Mafia, nella terra dove le donne si ribellano ai boss. Don Ciotti: una legge per tutelarle

Lea Garofalo, opera di Simone Spadanuda

Nicolò Zancan La Stampa “LA MIA COLPA è di essere nata in quel luogo”. Di fronte a noi, adesso, qui, c’è una donna di 37 anni con tre figli che sta scappando dalla ndrangheta. È una donna che non può essere riconosciuta. Si nasconde ogni singolo giorno da otto anni. Nessuno deve sapere di lei. Se scoprono dove abita, è morta. L’hanno già rintracciata tre volte. Ma è ancora altrove, per fortuna. Ancora viva. Invisibile e quasi completamente sola. «Sono nata nel clou, nel peggio del peggio, nella sostanza stessa della mafia», dice in una stanza vuota in cui entra un po’ di sole. «Quella era la mia famiglia. In Calabria erano gli anni della faida dei seicento morti. Quando mio padre rientrava in casa, faceva lo squillo. Io e mia madre dovevamo uscire fuori ad aspettarlo per fargli da scudo, perché in quegli anni ancora non si uccidevano le donne e i bambini».

Una vita da fantasma. La incontriamo come si incontrano i latitanti. Dopo passaggi a vuoto, strade secondarie e telefoni anonimi. «Io non posso esistere, avere un lavoro in regola, ammalarmi, abbonarmi ai mezzi pubblici. Non ho mai preso un aereo perché il mio nome non deve comparire, non posso neppure avere una scheda telefonica o andare in ospedale. Una volta mia figlia è stata citata sul giornalino della scuola e loro sono arrivati. Hanno il potere di farti crollare in ginocchio. Ma non lo farò». Nel limbo Questa donna che parla e piange e si asciuga continuamente gli occhi non ha mai commesso reati. Non può essere pentita e nemmeno testimone di giustizia. Per la legge italiana non ha diritto ad alcuna protezione, anche se ha fatto la scelta più dirompente. «Un giorno del 2008 mio marito è uscito di casa e non è mai tornato. Lupara bianca. L’hanno eliminato nel modo peggiore. Mi sono guardata intorno: vedevo reazioni strane. Tutti sapevano. Era un delitto consumato all’interno delle nostre stesse famiglie. Vedevo una freddezza totale. Era come se mi dicessero: la tua vita dipende da noi, stai zitta, vai avanti. Ero sola. Disperata. Volevo il corpo, almeno un funerale. Volevo scappare. È stato allora che ho deciso». La fuga da vedova Non è stato facile andare via. Per un anno e mezzo, mentre lei annunciava pubblicamente la sua partenza, loro la lasciavano fare, irridendola. Dicevano che era pazza e che era l’amante di un poliziotto, per screditarla al massimo. Erano sicuri che non ce l’avrebbe mai fatta.

«Quando andavo a parlare in questura, trovavo sempre qualcuno fuori ad aspettarmi. Erano informati su ogni movimento. Grazie a un parroco, ho provato a fare un tentativo in Toscana da sola, ma mi sono resa conto che abitare lì, con i miei figli, sarebbe stato impossibile». Si trattava di vivere senza soldi. Senza un impiego. Senza nome. Senza storia. Senza neanche potere iscrivere i tre bambini a scuola. «Ho conosciuto don Luigi Ciotti di Libera per caso, non sapevo nulla dell’associazione. Allora credevo di avere un alloggio intestato a mio nome in Calabria, ma in realtà sono riusciti a togliermi anche quello. Beh, la mia intenzione era quella di regalarlo a Libera. Come gesto di rivolta contro la mia famiglia. Ma appena ho spiegato questa cosa, Luigi mi ha detto: “Non mi importa dell’alloggio, mi interessa la tua storia. Raccontami tutto di te”. Ero in un lago di lacrime. Nessuno mi aveva mai ascoltata prima Una legge per proteggere Don Luigi Ciotti dice adesso che serve una legge: «Dobbiamo fare presto. Dobbiamo salvare questa donna e tutte quelle che stanno cercando una nuova vita lontano dalla mafie. Sono un esempio. Una strada da seguire». Ma la legge non c’è. E questa donna invisibile sta cambiando casa per l’ennesima volta. Arrivano sempre a un portone vicino a fare domande, non si sa come. Chiedono notizie qualificandosi così: «Sono il cognato del padre delle bambine». Perché lei non esiste già più. È già morta. La sua vita è costantemente in pericolo.

