Massoneria, lungo l’asse Calabria-Liguria

Casadellalegalita.info LE LOGGE della comunione “Muscolo” retta da Muscolo Pietro veniva indicata nella sua ampia articolazione anche dalla Commissione Parlamentare Antimafia, in una propria relazione ove si approfondivano le cointeressenze tra mafie e massoneria. La "comunione" massonica facente capo a Muscolo, a cui facevano riferimento molteplici Logge massoniche, aveva la propria maggior espansione in Calabria, pur essendo il Muscolo un professionista, avvocato, operativo a Genova. Nell'archivio Muscolo – come risulta sempre dagli Atti della Commissione Parlamentare Antimafia [vedi qui l’estratto] – sono stati infatti rivenuti i documenti relativi a sei logge di Cosenza, quattro di Catanzaro, cinque di Reggio Calabria… Logge sparse in quasi tutta Italia, dall’Emilia Romagna alla Basilacata, e poi a Roma… quella capitale dove forti erano, già negli anni Settanta, i legami della ndrangheta con il mondo dei “professionisti” e della politica, soprattutto attraverso gli ambienti massonici, ed in particolare grazie all’opera del massone CafariVincenzo – che abbiamo già incontrato -, fortemente legato ai Piromalli, De Stefano, Mammoliti, ma anche punto di riferimento e di servizio per gli Avignone, D’Agostino e Raso-Gullace-Albanese… Il Muscolo Pietro – come già si era evidenziato pubblicamente a seguito di testimonianze raccolte – aveva un consolidato legame con il boss della ndrangheta Fazzari Francesco, già strettamente legato ai Rampino – allora“reggenti” della ndrangheta in Liguria – ma soprattutto alla cosca Gullace-Raso-Albanese, con cui vi è stato un vero e proprio “imparentamento” attraverso il matrimonio della figlia (e sodale) Fazzari Giulia con il Gullace Carmelo, a cui erano legati molteplici masso-ndranghetisti attivi nel savonese quali il D’Agostino Giuseppe (poi arrestato in Lombardia per l’operazione antimafia relativa al condizionamento del voto alle elezioni regionali a favore dell’assessore Zambetti) e Filippone Francesco (strettamente collegato al clan Teardo). Il Fazzari Francesco era ospite abituale, in quanto amico, della Villa del Muscolo a Sassello, ove, tra l’altro, i lavori di miglioria vennero proprio affidati dal Muscolo al Fazzari Francesco che li fece eseguire dal fratello Salvatore. Nella vecchia villa del Fazzari, a Borghetto S.Spirito, accanto a quella che è conosciuta come “Cava dei Veleni”, in mezzo ad montagna di documentazione abbandonata – dopo lo sgombero a seguito delle denunce della Casa della Legalità -, è stato rinvenuto, anche abbastanza rovinato, un libro che venne donato dal Muscolo al Fazzari Francesco – foto a lato – dal titolo “La ricerca della volontà omicida”. A Genova la rete massonica che faceva capo a Muscolo Pietro era comunque di forte peso. Contava 14 Logge. Tra queste la “FORTIS”. La Loggia dei Mamone, così come emerso pubblicamente, si era la “FORTIS”, con sede a Fegino. Della Loggia con sede a Fegino, come già reso noto, facevano parte i diversi componenti della famiglia Mamone (“clan Mamone” nell’Informativa “OLIMPO” redatta dalla DIA nel 1994 per la DDA di Reggio Calabria, con cui venivano mappate tutte le ramificazioni in Italia ed all’estero dell’organizzazione ndranghetista). Vi erano, ad esempio, Mamone Luigi, Mamone Vincenzo e Mamone Gino, ed anche i parenti stretti come Capalbo Pietro, ed emergeva una profonda sovrapposizione degli iscritti alla loggia appartenenti o legati alla famiglia Mamone con la CONFAPI, associazione delle piccole e medie imprese. Su questo particolare aspetto, oltre ad un breve approfondimento sui legami ndrangheta e massoneria, la Casa della Legalità aveva anche sintetizzato questa netta sovrapposizione con CONFAPI in un apposito