MAFIA STRAGISTA, COSÌ FU BATTUTA
di Giuseppe Pignatone

Giuseppe Pignatone

Giu­sep­pe Pigna­to­ne, Cor­rie­re del­la Sera via Dagospia.com L' 11 APRILE 2006, dopo qua­si 43 anni di lati­tan­za, Ber­nar­do Pro­ven­za­no veni­va cat­tu­ra­to dal­la Poli­zia di Sta­to nel­le cam­pa­gne di Cor­leo­ne, a pochi chi­lo­me­tri da casa. Quel gior­no, nei 150 anni di sto­ria di Cosa Nostra, era sta­ta scrit­ta una pagi­na mol­to impor­tan­te, che for­se segna­va la fine di un' epo­ca. È giu­sto rico­no­sce­re che la mafia cor­leo­ne­se, quel­la che ha avu­to capi come Lucia­no Lig­gio, Sal­va­to­re Rii­na e Ber­nar­do Pro­ven­za­no, quel­la che ha domi­na­to la sce­na dagli anni Set­tan­ta del seco­lo scor­so, è sta­ta scon­fit­ta.

Un risul­ta­to da non sot­to­va­lu­ta­re, anche per­ché la lun­ga «sta­gio­ne cor­leo­ne­se» non tro­va para­go­ni con le tan­te altre fasi del­la sto­ria di Cosa Nostra, tan­to che lo sto­ri­co Sal­va­to­re Lupo ha affer­ma­to che «l' era dei Cor­leo­ne­si» deve esse­re con­si­de­ra­ta «come una paren­te­si nel­la sto­ria del­la mafia». Infat­ti, non è sta­ta solo la sta­gio­ne di una san­gui­no­sa «guer­ra di mafia» con cen­ti­na­ia di mor­ti tra i mem­bri dell' orga­niz­za­zio­ne e tra comu­ni cit­ta­di­ni ad essa del tut­to estra­nei (ter­ri­bi­li car­ne­fi­ci­ne sono sta­te per­pe­tra­te anche in pas­sa­to). È sta­ta, soprat­tut­to, la sta­gio­ne del­la sfi­da aper­ta alle isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che, del­la pre­te­sa non solo di «con­vi­ve­re» con lo Sta­to – pre­te­sa sto­ri­ca di tut­te le orga­niz­za­zio­ni mafio­se – ma di assu­me­re addi­rit­tu­ra un ruo­lo pre­va­len­te, di pri­ma­zia, di rove­scia­re, cioè, i rap­por­ti di for­za nel­le rela­zio­ni tra mafia e poli­ti­ca.

In que­sto con­te­sto così modi­fi­ca­to, Cosa Nostra ha pre­te­so di ave­re un ruo­lo nel­la fase di aggiu­di­ca­zio­ne degli appal­ti pub­bli­ci e non più solo in quel­la di ese­cu­zio­ne del­le ope­re, ha tute­la­to con ogni mez­zo i suoi uomi­ni posti al cen­tro del­la vita ammi­ni­stra­ti­va e poli­ti­ca del­la cit­tà di Paler­mo (come Vito Cian­ci­mi­no) e del pote­re eco­no­mi­co e finan­zia­rio sici­lia­no (come i cugi­ni Nino e Igna­zio Sal­vo) ed è inter­ve­nu­ta sen­za esi­ta­zio­ne con la vio­len­za più fero­ce con­tro la «poli­ti­ca del­le car­te in rego­la» di Pier­san­ti Mat­ta­rel­la e con­tro la pro­po­sta di leg­ge per l' intro­du­zio­ne del rea­to di asso­cia­zio­ne mafio­sa e per il seque­stro dei beni pre­sen­ta­ta da Pio La Tor­re

La gra­vi­tà del­la sfi­da mafio­sa è testi­mo­nia­ta innan­zi­tut­to dal­la lun­ga serie di omi­ci­di di uomi­ni del­le isti­tu­zio­ni che va dal 1977 fino alle stra­gi del 1992 a Capa­ci e via D' Ame­lio e a quel­le del 1993 a Roma, Firen­ze e Mila­no.

