L’Aspromonte raccontato da Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Francesco Musolino Gazzetta del Sud MESSINA — “Se non viaggio mi ammalo, è una necessità fisica, un vero e proprio bisogno di cui non posso fare a meno”. Dall’altro capo del telefono risponde Paolo Rumiz, celebre giornalista e grande narratore triestino che con le sue opere (“Appia”, Feltrinelli 2016, è il suo ultimo lavoro) ha contribuito alla riscoperta de lvivere, e del viaggiare, con lentezza. Rumiz è il protagonista dell’affascinante documentario “Ritorno sui monti Naviganti” in onda stasera su Laeffe (ore 21.10 in prima tv assoluta, canale 139 di Sky), una prima puntata — saranno in totale cinque — che apre la serie”I viaggi di Paolo Rumiz”, un itinerario lungo l’Appenino, da Nord al Sud, «una storia di paracarri e tornanti, un viaggio fatto di curve nella pancia del Paese, un viaggio di uomini e incontri, una pista Cheyenne incollata alla spina dorsale del Paese». Nella prima puntata Rumiz scende lungo la dorsale appenninica dalla Lunigiana al Cilento, dall’Irpinia fino all’Aspromonte, ripercorrendo dopo dieci anni i luoghi della sua prima avventura sugli Appennini, incontrando persone che hanno deciso di restare in questi luoghi. ll tutto accade a bordo di una Topolino, che «si chiama Nerina ed è blu, classe 1953, un mezzo lento per vedere di più, con una mobilità dolce».

Il racconto di Rumiz è una narrazione culturale che evidenzia la necessità di sfatare pregiudizi, ripartendo da chi ha deciso di restare: «In Calabria, ma vale anche per alcune zone del Nord, ho notato che tanto più la situazione è ardua, tanto più emergono per contrasto personaggi favolosi, gente che vive controcorrente, controvento, opponendosi alla violenza e all’ostilità, mettendo in gioco la propria vita». Un viaggio che, appunto, si conclude in Aspromonte, «la terra da cui partono le grandi birre bavaresi, con metodologie che rievocano le birre figlie del Nilo, passando le Alpi sino ad invadere il Nord. Eppure nessuno conosce queste storie, neppure gli amministratori». L’Aspromonte spinge Rumiz ad alzare il tono della voce, scaldandosi dinanzi «a tanta bellezza lasciata sciupare, senza alcun sostegno dello Stato e soprattutto in Aspromonte ci sono sempre mille occhi che ti osservano, celati alla vista».

Ma non è tutto, visto che il giornalista sottolinea anche il fatto che «spesso chi vive al Sud non percepisce la bellezza dei luoghi in cui vive, ne avverte solo il peso piuttosto che il valore e da ciò consegue il desiderio di fuggire, emigrare. Ma l’Aspromonte non è solo questo, non possiamo pensarlo, fra quei boschi c’è una natura forte, imperiosa, che ti avvolge e ti lascia senza fiato». A questo punto è lecito chiedersi se davvero in Italia sia possibile pensare di investire sul turismo e sulla bellezza, anziché inseguire la finanza, «ma — prosegue Rumiz — è sempre un problema culturale, perché non può esistere uno sviluppo turistico se prima non c’è amore per i luoghi. Senza passione nessuno può aprire un albergo o un agriturismo che abbia una identità autentica. La nostra storia e la nostra geografia sono maestose e potremmo venderle al mondo intero ma non sappiamo farlo. Al cemento dovremmo preferire la natura, ai pilastri la bellezza. Ma i nostri amministratori non lo capiscono e questo mi fa molto arrabbiare».

L’Appennino è anche una storia di terremoti, devastazione, dolore e sconquassi, «una terra che mi ha rapito perché c’è una fusione fra dolore e bellezza, soprattutto nei luoghi più colpiti dalla sismicità, dal dolore e dalla morte, in cui tuttavia non si può non restare estasiati. È impossibile non restare senza parole attraversando questi luoghi, ma bisogna essere disposti a vedere ciò che abbiamo attorno, pronti ad ascoltare la sua gente, innamorata delle antiche pietre, persone che sanno accoglierti in casa, condividendo il cibo». Infine, carte geografiche alla mano, Rumiz sceglie di fermarsi a parlare di un massiccio simbolico, il monte Pollino, tra Lucania e Calabria, «una roba che ti stende, ti lascia basito per la sua bellezza, per la sua immanente potenza. Ma i sindaci non se ne rendono conto e scelgono sempre il cemento».

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