LE DONNE E L’EREDITÀ DEI CODICI DI NDRANGHETA
di Sabrina Garofalo

Sabrina Garofalo

Sabrina Garofalo Repubblica.it STUDIARE I RUOLI, le presenze delle donne nelle organizzazioni criminali di stampo mafioso, anche attraverso il loro linguaggio, permette di comprendere come le questioni di genere e di generazione abbiano avuto influenza nelle configurazioni e nelle dinamiche di forza e di dominio sui territori e nelle organizzazioni stesse. In contesti di signoria territoriale – concetto ereditato dagli studi di Renate Siebert e Umberto Santino – è necessario non dare per scontato le dinamiche di potere, violenza e di costruzione del consenso, dimensioni attraversate costantemente dalle dinamiche di sviluppo del maschile e del femminile. Solo così è possibile analizzare le attività delle donne – ancor più quelle comunicative – per comprendere se si tratta di supporto, temporanea delega, o articolazione del potere stesso, e quindi mettere a lavoro i concetti di riconoscimento e legittimazione del potere ‘ndranghetistico. In questa complessità, il terreno della riproduzione di potere e del senso comune, anche attraverso “la parola”, risulta essere la vita quotidiana, nei suoi aspetti pratici e teorici. Le mansioni femminili in ambito criminale si sono sviluppate parallelamente a un ruolo di tipo più tradizionale agito nella sfera privata.

Alla donna è stato storicamente affidato il compito di trasmettere il codice culturale mafioso, di incitare gli uomini a compiere vendetta di fare da garante alla reputazione maschile e da merce di scambio nelle politiche matrimoniali. Tutte funzioni che hanno contribuito a rafforzare la struttura socio culturale del sistema mafioso favorendone la sopravvivenza nonostante condanne penali. Nelle famiglie nei contesti di ‘ndrangheta ancora forti sono le pressioni sulle donne in relazione al corpo e alla affettività, sull’utilizzo delle donne e delle alleanze matrimoniali finalizzate al rafforzamento del potere. Vittima di questa strategia è stato, Pino Russo-Luzza, giovane di Acquaro (Vibo Valentia) ucciso nel 1994 perché innamorato – e ricambiato – da una giovane donna promessa in sposa a qualcun altro dal cognato che voleva dimostrare di avere potere sulla famiglia e sul territorio. E ancora, laddove tradire non è solo un atto giudicabile ma una condanna a morte, perché al tradimento dell’uomo si associa il tradimento della famiglia, le donne della famiglia rappresentano il freno, il richiamo, l’autorità, lo sguardo sulle condotte e sui corpi. Così, è necessario pensare a quella “malanova” pronunciata e urlata contro una giovanissima donna, dalle mogli dei condannati per la violenza – non solo sessuale – subita per anni da Anna Maria Scarfò rea, secondo loro, di aver “provocato e rovinato le famiglie”. E ancora, tale aspetto è forte nella complicità e ambiguità che emerge dalla storia di Fabrizio Pioli, ucciso perché coinvolto in una relazione sentimentale con Simona Napoli. Sua madre, in un colloquio acquisito agli atti che avviene subito dopo la prima denuncia presentata dalla donna afferma “tu non sei normale! Io ho fatto sacrifici e ho avuto un marito che mi è stato accanto e basta, che poi tu le cose le vedi diversa perché sei moderna!”.

