Lo strano caso di Pantano, giornalista ficcanaso

Agostino Pantano

Piero Sansonetti Ilgarantista.it C'E' UN GIORNALISTA calabrese – si chiama Agostino Pantano – che è un collaboratore del nostro giornale, e ha, soprattutto, una caratteristica: è un gran rompiscatole. Cioè, non è che se ne sta buono buono, come si dovrebbe, alla sua scrivania, e aspetta che gli arrivi un comunicato stampa, o una velina, o l’imbeccata giusta, e lui la mette in italiano e consegna l’articolo. Macchè! Ha la mania di andarsi a cercare le notizie, di scavare, di fregarsene se da fastidio a qualcuno. Allora qualcuno ha deciso di dare fastidio a lui. Un paio di giorni fa gli è arrivato un bel plico (è arrivato anche a me per la verità) con il quale tre signori di Rosarno, tra i quali l’ex sindaco, Giacomo Francesco Saccomanno, chiedono al tribunale di condannare questo Pantano (e anche me, per la verità) a pagar loro un risarcimento di 500 mila euro (cifra che Pantano ed io potremmo mettere insieme, tra tutti e due, con una quindicina di anni di lavoro a reddito zero…) per aver osato scrivere degli articoli sulla vicenda dell’acquisto, da parte del Comune di Rosarno, dell’ex cinema Argo alla bella cifra di 450 mila euro (appena 50 mila euro meno del risarcimento chiesto a noi…).

E’ chiaro il senso di questa querela, come di moltissime querele contro i giornalisti (io ne ho pendenti, credo, una trentina, Pantano meno perché è molto più giovane e poi ha la fortuna di non fare il direttore…): intimidire i giornalisti e i giornali. Un giornalista che si becca una querela, comunque è in un guaio. Deve seguire la causa, nominare un avvocato, pagarlo, cercare documenti o testimoni o carte, spendere soldi. Anche se vince, nessuno restituirà quei soldi, e lui, se è persona saggia, starà attento la prossima volta a non ficcare il naso su questioni che non lo riguardano… In questo caso la querela di Saccomanno and company va oltre la normale intimidazione. Pantano, nel testo della querela depositata al tribunale di Palmi, viene definito killer, anzi, più precisamente – killer su commissione. Cioè, nella sostanza e nella forma, viene accusato di omicidio. Ora dovete sapere che Pantano un po’ ci è abituato a trovarsi di fronte ad accuse che possono apparire sorprendenti.

Ad accusarlo di omicidio ancora non ci era arrivato nessuno, però recentemente gli era arrivato tra capo e collo un rinvio a giudizio per ricettazione. Si, proprio così: ricettazione. Cioè – se i dizionari spiegano bene il significato delle parole – lo accusano di avere acquistato e rivenduto merce rubata. Il processo inizia a metà aprile a Palmi. Quale merce avrebbe rubato Pantano? Una merce rara e preziosa: notizie. Qualche tempo fa – questo processo non riguarda il Garantista” che all’epoca non esisteva – Pantano aveva riferito sul suo giornale di allora (“Calabria Ora”) sulle motivazioni per le quali si era deciso di sciogliere un Comune per mafia. Era entrato in possesso del rapporto dei commissari, lo aveva letto, aveva trovato un sacco di informazioni interessanti e invece di tenersele per se le aveva scritte. Ora qui la questione non è se sia giusto o no sciogliere i comuni per mafia (credo che Pantano sia favorevole, io invece sono contrario, e il bello del nostro giornale è che si può tranquillamente lavorare insieme con idee diverse) la questione è se sia giusto o no riferire delle notizie delle quali si è entrati in possesso.

Cosa deve fare un giornalista se non cercare di avere notizie, possibilmente prima degli altri, e fornirle ai suoi lettori? Siamo arrivati al punto che esercitare con scrupolo il nostro mestiere, è un reato. Il Parlamento di tutto questo se ne frega. Se ne frega anche la magistratura, che spesso è lesta a fare alleanze coi giornalisti che le servono, ma non è affatto interessata a risolvere il problema della “spada di Damocle” giudiziaria che pende sul collo di chi fa informazione. Agostino Pantano, a proposito della richiesta di 500 mila euro da parte dei Saccomanno, ha dichiarato: «Sono sereno. Per i soldi che mi chiedono mi faccio due calcoli e penso che la cifra sia quantomeno sproporzionata. Tanti soldi non potrei averli neanche se campassi dieci vite. Per l’accusa di essere uno che spara e uccide, però, non intendo transigere. La causa temeraria, ovvero quella che fanno al giornalista per zittirlo, è punita dalla legge e vedremo se questa che mi fanno lo sarà: ma, nel frattempo, a nessuno può essere permesso di dire in un atto di citazione che il giornalista è un killer su commissione. Per questo, sin da ora, annuncio querela». p.s. naturalmente non solo io, ma tutta la redazione del giornale è solidale con Pantano. Così come lo è il sindacato dei giornalisti che ieri è intervenuto con una nota di protesta molto dura di Carlo Parisi

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