schema, che evidenziava varie correlazioni della stessa struttura con altri soggetti ben noti, tra cui i Raschellà, arrestati con i Mamone nell’ambito dell’operazione “ALBATROS”: schema confapi intrecci E’ da richiamare il fatto che la Casa della Legalità, nel 2005 – ovvero ben prima che emergesse l’appartenenza massonica dei Mamone alla Loggia FORTIS (chiusa, a quanto risulta pubblicamente, dopo l’emergere dei fatti riguardanti i Mamone) – aveva indicato, per le dichiarazioni dell’ex moglie di Mamone Vincenzo [vedi qui], non solo l’appartenenza di quest’ultimo alla Massoneria, ma anche i rapporti dei Mamone con il noto Gelli Licio della Loggia massonica P2 ed al centro anche di quel progetto eversivo indagato dalla DIA, nell’inchiesta denominata “SISTEMI CrimiNALI”, relativa al piano di destabilizzazione dello Stato che aveva visto contatti e progetti comuni tra organizzazioni mafiose (in particolare Cosa Nostra ed ndrangheta), esponenti dell’estrema destra eversiva, logge massoniche, settori deviati dei Servizi e movimenti separatisti e leghisti, come la Lega Nord  Proprio a questo proposito non può essere tralasciato il fatto che se tra i protagonisti di quel “piano eversivo”, sviluppatosi in Italia nei primi anni Novanta, ed attentamente indagato dalla DIA, vi erano i De Stefano, la potente cosca di Reggio Calabria con pesanti e radicate ramificazioni in tutto il Paese. Cosca e ramificazioni che sono emersi, dirompenti, anche nella più recente inchiesta “BREAKFAST” della DDA di Reggio Calabria per le attività di riciclaggio promosse comunemente al tesoriere della LEGA NORD, Belsito Francesco. Dall’indagine e dallo stesso interrogatorio del Belsito – che come Casa della Legalità si è già avuto modo di ricordare parlando dell’On. Chiappori – è emerso non soltanto che Belsito operasse con esponenti legati alla cosca De Stefano, come ad esempio il noto GirardelliRomolo, ma che lo stesso Girardelliemergeva come fortemente legato anche al Pleba Ermanno (e con questi ai Giacomazzi dell’omonima nota immobiliare genovese), su cui erano documentate le consolidate cointeressenze proprio con la famiglia Mamone. L’inchieste che porta al Girardellied a Genova è un’inchiesta lontana nel tempo, della DDA di Reggio Calabria. Correva l’anno 1999. In questa emergeva la figura di Canale Vittorio Antonio, latitante in Francia, tra la cittadina di Aix en Provence e Montecarlo. Esponente di primo piano e di assoluto spessore Criminale della già citata cosca De Stefano . Tra i più attivi soggetti che hanno operato per favorire la latitanza di Fazzalari Salvatore che poi però venne arrestato a Genova. Allora, la DDA di Reggio Calabria, aveva infatti ricostruito nel dettaglio quella rete che promuoveva il grande riciclaggio dei De Stefano attraversomolteplici operazioni finanziarie internazionali che vedeva la partecipazione di altri ndranghetisti di spessore quale il Fazzari Vincenzo, così come anche di esponenti di Cosa Nostra quali ad esempio quelli del clan Pillera-Capello-Miano). Quella stessa inchiesta che vedeva il rapporto con i Marsigliesi. Canale era fulcro di questa rete di professionisti al servizio del riciclaggio del denaro sporco, che vedeva sulla piazza di Genova, operare anche il Martino Paolo (indicato anche dal collaboratore di giustizia Oliverio), altro esponente di primo piano della cosca De Stefano. Tornando invece al Muscolo, si deve rammentare quanto emerso con l’Operazione della polizia giudiziaria (aprile-maggio 1983) presso la Grande Loggia nazionale dei liberi muratori – GOI, obbedienza di piazza del Gesù, all’epoca presieduta proprio da Muscolo Pietro. Fatti contenuti negli Atti della Commissione d’Inchiesta sulla P2. Già per poter accedere agli uffici, la