L'”industria” di San Luca: vent’anni di rapimenti

Filippo Veltri La Repubblica SAN LUCA – Sequestri miliardari quelli dell’Anonima di San Luca, che ha investito nei rapimenti fior di intelligenze e di professionalità fin dai lontani tempi del rapimento di Paul Getty. Da allora ad oggi è stato un susseguirsi pressoché ininterrotto di successi, decine di sequestri tutti miliardari, mentre magari le altre ndrine di Platì, Ciminà, Africo Nuovo arrancavano con rapimenti da due-trecento milioni o magari rimettendoci pure (come è il caso, ormai accertato, di Marco Fiora). Rivediamola in breve questa irresistibile storia solo nei suoi tratti più essenziali di oltre vent’ anni di rapimenti.

Il primo successo clamoroso è, appunto, quello di Paul Getty, rapito a Roma il 10 luglio 1973. Fu un sequestro drammatico: al giovane erede dei miliardari d’ oltreoceano i rapitori mozzarono un lembo d’ orecchio per convincere i genitori a pagare e diciassette anni fa, per farlo rilasciare, la famiglia Getty fu costretta a pagare 3 miliardi di lire. Il sequestro di Paul Getty gettò sulle prime pagine gli uomini della ndrangheta ed i loro illeciti arricchimenti. Quei miliardi fruttarono: dieci chilometri a valle di San Luca, a Bovalino (i sanlucoti la chiamano anche San Luca Marina), fu addirittura costruito un quartiere denominato Paul Getty. Fu tirato su peraltro in maniera orribile, con casermoni a schiera fra la 106 e il mare con i soldi di quel sequestro. Ormai, che quello si chiama quartiere Paul Getty la gente lo dice senza farci neanche più caso. Eppure costò, fra l’ altro, una mutilazione permanente a un giovane di vent’ anni.

Ma dopo Paul Getty l’Anonima di San Luca colpì ancora nella capitale, stavolta con l’armatore Giuseppe D’ Amico (prelevato a Roma il 30 giugno 1975). D’ Amico pagò un miliardo, dopo alcuni mesi di prigionia. La storia si ripeteva, ancora, nella capitale, il 6 aprile del 1983 con Maurizio Gellini (due miliardi di riscatto), ma, soprattutto, a Pavia, con Giuliano Ravizza, il re delle pellicce, titolare della famosissima pellicceria Annabella. Quello di Ravizza fu un sequestro autenticamente miliardario, oltre tre miliardi pagati per quasi un anno di prigionia. Ravizza fu rilasciato il giorno di Santo Stefano del 1983 dopo un tira e molla che lasciò sfiancata la famiglia. E’ significativo rilevare come ci sia un precedente proprio a Pavia, prima del sequestro Casella. E Pavia, con Roma e Napoli, è una delle piazze privilegiate dell’ Anonima di San Luca, che raramente ha operato con ostaggi locali, forse ritenuti poco remunerativi ai fini di sequestri che finiscono con l’ arricchire migliaia di persone.

L’83, in ogni caso, si chiudeva con un altro maxiriscatto, quello pagato dai familiari dell’ imprenditore di Busto Arsizio Giorgio Bortolotti: 2 miliardi tondi tondi. L’ 84 si apriva e si chiudeva invece nel segno di un altro clamoroso colpo messo a segno dall’ anonima di San Luca: il sequestro dell’ industriale campano Carlo De Feo. Cinque anni fa i De Feo pagarono 4 miliardi e 400 milioni, per riavere libero il loro caro. I giudici napoletani Mancuso e Lancuba hanno rievocato, proprio su Repubblica dei giorni scorsi, il muro d’ omertà e il livello di complicità di cui gode l’ anonima di San Luca. De Feo riuscì a ricostruire (lo stesso aveva fatto D’ Amico) i luoghi, le prigioni, mettendo nella sua mente tutti i particolari di una prigionia durata un anno (da febbraio ‘ 83 fino allo stesso mese dell’ 84). Non ci fu però neanche il tempo di tirar fuori un ostaggio, che ad un altro industriale campano, Steno Marcegaglia, toccarono altri duri mesi nei rifugi dell’ anonima prima di riacquistare la libertà con 2 miliardi in contanti versati nelle casse dei rapitori. Un gioco pericoloso.

Poi Casella. Due anni fa. Sembrava uno dei tanti sequestri fatti in missione nella zona di Pavia, con gli ostaggi trasferiti in Aspromonte. E invece su Casella la San Luca connection si sta giocando tutto. Non tanto in termini finanziari ma di credibilità. E la stessa gestione del rapimento del giovane pavese mostra di quali menti fruisce questa potente banda. Sui nomi delle famiglie che tirano le fila di questa industria, i magistrati di Locri potrebbero scrivere un libro, dai mitici Nirta degli anni 60 agli Strangio di oggi. Questo paesino distrutto da periodiche alluvioni e che vanta l’ onore di aver dato i natali al più grande scrittore calabrese di tutti i tempi, Corrado Alvaro, ha visto passare intere generazioni di persone specializzate nei sequestri di persona a scopo di estorsione.

Un’ industria che, oltre e al di là di San Luca, è una vera e propria industria che regge la Calabria, che ha fatturato 250 miliardi dal 1970 in poi, di cui una piccolissima parte sequestrata ed una ancora più misera parte riciclata attraverso lo smercio quotidiano di banconote. Il grosso è infatti servito per agire nuove e più potenti leve di illecito arricchimento, nel traffico di droga o nell’ acquisizione di fette cospicue di un’ economia povera ma pur sempre legale (turismo e commercio) nei paesi della costa, a Bovalino, Bianco, Locri, Siderno.

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