L’ascesa del clan Mancuso tra narcos, banche e politici

Gaetano Mazzuca La Stampa LIMBADI – Non c’è neanche un fiore, nessuno ha pensato di lasciare un biglietto, soltanto l’enorme macchia di terra bruciata ricorda quanto accaduto a Matteo Vinci 42 anni. Anche nella vicina casa della famiglia appena fuori Limbadi, nel Vibonese, ci sono solo la mamma e la compagna di Matteo. Il resto appare distante. Il giorno dopo l’autobomba che cha straziato il corpo di Matteo e ridotto in fin di vita il padre Francesco, si cerca di capire perché un ragazzo incensurato appena laureato in biologia sia stato giustiziato come il più temibile dei nemici. Ieri a Vibo Valentia si è tenuto un vertice investigativo coordinato dal procuratore aggiunto di Catanzaro Giovanni Bombardieri. Secondo quanto trapelato, le analisi degli artificieri avrebbero confermato che a far esplodere la Ford Fiesta di Vinci sarebbe stata una bomba artigianale azionata a distanza con un telecomando e posizionata sotto il sedile di guida. «La situazione è preoccupante, ma la risposta dello Stato sarà forte», assicura Bombardieri e il prefetto di Vibo Guido Longo conferma: «Dobbiamo stroncare subito in modo duro e deciso».

Nessuna ipotesi viene esclusa ma la pista privilegiata porta alla controversia legata a questioni di vicinato con persone imparentate con il potente clan Mancuso. Prova ne sia la perquisizione effettuata dai carabinieri a poche ore dall’attentato. Il blitz si è concluso con l’arresto di Domenico Di Grillo, 71 anni, marito di Rosaria Mancuso, trovato in possesso di un’arma. Da quasi vent’anni i Vinci “difendevano” quel piccolo appezzamento di terreno di scarso valore economico. Le loro denunce raccontano di continue angherie e soprusi sfociati in vere e proprie aggressioni. Quel fazzoletto di terra ha assunto così un alto valore simbolico per quel no pronunciato con indicibile coraggio. Dall’altra parte del confine la famiglia di Matteo infatti aveva Rosaria Mancuso figlia del capobastone “don Ciccio”. Negli anni Ottanta Francesco Mancuso a Limbadi era considerato un benefattore nonostante fosse sottoposto a sorveglianza e ricercato dalle forze dell’ordine. Così benvoluto che da latitante nel 1983 non solo si candidò alle elezioni comunali quanto risultò il primo dei non eletti. Intervenne personalmente l’allora presidente Sandro Pertini sciogliendo il consiglio comunale di Limbadi.

Nonostante l’intervento dello Stato la “famiglia” è riuscita a crescere, soprattutto grazie all’infiltrazione nel porto di Gioia Tauro. Dieci anni più tardi era divenuta così importante da ospitare in un resort un summit tra esponenti di Cosa nostra e clan calabresi per discutere della strategia stragista dei siciliani. Nei primi anni Duemila il nome dei Mancuso figura nell’organigramma di quella sorta di Spectre del narcotraffico mondiale scoperta
dall’indagine Decollo e da cui emersero i contatti con narcos colombiani, cellule di guerriglieri sudamericani, malavita francese e, persino, l’Eta basca.

Ma dall’Africa all’Australia, ovunque ci sia una rotta per gli stupefacenti sembra esserci un broker della famiglia. Uno di questi, poi assassinato, era addirittura pronto a pagare 15 milioni di euro per comprare una banca a San Marino. Una parte dei soldi vennero portati sul Monte Titano. Il denaro era stato stipato in borsoni coperti di terra e muffa; infatti, li avevano seppelliti. Un impero retto con pugno di ferro. Contro tutto questo si sarebbero trovati a combattere i Vinci. Per questo l’avvocato di famiglia, Giuseppe De Pace, ha chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella funerali di Stato per Matteo, «resistente del nostro tempo alla protervia mafiosa in Calabria».

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