Polizia Giudiziaria non ebbe vita facile. Dal verbale del 28 aprile 1983: «Previo ininterrotto piantonamento, venivano eseguite ricerche tramite l’amministratore dello stabile che consentiva il rintraccio dell’avv. Muscolo di Genova,…, il quale faceva presente di non essere in possesso delle chiavi che, a suo dire, deteneva l’avv. Antonio Sica residente in Roma. Contattato quest’ultimo legale faceva presente a sua volta che le chiavi dell’appartamento in questione erano detenute da tale dott. Gualtieri di Crotone [farmacista in Crotone, ndr]…». Tra il materiale sequestrato, oltre a registri della gran loggia; i Decreti emessi dal Pietro Maria Muscolo; documentazione su nomine, pagamenti, corrispondeva, manoscritti; i fascicoli relativi a diverse Logge di Roma e documenti inerenti composizione ed organismi relativi a Liguria, Calabria e Toscana. L’avv. Muscolo proTestava fortemente per le attività di controllo poste in essere dalla Commissione d’Inchiesta sulla P2 ed affermava, telefonicamente, come risulta a verbale, che «La motivazione a corredo del grave atto di riduzione della libertà Costituzionale riconosciuta ai cittadini è assolutamente carente se non nulla…» [vedi qui]. Sulla base dei documenti sequestri emerge il nominativo del palermitano Crimi Miceli Giuseppe e su proprio su questo soggetto la Commissione d’Inchiesta non sorvola e nei verbali della discussione si legge: «Miceli Crimi figura in un piè di lista della comunione di Pietro Muscolo; dal 1978 è in contatto con CAMEA; nel 1979 incontra Gelli nell’ambito di un tentativo di unificazione. Uomini del CAMEA aiutano Sindonadurante il suo soggiorno palermitano; impossibile ricostruire la storia di questo centro di attività massonica che nasce, si divide, si riunifica, si riallontana da piazza del Gesù…». Ma andiamo oltre. La Liguria, come la Calabria, è terra dove è forte e radicato sia il potere massonico sia quello ndranghetista. Così come l’intreccio tra massoneria e ndrangheta è perverso, duraturo ed ancora attuale, anzi: attualissimo. Non vi sono solo gli elementi richiamati in questo breve riepilogo. Vi è soprattutto quanto emerso in modo inconfutabile dall’inchiesta (anche questa agli atti della Commissione d’Inchiesta P2 e su cui già si è perlato e scritto – vedi qui l’estratto dagli Atti) su Teardo Alberto ed il suo clan. Un appartenenza massonica conclamata, attraverso un reticolo di Logge ufficiali e di Logge “coperte” in terra di Liguria, soprattutto nel savonese, ed anche per il legame diretto con la Loggia P2. Emergeva anche un parallelo legame, saldo e conclamato, di questo ambiente con quello della ndrangheta. Già allora emergeva la figura del Fameli Antonio, uomo della potente cosca dei Piromalli, operante nell’ambito del ponente savonese, in stretto contatto con il Fazzari Francesco, il Gullace Carmelo ed i suoi uomini. Emergevano, come detto, le figure di D’Agostino e soprattutto di Filippone, parente, socio e sodale del Gullace Carmelo, che conquistava dalla rete di Teardo gli appalti delle case popolari tra imperiese e savonese. E poi ancora il legame e le cointeressenze anche societarie tra il costruttore teardiano Nucera Giovanni con il Fazzari Francesco. Rapporti e cointeressenze che continueranno a permanere anche negli anni più recenti, in alcuni casi con gli stessi protagonisti di allora, ed in altri, invece che hanno visto e vedono come protagonisti ed attori i figli, come nel caso del Nucera Andrea con gli uomini legati alla cosca Gullace-Raso-Albanese. Allora Teardo comprava i voti dalla ndrangheta, per tramite del MarcianòGiuseppe e dei Mafodda, e per accordo con l’allora vertice della ndrangheta di Ventimiglia composto da Morabito Ernesto, MarcianòFrancesco e Palamara