Le cosche in Emilia ridevano sul terremoto. Per i magistrati di Catanzaro Grande-Aracri era Cavaliere di Malta

Nicolino Grande-Aracri

David Marceddu Lucio Musolino Il Fatto Quotidiano REGGIO EMILIA – Ridevano anche stavolta come a L’Aquila nel 2009. Mentre l’Emilia piangeva i suoi morti, la ndrangheta che pregustava affari, invece, rideva. Al telefono ci sono Gaetano Blasco e Antonio Valerio, entrambi residenti a Reggio Emilia e ora in carcere con la accusa di associazione di stampo mafioso: “È caduto un capannone a Mirandola”, spiega Blasco. Valerio, ridendo, risponde: “Eh, allora lavoriamo là. Blasco risponde: “Ah sì, cominciamo, facciamo il giro”. C’è anche questo nella maxi-inchiesta, partita nel 2010, che ieri ha portato all’arresto di 117 persone, ritenute a vario titolo legate alla ndrangheta originaria del paesino di Cutro (Crotone).

Un’ottantina in carcere, gli altri ai domiciliari con accuse pesanti: oltre all’associazione c’è il concorso esterno in associazione mafiosa, ma anche estorsioni, incendi, usura, bancarotte, gestione abusiva dei rifiuti. Gli indagati in totale sono circa 200. È la più grande operazione contro i clan fatta fino a oggi in Emilia Romagna. E probabilmente non è ancora terminata. “La ndrangheta arriva prima dei soccorsi, o comunque in contemporanea”, ha sintetizzato nella sua ordinanza di arresto il giudice per le indagini preliminari Alberto Ziroldi. Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti ha parlato di “svolta storica” nella lotta alle ndrine nel nord. Quella emiliana svelata dal procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso e dal pm Marco Mescolini, insieme ai carabinieri di Reggio Emilia e di altre città, è infatti una ndrangheta nuova: “strettamente imprenditoriale”. Tutto, anche i rapporti con la politica, sono incentrati a fare affari, soprattutto nel campo edilizio.

Anche quando all’inizio del 2012 alcuni personaggi legati alla ndrangheta contattano l’allora capogruppo Pdl in Provincia Giuseppe Pagliani, oggi consigliere comunale di Fi, lo fanno soprattutto per salvaguardare i loro affari. Sono i mesi in cui il prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro lotta contro le molte ditte considerate in odor di mafia. Durante una cena nel 2012, in un ristorante di Reggio Emilia, secondo il procuratore Alfonso “si consacrò e si definì l'accordo tra la politica e l'organizzazione mafiosa”. Ma la politica è anche il tentativo di inquinamento di elezioni locali in terra emiliana. Dopo la vittoria di Pizzarotti a Parma in un’intercettazione si capta tutto il disappunto: “I comici si sono presi la città”.

Una organizzazione che influenzava anche il mondo dei media, soprattutto nella città ritenuta dai pm centrale nel radicamento della ndrangheta: Reggio Emilia. Tra gli arrestati c’è infatti Domenico Mesiano l’ex autista del Questore, che avrebbe fatto pressioni, senza esito, su una giornalista del Resto del Carlino Sabrina Pignedoli, per non pubblicare notizie. Ma per una cronista minacciata, un altro, Marco Gibertini è stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Durante questa inchiesta è stato sentito dai pm anche l’attuale sottosegretario Graziano Delrio: “Lo abbiamo sentito come sindaco di Reggio Emilia e come lui abbiamo sentito altri amministratori – ha spiegato Alfonso – per capire la considerazione della comunità cutrese in città. Una comunità che è composta da decine di migliaia di cittadini onesti e non solo dai 50 arrestati di oggi”. Insieme a quelli di Bologna oggi sono partiti anche altri 46 arresti per ndrangheta, per inchieste collegate delle procure di Catanzaro e Brescia. Entrature in Cassazione e anche nel mondo ecclesiastico.

E la chiave di volta per la cosca Grande Aracri è stata la massoneria. Stando a quanto emerge dal provvedimento di fermo emesso dalla procura catanzarese, infatti, il boss Nicolino Grande Aracri era un “Cavaliere di Malta”. In particolare è emerso che il capocosca di Cutro si era rivolto a una giornalista, Grazia Veloce, in stretto contatto con il monsignore Maurizio Costantini capace di smuovere cardinali per far trasferire il cognato Giovanni Abramo detenuto (con l'accusa di omicidio) dal carcere di Sulmona a quello di Siano a Catanzaro. Secondo la Procura, inoltre, i Grande Aracri hanno cercato di aggiustare un processo in Cassazione che nei mesi scorsi ha annullato l'arresto di Giovanni Abramo.

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