“Le pietre e Internet risorse per non espatriare”. Vito Teti: “Non lasciare i paesi per le metropoli”

Antonello Caporale Il Fatto Quotidiano ALTRO CHE Nord e Sud, la questione adesso è come la montagna sopravviverà rispetto alla forza trascinatrice del mare, come l’Italia non continuerà ad ammassarsi, a mo’ di barcone tra le onde, sui bordi, lungo la costa, lasciando il centro, il suo cuore, senza anima. “Il senso dei luoghi”
lo abbiamo conosciuto e imparato leggendo Vito Teti, antropologo calabrese, studioso di Corrado Alvaro ma soprattutto teorico della “restanza”, della necessità culturale e ideale di non abbandonare alle capre i nostri paesi, di avere cura della memoria e soprattutto difesa della nostra identità.

Professore, gli italiani si dividono, come lei dice spesso, tra i restati e i partiti.
Negli anni dell’emigrazione questa era la costituzione dell’Italia doppia. Chi aveva coraggio e necessità partiva, gli altri rimanevano e attendevano che qualcosa accadesse. Qualcosa di nuovo. Ora vedo invece una voglia diversa, un fuocherello che si allarga e anima le coscienze di coloro che abitano paesi apparentemente sconsolati: la voglia di rimanere, di riscattare un territorio e una civiltà, di sottoscrivere un patto col futuro.

Lei dice che non è più questione di Nord florido e Sud depresso.
La crisi economica livella, fa arretrare e produce una migrazione dall’interno dell’Italia verso le aree metropolitane. Sono colpiti i villaggi alpini come quelli dei Nebrodi siciliani. Se questa è la realtà, ed è la realtà, bisogna anche affermare che diversamente dal passato esiste una necessità diffusa di fermarsi nei luoghi dove si è nati, di cercare lì il riscatto.

Trovare il senso dei luoghi, appunto.
Che non è solo un legame affettivo o culturale. Non è tanto un sentimento quanto la constatazione che è il luogo ad abitare dentro di noi più che l’inverso. L’esigenza di trovare radici dove sono le nostre radici è anche un effetto coniugato della grande rivoluzione tecnologica e della crisi economica di sistema.

Internet aiuta a restare.
La Rete collega, riduce le distanze, agevola il traffico del pensiero e le conoscenze. La Rete è istantanea, mondiale, senza barriere. Io sono vicino a New York dall’A s p r omonte o dalla Carnia tanto quanto lei lo è da Roma. Questo è un grande vantaggio, perché acquieta la sofferenza della distanza, il disagio di essere marginale.

E poi la crisi espelle dalle metropoli, la rende invivibile.
La crisi impone a tutti, specialmente ai giovani, uno sforzo creativo in più, la ricerca di immaginare dove prima non si pensava.

È la terra la ricchezza possibile.
Ecco, la terra. I suoi frutti, le sue compensazioni, le possibilità di governarla senza sbranarla, cementificarla, rinsecchirla. La terra come il paese. Fino a ieri cumulo di pietre cadenti e oggi risorsa inaspettata e inesplorata.

Nei paesini esistono amministrazioni virtuose, qualità sconosciute e incomparabili rispetto ai livelli di rappresentanza nazionali. Anche questo è un paradosso.
È vero: i politici bravi sono più in periferia che al centro, sono disseminati in luoghi così estremi che a volte viene da chiedersi: ma perché questo sindaco è qui e non in Parlamento?

Già, perché?
Perché resiste ed è maggioritaria una cultura conformista, resiste e la fa da padrona l’idea che il cambiamento, se è radicale, può fare danni non aiutare.

E così l’Italia interna scompare senza che nessuno se ne accorga, senza un alito di dibattito.
Sono fatti nostri. La politica nazionale è completamente incapace di analizzare e comprendere quale ricchezza si perda, come sia fuori dalla ragione dei nostri stessi interessi materiali assistere inermi alla desertificazione di tutto il crinale appenninico. Qui non è solo questione calabrese o tema da sottosviluppo endemico. Il terremoto di Amatrice ha colpito il cuore dell’Italia e il quadrilatero sicuramente più avanzato, più prezioso anche da un punto di vista architettonico. Il timore, che io traduco in terrore, è che le attività di ricostruzione producano un insieme parziale e inconsistente di contributi con il risultato di non creare radice comune ma un comune senso di smarrimento e di abbandono.

Professore, il Parlamento non vede, la classe dirigente non sente. Astenia totale. Questa è la realtà.
La novità, l’unica bella e significativa novità, è che alla distrazione romana si contrappone ora un senso di rivalsa, una presa d’atto di coloro che sono rimasti e dei tanti che vogliono restare alla necessità di una resistenza attiva. Si uniscono le forze, si scambiano consigli e pensieri, nascono forme nuove di impresa e di impegno civile. È ancora poco rispetto a quel che bisognerebbe fare, ma è tanto considerato il degrado del ceto politico, l’inc onsistenza di chi dirige la baracca senza neanche avere chiaro cosa sia.

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