Cer­to, Cosa Nostra ave­va sem­pre avu­to un ruo­lo di gran­de rilie­vo a Paler­mo e nel­la Sici­lia occi­den­ta­le; era sta­ta capa­ce di tra­sfor­mar­si da mafia rura­le a mafia cit­ta­di­na del­la spe­cu­la­zio­ne edi­li­zia e del­le atti­vi­tà impren­di­to­ria­li; ave­va sem­pre godu­to di con­ni­ven­ze e col­lu­sio­ni in ogni stra­to del­la socie­tà. Non si può tut­ta­via nega­re l' ecce­zio­na­le sal­to di poten­za eco­no­mi­ca – e, per­ciò, di peri­co­lo­si­tà – deter­mi­na­to dal ruo­lo acqui­si­to in quel perio­do da Cosa Nostra nel traf­fi­co mon­dia­le degli stu­pe­fa­cen­ti, come part­ner pri­vi­le­gia­to tan­to dei for­ni­to­ri del­la mor­fi­na base (il Vici­no ed Estre­mo Orien­te, fino alla Thai­lan­dia), quan­to degli acqui­ren­ti, gra­zie ai suoi lega­mi con le fami­glie del­la Cosa Nostra ame­ri­ca­na.

Vi è un altro ele­men­to che cam­bia le rego­le del gio­co che per decen­ni ave­va­no visto Cosa Nostra ricor­re­re solo in casi del tut­to ecce­zio­na­li all' omi­ci­dio di uomi­ni del­le isti­tu­zio­ni. Mi rife­ri­sco al ter­ro­ri­smo poli­ti­co che ha insan­gui­na­to l' Ita­lia per tut­ti gli anni Set­tan­ta, con stra­gi (rima­ste in lar­ga misu­ra impu­ni­te) e con atten­ta­ti, spes­so mor­ta­li, a deci­ne di ser­vi­to­ri del­lo Sta­to ed espo­nen­ti del­le isti­tu­zio­ni.

Lo Sta­to, impe­gna­to nel­la lot­ta per la sal­vez­za del­la Repub­bli­ca con­tro il ter­ro­ri­smo ever­si­vo di matri­ce poli­ti­ca, spo­sta al Cen­tro-Nord le sue risor­se miglio­ri, ridu­cen­do di con­se­guen­za al mini­mo la pre­sen­za e l' atti­vi­tà repres­si­va al Sud. Spe­cie in Sici­lia e Cala­bria dove, si dice­va anche pub­bli­ca­men­te, la mafia avreb­be impe­di­to al ter­ro­ri­smo di attec­chi­re. Di ciò le mafie si sono ovvia­men­te avvan­tag­gia­te, anche a non tener con­to del­le richie­ste – ne esi­sto­no trac­ce pro­ces­sua­li – rivol­te alle orga­niz­za­zio­ni mafio­se negli anni del con­tra­sto al ter­ro­ri­smo poli­ti­co. E non è sen­za signi­fi­ca­to che il 1978 segni il pun­to più alto del­la sfi­da ter­ro­ri­sti­ca con l' omi­ci­dio Moro e anche l' avvio siste­ma­ti­co del­la stra­te­gia mafio­sa che pun­ta a eli­mi­na­re fisi­ca­men­te gli uomi­ni del­le isti­tu­zio­ni.

Né si può liqui­da­re que­sta stra­te­gia di Cosa Nostra con il ricor­so al ter­mi­ne «fol­lia» se si pen­sa che la lea­der­ship cor­leo­ne­se ha ret­to per alme­no trent' anni duran­te i qua­li, e fino all' ulti­mo, ha potu­to gode­re di com­pli­ci­tà e col­lu­sio­ni a ogni livel­lo, anco­ra oggi solo in par­te sve­la­te, anche se van­no ricor­da­te le deci­ne di sog­get­ti del­la cosid­det­ta «zona gri­gia» o «bor­ghe­sia mafio­sa» – alcu­ni anche in posi­zio­ni di gran­dis­si­mo rilie­vo – pro­ces­sa­ti e con­dan­na­ti in Sici­lia in que­sti anni per i loro lega­mi con Cosa Nostra. È vero inve­ce che in Sici­lia, sia pure con insuf­fi­cien­ze e ritar­di, lo Sta­to ha sapu­to rea­gi­re a que­sta sfi­da mor­ta­le.