Antonio. Legame ndrangheta – massoneria, quindi, nel concreto condizionamento politico ed istituzionale anche in terra imperiese, così come a Genova, dove Teardo governava, quale Presidente della Regione Liguria. Passano gli anni e nonostante le condanne al Teardo ed ai suoi più stretti collaboratori, nulla cambia. Ciò che viene fermato non è questo sistema, bensì le inchieste. Altri attori di quel tempo, uomini di Teardo, come uomini della P2 e della ragnatela di logge savonesi, hanno continuato nel loro inserimento nell’ambito politico. Due esempi: Testa Mauro, fedele uomo di Teardo, oggi è “vanto” del PD di Albenga come iscritto e dirigente; Fossa Michele già iscritto alla P2, già uomo di Teardo, è tra i dirigenti del PD genovese. Non è un caso, tra l’altro, che proprio dalla Calabria emergano sempre, costanti, elementi in merito a questo legame massoneria – ndrangheta. E’ emerso, ad esempio, proprio in riferimento agli esponenti della potente cosca dei Gullace-Raso-Albanese nell’inchiesta “SAGGEZZA”, che ha visto identificare, dalla DDA di Reggio Calabria, la struttura della ndrangheta denominata “CORONA”, dove tra i protagonisti di primo piano operava il fratellastro del Gullace Carmelo, il Raso Giuseppe detto “avvocaticchio”, già capo-locale di Canolo, affiancato dal Gullace Francesco, fratello del Carmelo. Proprio la “CORONA” aveva tra le proprie finalità quel “vitale” rapporto con la massoneria. Si chiama “SANTA” la dote degli ndranghetisti affiliati alla massoneria. Soggetti che hanno anche la facoltà di dialogare con pezzi dello Stato, da Forze dell’Ordine a Magistrati, senza correre il rischio di violare le “regole” della ndrangheta. Possono perché tali rapporti siano funzionali agli interessi dell’organizzazione ndranghetista. Anche questo elemento è noto da tempo, attraverso molteplici inchieste giudiziarie e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Così come dalle nuove inchieste emergono sempre maggiori elementi sulla contiguità e complicità tra pezzi delle Istituzioni ed ndrangheta. Non esiste quasi più inchiesta antimafia che colpisca la ndrangheta dove non campaiano anche (e sempre più spesso) “concorrenti esterni”, così come anche agenti infedeli dello Stato. Spesso uomini delle Forze dell’Ordine ed in diversi casi anche Magistrati. Citiamone due. L’inchiesta della DDA di Milano sui Lampada-Valle (attivi tra Calabria e Lombardia) ha fatto emergere entrambi i rapporti di complicità, facendo finire in carcere e poi anche a condanna il Giudice Giglio Giuseppe Vincenzo. Dall’inchiesta “LA SVOLTA” sulla ndrangheta dell’estremo ponente ligure, MarcianòGiuseppe (capo-locale di Ventimiglia con Palamara Antonio) da un lato era terrorizzato dal riemergere di quelle carte dell’inchiesta su Teardo e Massoneria che sperava sepolte e dall’altro si preoccupava fortemente dell’arresto del Presidente del Tribunale di Imperia (e già prima di quello di Sanremo) Boccalatte Gianfranco. Da questa stessa inchiesta della DDA di Genova sono emersi anche i molteplici rapporti di complicità e collusione di diversi agenti delle Forze dell’Ordine, tra cui quel Palermo Salvatore recentemente (indegnamente) premiato con onorificenza dalla Presidenza della Repubblica. Tornando al punto si deve considerare che il solido legame ndrangheta – massoneria veniva ampiamente documentato già nel 1994 nell’Informativa della DIA denominata “OLIMPO” [vedi qui ampio estratto sul tema]. Oggi sono le molteplici inchieste della DDA di Reggio Calabria che stringono il cerchio su quel“livello superiore” dell’organizzazione ndranghetista, che spesso (per non dire praticamente sempre) corre proprio lungo l’asse di congiunzione tra le due “comunioni”, quella massonica e quella