L’UFFICIO STAMPA DELLA NDRANGHETA
di Giovanni Tizian

Giovanni Tizian Mafie.blogautore.repubblica.it L’UFFICIO PROPAGANDA della ndrangheta ha l’obiettivo di riscrivere la storia dell’organizzazione. Dotato di professionisti della parola che tentano, in tutti i modi, di offrire una narrazione della mafia calabrese a metà tra leggenda e mito. Del resto il metodo è ben noto. Pensiamo a quanto denaro e tempo spendono i fedelissimi del Califfato islamico per presentare al mondo intero il valore di ciò che predicano. Anche nelle terre dove le ndrine dettano legge la propaganda e l’informazione sono ingranaggi decisivi per mantenere lo status quo. Tutto ciò è possibile perché al racconto leggendario delle origini dei clan partecipano veri e proprio professionisti del settore: giornalisti, storici, romanzieri, opinionisti e politici. Il metodo, però, cambia a seconda del territorio di riferimento.

Così se in Calabria l’ufficio propaganda spende ogni sua energia nel revisionismo storico del fenomeno mafioso, in Emilia e nei territori di reinvestimento del denaro gli sforzi si concentrano soprattutto nella difesa dell’imprenditore accusato “ingiustamente” di essere un vero e proprio boss. E a proposito di Emilia, non è un caso che qui la cosca Grande Aracri aveva allestito una sorta di ufficio stampa che piazzava interviste e organizzava campagne mediatiche per difendere l’onore di quei bravi imprenditori. Un ruolo centrale nell’ufficio stampa e propaganda era ricoperto proprio da un giornalista poi finito sotto processo per complicità con il clan. A lui spettava l’arduo compito di relazionarsi con i media per proporre interviste riparatrici, utili a riabilitare imprenditori che per prefetti, magistrati e giornalisti avevano un profilo altamente sospetto.

In Calabria, invece, si è creato un vero e proprio movimento di opinione, che mira a distruggere almeno dieci anni di conquiste antimafia. L’approccio di questi professionisti parte da un presupposto chiaro. Dall’idea, cioè, che nella storia della criminalità organizzata calabrese esista un prima e un dopo. Una linea di demarcazione netta tra un passato glorioso e un oggi incomprensibile. Secondo questa teoria l’onorata società, l’antica onorata società, era lo strumento per affermare la giustizia sociale, fatta da uomini d’onore, che non uccidevano né donne né bambini. Uomini d’onore che proteggevano i più deboli. Uomini d’onore galantuomini che si battevano, con i loro codici e le loro leggi, contro uno Stato quando non assente violento. Decisamente diversa, sostiene l’ufficio propaganda, è la Ndrangheta moderna. Un’ organizzazione che ha perso quei «valori sani» di un tempo per colpa dei grandi traffici che hanno corrotto il tradizionale spirito mafioso e trasformato i picciotti in manager assetati di denaro. È più o meno lo stesso ragionamento dei vecchi padrini che negli anni sul finire degli anni ’60 si sono opposti alle nuove leve emergenti.

Così si legittima la Ndrangheta che ha iniziato a saccheggiare la Calabria. E quei padrini che ancora oggi camuffano dietro riti arcaici il loro potere arrogante. L’ufficio propaganda mistifica per confondere chi non conosce certi territori. Sfrutta la poca conoscenza del fenomeno a livello nazionale e globale per gestire l’immagine di una holding del crimine, che, in fondo, fa comodo a moltissimi insospettabili. La strategia è in atto, e si dimostra vincente perché si alimenta anche del malcontento di tantissimi giovani stufi di leggere della loro Calabria solo per fatti di mafia. La risposta più semplice è chiudersi a riccio e difendersi accusando altri dei danni prodotti dal potere criminale con cui si convive quotidianamente. Non c’è 41 bis che possa arginare tutto questo. Perché questa è una battaglia che si combatte con le armi della cultura e del lavoro, quello vero, non precario e non para-schiavistico. Più opportunità legali avranno i ragazzi, più saranno liberi dal bisogno nella loro terra, meno sarà il seguito riscosso dall’ufficio propaganda della Ndrangheta.

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