Il pri­mo momen­to è costi­tui­to dal­la Leg­ge Rogno­ni-La Tor­re che nel 1982, assie­me alla pre­vi­sio­ne del seque­stro e con­fi­sca dei beni, intro­dus­se il rea­to di asso­cia­zio­ne per delin­que­re di tipo mafio­so. Altra tap­pa deci­si­va è costi­tui­ta dal maxi­pro­ces­so, con le dichia­ra­zio­ni di Tom­ma­so Buscet­ta (1984) che rup­pe­ro il mito dell' omer­tà for­nen­do – come osser­vò Gio­van­ni Fal­co­ne – il codi­ce per «leg­ge­re» Cosa Nostra.

Il maxi­pro­ces­so, inol­tre, sep­pe dimo­stra­re che lo Sta­to era in gra­do di pro­ces­sa­re e con­dan­na­re i mafio­si, infran­gen­do il muro del­le ripe­tu­te asso­lu­zio­ni per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Ter­zo momen­to, le stra­gi del 1992 e la rea­zio­ne che ne seguì. Mi rife­ri­sco ai pro­ces­si e alle con­dan­ne, alla cat­tu­ra dei gran­di lati­tan­ti, alla con­fi­sca dei patri­mo­ni ille­ci­ti e alla loro desti­na­zio­ne (anche) a fini socia­li, al mol­ti­pli­car­si dei col­la­bo­ra­to­ri di giu­sti­zia, alla con­sa­pe­vo­lez­za che si è venu­ta dif­fon­den­do in set­to­ri sem­pre più ampi del­la socie­tà di che cosa real­men­te fos­se la mafia e del­la neces­si­tà di con­tra­star­la anche fuo­ri dal­le aule di giu­sti­zia.

La cat­tu­ra di Pro­ven­za­no non è sta­ta il frut­to improv­vi­so e casua­le di un' ope­ra­zio­ne for­tu­na­ta, ma il risul­ta­to matu­ro di anni di inda­gi­ne e di pro­ces­si. Quell' arre­sto segna la fine del­la Cosa Nostra cor­leo­ne­se e del­la sua stra­te­gia di aggres­sio­ne fron­ta­le allo Sta­to.

Può dar­si che le inda­gi­ni ci diran­no un gior­no che Cosa Nostra si è rior­ga­niz­za­ta, ha recu­pe­ra­to le posi­zio­ni per­du­te e, maga­ri, ha impa­ra­to a sfrut­ta­re le oppor­tu­ni­tà offer­te dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne e dal­la finan­zia­riz­za­zio­ne dell' eco­no­mia: sarà comun­que una Cosa Nostra diver­sa da quel­la che abbia­mo cono­sciu­to negli ulti­mi quarant'anni.

La cri­si di Cosa Nostra ha lascia­to un vuo­to che è sta­to riem­pi­to dal­la ndran­ghe­ta, diven­ta­ta oggi la mafia più for­te, ric­ca, poten­te e peri­co­lo­sa. Un ruo­lo pre­mi­nen­te che la ndran­ghe­ta ha con­qui­sta­to pro­prio gra­zie a quel­le carat­te­ri­sti­che che Cosa Nostra non ha più sapu­to garan­ti­re, a comin­cia­re dall' asso­lu­ta affi­da­bi­li­tà eco­no­mi­ca e del­la sicu­rez­za, per l' assen­za di «tra­di­to­ri», ovve­ro di col­la­bo­ra­to­ri di giu­sti­zia con un cer­to spes­so­re.

Anche in que­sto caso, le enor­mi ric­chez­ze deri­van­ti dal traf­fi­co di stu­pe­fa­cen­ti han­no con­sen­ti­to alla ndran­ghe­ta di rag­giun­ge­re nuo­vi livel­li di pote­re cri­mi­na­le, for­se per­si­no inspe­ra­ti, appro­fit­tan­do al mas­si­mo del­la scar­sa atten­zio­ne dedi­ca­ta dal­lo Sta­to a una mafia da sem­pre con­si­de­ra­ta, con un imper­do­na­bi­le erro­re di valu­ta­zio­ne, espres­sio­ne di una socie­tà pove­ra e arre­tra­ta, chiu­sa nell' iso­la­men­to di una regio­ne sto­ri­ca­men­te esclu­sa dai gran­di cir­cui­ti eco­no­mi­ci e cul­tu­ra­li.

