cui Nuccio ci fece da guida con l’esperienza di chi conosceva ogni angolo di quella solenne (e maltrattata) testata, sommando al ruolo del comitato di redazione un’autorevolezza e un rispetto che raramente ho visto concedere nei giornali. Ci aiutò a non sbagliare per eccesso, a misurare sulle energie di una redazione sfiancata e delusa la nostra voglia di successo immediato che infine raggiungemmo smentendo chi non avrebbe scommesso un soldo bucato.

Nuccio è stato altro ancora: un uomo di sinistra nel senso vero della parola ma soprattutto un uomo libero. La saldatura tra queste due parole, sinistra e libertà ben lo sappiamo non sempre si è realizzata. Come ebbe a sperimentare sulla sua pelle quando fu inviato come corrispondente a Cuba dall’organo del Partito comunista italiano, quando il comunismo era una cosa seria e incuteva timore. Nuccio raccontò certi risvolti del regime castrista che non andavano raccontati e per i suoi articoli coraggiosi e illuminanti subì un vero processo, come a quei tempi accadeva a chi non si piegava alle veline di partito. Non ne parlava volentieri, con il pudore di chi evita di appuntarsi medaglie. Ma insieme a tante delusioni quegli anni gli regalarono Rosina, compagna della sua vita, e la splendida famiglia arricchita dai figli Giovanni e Margherita.

Scrivo queste poche e confuse parole sotto il peso di un annuncio improvviso che ieri sera ci ha frastornati. E mi rendo conto soltanto adesso di non avergli mai detto fino in fondo quanta riconoscenza gli dovevo. Per avermi donato la sua amicizia. Per avermi ascoltato quelle sere quando con il “nostro” giornale già nelle rotative riprendevamo fiato scambiandoci pensieri e chiacchiere in quella strana lingua che solo i giornalisti conoscono. In fondo cercavamo delle scuse per non allontanarci da quelle scrivanie, da quelle bozze corrette e ricorrette, da quella che era la vita che ci aveva scelto e nella quale, confessiamolo, abbiamo consumato le nostre ore più appassionate.

Grazie Nuccio anche per quei momenti.

I funerali di Nuccio si svolgeranno sabato 30 dicembre alle ore 15 al Complesso San Cosimato, sala conferenze (chiostro nuovo Regina Margherita), via Roma Libera 76 – Piazza San Cosimato

 

L’ironia di Ciconte, nostro zio Nuccio. Oggi alle 15 a Roma l’ultimo saluto

Vincenzo Vasile Strisciarossa.it  Sapevo che avevi la maschera dell’ossigeno e per questo non ti ho chiamato, ma ho cercato di scherzare via Facebook: Nuccio – Nuccio Ciconte – non farci preoccupare, getta la maschera. Rileggo ora i messaggi, la tua risposta: ne ho ancora per qualche giorno, e poi ci sentiamo, ci vediamo. E per oggi era previsto che saresti tornato a casa, dimesso dall’ ospedale, curato per l’ennesimo problema respiratorio.

Da sempre ci conoscevamo, e con chi parlo adesso? Con chi parlo di questi anni belli e terribili che abbiamo vissuto – tu in Calabria, a Torino, a Cuba, in redazione all’Unità e infine al Fatto quotidiano – e di quelli, scadenti, che verranno? -; chi insisterà a convincermi che ne vale ancora la pena?, come facevi tu scherzando saggiamente sotto tono, mascherando con la stanchezza l’amarezza; non trovo tue foto, solo una di spalle, e non si vede il tuo sorriso. Con la tua ironia mi hai depistato anche quest’ultima volta. E adesso che devo scrivere di te forse perché di solito io sono veloce o forse perché eravamo quasi gemelli – come si diceva nel nostro gergo – “professionalmente e politicamente” o forse perché si capiva che eravamo tanto tanto amici, mi stai facendo lo scherzo di farmi piangere come un bambino.

Ma stavolta le scrivo io le cose che non volevi scrivere per ritegno e per quella tua timidezza aristocratica: di quando i castristi chiesero – e ottennero – la tua testa per avere cercato di fare il giornalista da corrispondente all’Avana del giornale del partito fratello; di quando Ugo Baduel ti passò i verbali del “processo” cui Pajetta fu sottoposto per avere mandato all’Avana una penna così berlingueriana e indipendente; di quando tornasti a Roma e il direttore ti nascose i retroscena del tuo trasferimento; di quando facesti crescere come uno squattrinato e fervido vivaio la redazione esteri migliore dei giornali italiani di quel tempo, inviati come Mauro, gente brava come Rossella, e gli altri, e le altre; del tuo incontro con il cardinale Romero poco prima dell’assassinio (l’intervista è andata dispersa con il massacro dell’archivio dell’Unità?); dei cecchini che ti sparavano addosso a Sarajevo; degli anni ai vertici dell’ufficio centrale, e perché no di quelli, più defilati, al sindacato; quanti ne hai visti, quanti ne hai cresciuti e conosciuti direttori, redattori, capi, inviati, giovani già vecchi e vecchi ancora giovani, amministratori appassionati e manager felloni, e quante effimere glorie del Grande Partito che diventava più piccolo si accesero e si spensero sullo sfondo.

Per molti di noi, sei stato e rimanevi “il giornale” – quella strana cosa bruciante e palpitante che stava in mezzo tra la nostra vita privata e le passioni civili, il mestiere e la politica, uomini e cose che conoscevi come le tasche. Quella cosa a poco a poco non palpitò e non bruciò più, rimanevano solo i mozziconi fumanti di tante sigarette. Ce la mettemmo tutta per farla riaprire quella volta – a inizio di secolo – che una lotta fratricida l’aveva chiusa e nessuno scommetteva una lira sulla possibilità di realizzare il successo editoriale imprevisto, fuori dai vecchi schemi, che poi accadde.

Anche quella battaglia alla fine fu persa, e alcuni di noi ce ne andammo. La successiva, seconda o terza o quarta, giovinezza di zio Nuccio ancora “in terra di infedeli”, tra i fondatori del Fatto quotidiano, ci vuole qualcun altro per raccontarla a fondo, anche se per un tratto iniziale ne sono stato anch’io testimone. Come si fa un giornale, ne abbiamo tante volte parlato e adesso ci sono scuole di scrittura e corsi di formazione: noi che ti abbiamo avuto fraternamente per amico non dimenticheremo di essere stati a scuola da zio Nuccio, il “maresciallo”, un comandante travestito da sottufficiale, che se la riderebbe su tanti giri di parole per non dire che ti vogliamo bene.

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