Ligato, mai una condanna per fatti di mafia

La Repubblica REGGIO CALABRIA – C’erano stati in passato rapporti tra Lodovico Ligato e le cosche calabresi? La domanda, al momento, non ha una risposta certa. L’ unico atto giudiziario che getta un’ombra sull’ ex presidente delle Ferrovie è una sentenza istruttoria di alcuni anni fa, nella quale il giudice istruttore del tribunale di Reggio, Pasquale Ippolito, parlò di connivenze tra l’allora emergente uomo politico calabrese e il boss di Brancaleone, Giulio Pannuti. Ligato, però, non venne neppure incriminato: anzi, la sentenza definitiva cancellò qualsiasi sospetto sul suo operato. Non mancano racconti su alcune chiacchierate amicizie di Ligato: c’è chi lo ricorda passeggiare, molti anni fa, sotto braccio al boss don Paolino De Stefano davanti al Roof Garden, un locale che s’affaccia sul mare, frequentato dalla gente che a Reggio conta. Ma erano altri tempi, a Reggio della lupara si sentivano solo gli echi che giungevano dalla piana di Gioia Tauro, e la ndrangheta cercava di legittimare il proprio potere facendo assumere persone fidate in Provincia: ma per riuscirci aveva bisogno di avalli politici.

Lodovico Ligato appoggiò politicamente l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss di Archi, un penalista con vicissitudini giudiziarie da cui è uscito totalmente pulito. L’episodio non ebbe dunque strascichi per la carriera del giovane dc calabrese. Un’altra vicenda vide Ligato esporsi in prima persona: fu quando si schierò dalla parte delle donne di una cinquantina di boss e di gregari della potente ndrangheta di Platì, nel luglio del 1981. Settanta tra madri, mogli, sorelle e fidanzate di 52 presunti mafiosi occuparono il municipio di Platì: i loro uomini erano in prigione da un paio di mesi. In perfetta sincronia, nel carcere di Locri gli arrestati, al termine dell’ora d’aria, si rifiutarono di rientrare in cella sostenendo che il loro era un processo senza prove.

A sostegno della vertenza di mafiosi e rispettive donne scesero in campo il sindaco democristiano del piccolo centro, Domenico De Maio (ucciso nell’85 da un commando mafioso dopo essere stato incriminato per aver aiutato gli assassini di un brigadiere di polizia), e il suo protettore politico, cioè l’onorevole Ligato, che a Platì raccoglieva ben 800 preferenze. Ligato perorò la causa davanti al prefetto di Reggio, dove accompagnò il sindaco e una delegazione di donne. Ottenne dal prefetto 40 posti di lavoro per la gente di Platì e forme di assistenza per le famiglie dei detenuti. Ultima vicenda nell’83: Ligato accusò l’attuale sottosegretario ai Lavori pubblici, Francesco Nucara, di aver preso parte a un summit della ndrangheta; l’esponente repubblicano chiese un Giurì d’onore per accertare chi effettivamente, tra lui e Ligato, aveva fatto interventi a favore di mafiosi.

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