Que­sto ingan­ne­vo­le con­vin­ci­men­to è sta­to raf­for­za­to dal­la scel­ta – que­sta sì, luci­da – dei capi del­la ndran­ghe­ta di non unir­si alla stra­te­gia stra­gi­sta dei cor­leo­ne­si coi qua­li, pure, esi­ste­va­no rap­por­ti signi­fi­ca­ti­vi. La ndran­ghe­ta ha mol­te carat­te­ri­sti­che comu­ni anche alla mafia sici­lia­na. La pri­ma è la strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va fon­da­ta sia sul­la «fami­glia» di cui si entra a far par­te median­te ceri­mo­nie solen­ni, che com­pren­do­no un giu­ra­men­to e l' uso di for­mu­le ritua­li.

Vi è poi l' atten­zio­ne alla costru­zio­ne del «con­sen­so socia­le», pre­zio­so fat­to­re di accu­mu­la­zio­ne del pote­re mafio­so. Di fon­da­men­ta­le impor­tan­za è poi il siste­ma di rela­zio­ni che col­le­ga le mafie a sog­get­ti ad esse ester­ni. Sono pro­prio que­ste rela­zio­ni, com­po­nen­te fon­da­men­ta­le del «capi­ta­le socia­le» del­le orga­niz­za­zio­ni mafio­se, il loro vero pun­to di for­za poi­ché rap­pre­sen­ta­no il pon­te per sta­bi­li­re con­tat­ti e strin­ge­re pat­ti con le com­po­nen­ti più ele­va­te del­la socie­tà, quel­le dota­te di pote­re eco­no­mi­co, poli­ti­co o di altro gene­re.

La rela­zio­ne tra mafio­si e non mafio­si di rego­la non trae ori­gi­ne dal­la pau­ra indot­ta dall' uso del «meto­do mafio­so», ma è il frut­to di un pat­to di con­ve­nien­za che le par­ti con­trag­go­no per la rea­liz­za­zio­ne di reci­pro­che uti­li­tà, altri­men­ti non con­se­gui­bi­li. Così, anche le rela­zio­ni mafia-poli­ti­ca met­to­no in col­le­ga­men­to due mon­di sepa­ra­ti, ognu­no gover­na­to da rego­le pro­prie, spes­so tra loro incom­pa­ti­bi­li, e tro­va­no attua­zio­ne attra­ver­so accor­di i cui ter­mi­ni dipen­do­no dai rap­por­ti di for­za di un dato perio­do e per­ciò pos­so­no vede­re, alter­na­ti­va­men­te, la pre­va­len­za dell' uno o dell' altro con­traen­te.

Per il momen­to, non sem­bra che per que­sto siste­ma di rela­zio­ni si sia aper­ta una nuo­va fase, anche se risul­ta­no rap­por­ti sem­pre più fre­quen­ti tra orga­niz­za­zio­ne mafio­sa e ammi­ni­stra­to­ri loca­li, sia per­ché da que­sti ulti­mi dipen­de ormai l' uso di buo­na par­te del­le risor­se pub­bli­che, sia per­ché sono «aggan­ci» meno rischio­si di quel­li con poli­ti­ci di livel­lo nazio­na­le, ogget­to di cre­scen­te atten­zio­ne da par­te del­la pub­bli­ca opi­nio­ne.

In que­st' ulti­mo decen­nio, lo Sta­to ha com­piu­to pas­si impor­tan­ti anche nel con­tra­sto alla ndran­ghe­ta. Fon­da­men­ta­li, per l' affi­na­men­to dell' ana­li­si sul­la ndran­ghe­ta, sono le risul­tan­ze dell' inda­gi­ne «Cri­mi­ne-Infi­ni­to» con­dot­ta in stret­ta col­la­bo­ra­zio­ne dal­la Dire­zio­ne distret­tua­le anti­ma­fia di Reg­gio Cala­bria e di Mila­no. Sol­tan­to dopo il luglio 2010, infat­ti, i giu­di­ci han­no deli­nea­to, in ter­mi­ni di novi­tà, la strut­tu­ra del­la ndran­ghe­ta, qua­li­fi­can­do­la per la pri­ma vol­ta come orga­niz­za­zio­ne (di tipo mafio­so) ten­den­zial­men­te uni­ta­ria e dota­ta di un orga­ni­smo di ver­ti­ce deno­mi­na­to Cri­mi­ne o Pro­vin­cia, sic­ché essa non va più vista in manie­ra par­cel­liz­za­ta come un insie­me di cosche loca­li, di fat­to scoor­di­na­te.