«I problemi pratici sono tantissimi. I vaccini dei miei figli, per esempio. Non so come mandarli a scuola. Ormai siamo codici fiscali, serve un documento per tutto. Non posso permettermi un’auto perché da una multa risalirebbero subito al mio indirizzo. Avevo una residenza fittizia e sono andati a fare domande anche là. Non so come facciano, ma hanno accesso a tutti i dati. Hanno un potere assurdo. Vorrei andare a parlargli, guardarli in faccia. Ma mi dicono di non farlo, perché non mi lascerebbero tornare indietro». Figli senza un’infanzia Le domandiamo: i suoi figli cosa sanno di questa situazione? «Tutto», risponde. «Sanno anche le cose più feroci edisumane. Rimanendo l’unico genitore, ho capito che o si fidavano completamente di me oppure avrei rischiato di perderli. Prima o poi avrebbero guardato i vecchi ritagli di giornale. Quindi sanno chi era loro padre e perché siamo qui. Sanno che mi vogliono eliminare. Sanno anche di dover stare attenti a tutto, anche a una foto su Facebook. Non possono andare in gita scolastica, giocare all’oratorio. Basta pochissimo per far saltare la copertura che ci ha organizzato Libera». L’orrore di ritornare È a questo punto che arriva il momento di sconforto peggiore. «Se morissi…», dice la donna invisibile. «Se morissi investita in mezzo alla strada o per qualunque stupido motivo, prenderebbero i miei figli e li riporterebbero in quel luogo. Da quelle persone. Lo farebbe un giudice, addirittura. Questa è la cosa che mi fa stare peggio. L’ho già detto a mia figlia, alla più grande, devo resistere fino a quando lei avrà 18 anni, in modo che a quel punto potrà prendersi cura di tutto L’espatrio impossibile C’è un silenzio spaventoso nella stanza. Le parole sono nette. Per questa donna la vita è stata una continua fuga obbligata anche da se stessa. «Non riesco ad avere amicizie perché non potrei essere sincera. Non posso dire le cose che penso. Mi distrugge dover rinunciare anche alle mie idee. Ogni volta che arrivo in un posto nuovo, ho un’altra vita più rassicurante, inventata, che racconto ormai bene. Non ho più sogni. Sono stremata. Mi piacerebbe che potessero sognare almeno i miei figli, ma hanno capito che non si può. Niente gite. Giorni di studio in Inghilterra, partite di pallavolo. Sono combattivi. Mi fanno forza. Ma saperli tristi, mentre in tutti i modi si sforzano di mostrarsi allegri, mi fa molto male». Ha mai pensato di cambiare Paese? «No. Così vincerebbero loro. Non sono io che dovrei scappare. Mi manca tanto la mia terra».

 

“Lo Stato le abbandona Ma queste eroine sono un simbolo fortissimo” L’analisi del procuratore di Reggio Calabria “Molte capiscono che la vita fuori è migliore”

Nic.zan. La Stampa PROCURATORE DE RAHO, quante sono le donne che stanno cercando di scappare dalla mafia? «I casi stanno aumentando in maniera significativa. Credo che ci sia un collegamento con la sperimentazione che sta portando avanti il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria. Il giudice toglie i figli alle famiglie delle cosche. Sospende la responsabilità genitoriale per metterli al riparo e permettergli di crescere in un contesto diverso, con una formazione culturale nuova. Molte donne stanno iniziando a guardare a questa possibilità di una vita lontana dalla violenza e dalla detenzione». Il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, combatte forse sulla trincea più pericolosa d’Italia. Prima era stato a lungo nel Casertano, a indagare su Gomorra. Conosce profondante il fenomeno mafioso. Comprese queste nuove donne coraggiose, che provano a ribellarsi. Donne che mettono in crisi l’identità stessa della cultura mafiosa.

Perché la loro scelta è tanto dirompente?
«Perché chi prova ad andarsene rompe l’unità familiare. Il patto. Qualcosa che non è consentito. L’assoggettamento alle regole della ndrangheta coinvolge tutti i membri della famiglia. La famiglia è il centro. La famiglia è la cosca. I ragazzini vengono istruiti all’uso delle armi. Devono seguire i padri. Già a partire dai 10 anni devono partecipare alle riunioni. Le madri devono garantire questo tipo di famiglia e custodirne i segreti. Molte donne che si sono allontanate hanno pagato con la propria vita. Basta ricordare Lea Garofalo».

Sono sempre in pericolo?
«Solo chi non conosce la ndrangheta potrebbe pensare il contrario. Qualche giorno fa, i giudici della Corte d’Assise di Palmi hanno condannato all’ergastolo il figlio di un uo o di cosca. Era stato lui a uccidere la madre perché questa aveva violato le regole. Ecco di cosa stiamo parlando: una madre punita con la morte per mano del figlio. Questa è la ndrangheta. Esempi ne abbiamo tantissimi».

Perché non c’è ancora una legge in grado di tutelare queste donne coraggiose?
«È una problematica di cui abbiamo discusso ripetutamente nelle varie articolazioni dello Stato. Adesso se ne occupano solo associazioni come Libera e la Caritas. Non può bastare. Io sono convinto che lo Stato dovrebbe trovare un modo per garantire una nuova identità a queste donne, una copertura e una forma di assistenza sociale. Non devono essere lasciate sole. Devono avere un tetto, un posto sicuro e un nuovo documento. Devono poter vivere un’altra vita».

Possono rappresentare un cambiamento importante?
«Ne sono convinto. Solo comprendendo esattamente il contesto mafioso si può capire il rischio che comporta andarsene e quindi l’importanza di una scelta del genere. Una donna che si allontana per dare un futuro migliore ai propri figli ha una valenza simbolica di una forza incredibile. Stanno iniziando a capire che la vita fuori dalle cosche è migliore».

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