Normalità e modernità si alternano in questi dialoghi così come durante il processo per la morte di Maria Concetta Cacciola, che viene definita “moderna” per il taglio di capelli e le uscite non di routine e pertanto non “normale”. Una vicenda quella di Maria Concetta Cacciola, triste, drammatica, emblematica come si legge dalle fonti processuali, che ha il suo epilogo nella simulazione di suicidio ingerendo acido muriatico. La madre di Concetta, Lazzaro Anna Rosalba è l’emblema di ciò che può essere definito come leva per infiltrare le relazioni affettive di senso di colpa, ovvero di vergogna e pudore, nella difesa della famiglia. Nel tentativo di far leva sulle relazioni con i figli e con la stessa figura del materno, è lei che dice: “Ricordatelo che non c’è nessuno meglio di tua mamma e di tuo padre. Che se io devo fare sacrifici per mia figlia, io vado e li faccio tutti i sacrifici, vado e li faccio i sacrifici. Perché sei sangue mio, l’hai capito? Sei sangue mia. E se io devo passare problemi vado e li passo, non mi interessa. L’importante che tu sei con tua mamma, con i tuoi figli e con tuo marito, e di farti la tua vita, senza che iniziamo. Perché lo sanno cosa facciamo! Che sono vent’anni che facciamo questa vita noi. Non avevano bisogno di te per venirmi ad arrestare, hai capito? Stai sicura e tranquilla. E poi che facciano quello che vogliono, io mi so difendere, non sono… io non sono di quelli che sono venuti a ricattarti in tutti i modi. Questi cani luridi. Non ti preoccupare per me. Badati i tuoi figli, a tua mamma, che questa sta morendo. E l’hai capito”.

Tutto ciò a fronte di violenze agite contro Maria Concetta, limitata nella libertà e colpita fisicamente in seguito alla scoperta della sua relazione extraconiugale. La madre è in questo caso, la linea di demarcazione della scelta basata sul materno come riproduzione di dinamiche di dominio e potere tutte dedicate e rivolte al maschile. È ancora lei ad affermare: “Me ne frego di loro che mi chiudono, o con noi o con loro devi stare”. Importanti, per comprendere il frame di riferimento, sono le parole che Maria Concetta, donna innamorata che ha in inizialmente oltrepassato il confine, scrive a sua madre: “In fondo sono sola. Non volevo il lusso, volevo la serenità, l’amore che si prova quando fai un sacrificio, a me la vita non ha dato nulla, se non dolore. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore, che ha la famiglia, per questo che avete perso una figlia”. Le stesse parole che ripete agli inquirenti Simona Napoli: la legge dell’onore è più forte, meglio una figlia morta che disonorata. La scelta individuale in questi contesti è pressoché inesistente, e sono le donne le artefici di pratiche di depotenziamento delle scelte di autodeterminazione di molte donne, spesso figlie e sorelle. La relazione tra violenza subita e agita, come sottolinea Renate Siebert, si articola nella inconsapevole memoria storica dell’intrinseca vulnerabilità del proprio corpo, traducendo tutto in esperienza biografiche che si muovono in ambivalenza tra carnefici e vittime nello stesso tempo.

Una ambivalenza evidente ancora una volta nelle parole di una donna, Angela Donato, madre di un giovane ucciso per onore, che da giovane aveva ben conosciuto gli ambienti ndranghetistici e che – come racconta in una intervista – avverte il figlio con queste parole “Ma come te lo devo spiegare? Le donne dei boss non si toccano, perché un giorno o l’altro ti fanno sparire ti mettono in un pilastro e mamma non ti trova. E lui rispondeva: “No non ti preoccupare che a me non mi toccano. Santo io ci sono stata, conosco le persone, conosco il passato. Allora non c’erano queste cose, però guai se qualcuno toccava la famiglia, guai se pestava i piedi a un altro… Era la fine. Questa cosa c’è stata sempre, vedi che queste cose si lavano col sangue”. Angela continua ora a chiedere la verità sulla morte del figlio.

Storie e parole che mettono in evidenza come si debba ancora oggi, parlare per la ndrangheta di donne che aderiscono all’ordine materiale e simbolico maschile attivamente e mostrando l’ambivalenza verso il dominio maschile che produce, come afferma Renate Siebert “condotte violente le quali – sullo sfondo di una sostanziale impotenza (che si manifesta nella impossibilità di essere padrone del proprio corpo e della propria sessualità) si scagliano contro i più deboli, ossia le altre donne, e nell’ombra di tale groviglio relazionale ed emotivo che si strutturano le astuzie dell’impotenza femminile e l’illusione di una emancipazione negli interstizi del potere patriarcale”.

 

L’autrice è sociologa e ricercatrice precaria.
Centro di Women’s Studies “Milly Villa” Università della Calabria

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