Que­sta uni­ta­rie­tà fa pie­na­men­te sal­va la per­si­sten­te auto­no­mia cri­mi­na­le del­le strut­tu­re ter­ri­to­ria­li (ivi com­pre­se quel­le ope­ran­ti nel Nord Ita­lia, la cosid­det­ta «Lom­bar­dia» in pri­mis).

L' altra carat­te­ri­sti­ca di gran­de inte­res­se emer­sa dal­le inda­gi­ni degli ulti­mi anni è l' esi­sten­za del­la Pro­vin­cia, orga­no di ver­ti­ce che ha natu­ra col­le­gia­le e deli­be­ra a mag­gio­ran­za. È di tut­ta evi­den­za, come con­fer­ma l' espe­rien­za di Cosa Nostra, che l' uni­ta­rie­tà e la pre­sen­za di un orga­ni­smo di ver­ti­ce aumen­ti­no la for­za e la peri­co­lo­si­tà dell' asso­cia­zio­ne mafio­sa. E in una spi­ra­le di cre­sci­ta cri­mi­na­le, alla mag­gior for­za eco­no­mi­ca e mili­ta­re del­la ndran­ghe­ta cor­ri­spon­de anche la sua mag­gio­re capa­ci­tà di svi­lup­pa­re il siste­ma del­le rela­zio­ni ester­ne cui si aggiun­ge un ulte­rio­re ele­men­to di for­za, sco­no­sciu­to alle altre mafie tra­di­zio­na­li: l' espan­sio­ne al di fuo­ri del­le regio­ni di ori­gi­ne.

Si trat­ta del model­lo di espan­sio­ne del­le strut­tu­re del­la ndran­ghe­ta, quel­lo del­la «colo­niz­za­zio­ne», che, sot­to que­sto spe­ci­fi­co pro­fi­lo, la dif­fe­ren­zia da ogni altra orga­niz­za­zio­ne mafio­sa. Infat­ti, la ndran­ghe­ta, quan­do si espan­de fuo­ri dal­la Cala­bria, non si limi­ta a costi­tuir­vi pun­ti di rife­ri­men­to sog­get­ti­vi e maga­ri tem­po­ra­nei per rea­liz­za­re spe­ci­fi­ci inte­res­si cri­mi­na­li, ma espor­ta la pro­pria strut­tu­ra orga­niz­za­ti­va e, con essa, anche quel siste­ma rela­zio­na­le attra­ver­so cui è in gra­do, anche fuo­ri dal ter­ri­to­rio cala­bre­se, di rag­giun­ge­re pez­zi di impren­di­to­ria, libe­re pro­fes­sio­ni, poli­ti­ca, pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne.

Lo dimo­stra­no i dati di una recen­te ricer­ca: negli ulti­mi die­ci anni, la Dire­zio­ne distret­tua­le di Mila­no ha inda­ga­to 760 per­so­ne per asso­cia­zio­ne mafio­sa, tra i qua­li 129 impren­di­to­ri. Le con­dot­te asso­cia­ti­ve accer­ta­te han­no riguar­da­to atti­vi­tà cri­mi­na­li (51%), ma anche il con­trol­lo ille­ga­le di atti­vi­tà eco­no­mi­che leci­te per un signi­fi­ca­ti­vo 49%. Mol­to più arti­co­la­ta è inve­ce la situa­zio­ne di Roma e del Lazio. Per arri­va­re alla scon­fit­ta del­le mafie, è essen­zia­le che i cit­ta­di­ni – tut­ti, di ogni par­te del Pae­se -, resi con­sa­pe­vo­li di que­sta «peri­co­lo­si­tà», non ceda­no a cal­co­li di con­ve­nien­za e non si rifu­gi­no nel­la como­da con­vin­zio­ne che «qui (cioè fuo­ri dal­la Cam­pa­nia, dal­la Cala­bria e dal­la Sici­lia) la mafia non esi­ste e non può esi­ste­re».

Peral­tro, nel­la inter­pre­ta­zio­ne del­la Cas­sa­zio­ne, tra gli ele­men­ti neces­sa­ri per inte­gra­re il rea­to di asso­cia­zio­ne di tipo mafio­so non figu­ra­no né la neces­si­tà di un gran nume­ro di affi­lia­ti, né una quo­ti­dia­na mani­fe­sta­zio­ne di atti di vio­len­za, né il con­trol­lo qua­si mili­ta­re del ter­ri­to­rio. Que­sti ele­men­ti sono sì sin­to­ma­ti­ci dell' uso del meto­do mafio­so, ma non ne esau­ri­sco­no cer­to il con­te­nu­to. Ciò che vera­men­te rile­va, è piut­to­sto la capa­ci­tà di ricor­re­re alla vio­len­za per crea­re assog­get­ta­men­to, inti­mi­da­zio­ne e omer­tà, in vista di fini sia leci­ti che ille­ci­ti, uni­ta alla con­sa­pe­vo­lez­za che di tale capa­ci­tà risul­ta acqui­si­ta in un pre­ci­so con­te­sto: un ambien­te che non deve neces­sa­ria­men­te esse­re geo­gra­fi­co, ma può anche esse­re socia­le.

Tan­to al Cen­tro-Nord, dove le mafie sono ovvia­men­te più debo­li, quan­to al Sud, dove la repres­sio­ne è più pron­ta ed effi­ca­ce, ormai da anni le orga­niz­za­zio­ni mafio­se cer­ca­no di evi­ta­re atti vio­len­ti ecla­tan­ti, con­sa­pe­vo­li che que­sti allar­ma­no l' opi­nio­ne pub­bli­ca e atti­ra­no l' atten­zio­ne di poli­zia e magi­stra­tu­ra. Meglio ricor­re­re alla cor­ru­zio­ne, che non è di per sé rive­la­tri­ce del­la pre­sen­za mafio­sa e che, però, favo­ri­sce quel­la mesco­lan­za tra mon­do mafio­so e mon­do «altro» che, come ben sape­va Pro­ven­za­no, è alla base del­la for­za del­le mafie.

Anzi, un ele­men­to di novi­tà emer­so dal­le inda­gi­ni è il fat­to che l' atti­vi­tà cor­rut­ti­va diven­ta essa stes­sa stru­men­to e mani­fe­sta­zio­ne dell' inti­mi­da­zio­ne mafio­sa. C' è dun­que un nuo­vo atteg­giar­si del rap­por­to mafia-cor­ru­zio­ne cer­ta­men­te meri­te­vo­le di ulte­rio­ri appro­fon­di­men­ti, dato che potreb­be esse­re que­sto uno dei temi-chia­ve dei pros­si­mi anni.

Resta un ulti­mo ele­men­to mol­to impor­tan­te da sot­to­li­nea­re. Come rile­va anche lo stu­dio­so Isa­ia Sales, è cam­bia­ta la per­ce­zio­ne del­la mafia nel­la pub­bli­ca opi­nio­ne, soprat­tut­to nel­la socie­tà civi­le meri­dio­na­le. Fino a non mol­to tem­po fa «mafia» non coin­ci­de­va affat­to con «cri­mi­na­li­tà»: si pote­va esse­re mafio­so sen­za sen­tir­si né esse­re con­si­de­ra­ti delin­quen­ti.

Oggi un mafio­so è con­si­de­ra­to un assas­si­no e un delin­quen­te. È un cam­bia­men­to di fon­da­men­ta­le impor­tan­za che man mano ero­de­rà il con­sen­so del­le mafie e aiu­te­rà a con­tra­star­le. Sul pia­no del­la repres­sio­ne, ma anche in tut­ti gli altri ambi­ti del­la nostra vita, a comin­cia­re da quel­lo cul­tu­ra­le ed edu­ca­ti­vo. Cer­to, mol­to resta anco­ra da fare. E però dob­bia­mo anche guar­da­re indie­tro e vede­re quan­to, a un prez­zo spes­so trop­po alto, sia sta­to fat­to.

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