ndranghetista. Svolta importante che segna questa nuova stagione di contrasto messa in atto dall’Antimafia è certamente il processo “META” [vedi qui la sentenza] dove è stato riconosciuto l’impianto accusatorio che punta dritto a quel “livello superiore”della ndranghetache è lo stesso che vede la sovrapposizione alla rete massonica. L’impianto accusatorio del PM Lombardo tiene e porta alla condanna del gotha della ndrangheta di Reggio Calabria, individuando proprio quel “livello superiore” dell’organizzazione «avente autonomia funzionale, strutturale e organizzativa, composta dai vertici delle cosche cittadine più potenti, con a capo De Stefano Giuseppe, in qualità di “Crimine”, universalmente riconosciuto, in grado di imporre regole da tutti condivise e rispettate, di dare stabilità, di intervenire con potere coercitivo, nonché di rapportarsi con le istituzioni, la massoneria e la politica, i cui collegamenti in questo processo sono emersi allo stato embrionale e sono in corso di esplorazione investigativa in altri procedimenti». Elementi di conoscenza oggi disponibili grazie all’incrocio di quanto emerge dalle diverse manovre ivestigative e dai diversi procedimenti coordinati dalla DDA di Reggio Calabria e che può contare su solide e riscontrate dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno dimostrato la propria affidabilità. E se veniamo ai fatti di questi giorni si trova l’ennesima conferma su questo “livello superiore”. Questa volta emerge dall’ultima maxi inchiesta della DDA di Catanzaro che ha portato al Fermo disposto alla rete facente capo al boss GRANDE (luntrune) ARACRI Nicolino. Un’inchiesta che porta anche in Liguria, oltre che al territorio calabrese e dell’Emilia occidentale (con l’Operazione “AEMILIA” della DDA di Bologna). Con questa nuova inchiesta torniamo nel Porto di Imperia del duo SCAJOLA-CALTAGIRONE (vedi qui), arriviamo alla rete del “livello superiore” a servizio del sodalizio ndranghetista (vedi qui) ed arriviamo direttamente alla Massoneria. Intercettati, i masso-ndranghetisti, nella casa di GRANDE (luntrune) ARACRINicolino parlano proprio di Massoneria. Di “Massoneria di Genova”… Chi ne parla non sono ndranghetisti qualunque. E’ direttamente GRANDE (luntrune) ARACRI Nicolino, capo indiscusso della famiglia di Cutro che ha costruito – indisturbato – nei decenni il proprio feudo di proiezione sul nord Italia, nell’ Emilia occidentale, tramutata in “colonia”. Lo fa parlandone con il vertice del “locale” di Belvedere Spinello (che ha pesanti interessi e ramificazioni in Liguria, tra Genova e La Spezia, soprattutto per quanto concerne il traffico di droga)… Il Nicolino parla infatti con Sabatino e Agostino MARRAZZO, del clan MARRAZZO – OLIVERIO – IONA. Sabatino MARRAZZO è esponente di vertice di quel locale di Belvedere Spinello di cuiera anche stato il contabile, lasciando poi tale carica a OLIVERIO Carlo, vecchio ndranghetista già condannato a decenni di carcere ed attivo tra tra Calabria e Lombardia. Era 11.09.2012 quando, nell’abitazione di Cutro del boss viene intercettato GRANDE ARACRI Nicolino, MARRAZZO Agostino, MARRAZZO Sabatino Domenico insieme ad un’altro soggetto. Ad un certo punto gli investigatori sentono il Nicolino che afferma: «sai che non puoi entrare nella loggia tu?…inc…(ndr breve pausa di silenzio)…però sotto…la Massoneria di Genova…inc… […omissis…] io diciamo…ho avuto la fortuna…diciamo…di capire certe cose…sia dei Templari…sia dei Cavalieri Crociati…di Malta…la Massoneria di Genova…ho avuto la fortuna…inc…». E poi ancora, parlando della Loggia di appartenenza: Sabatino MARRAZZO «noi l’abbiamo a Crotone e l’abbiamo a Rocca di Neto», Nicolino GRANDE ARACRI«e si però…Crotone è proprio…inc…», Sabatino MARRAZZO «no…no…Crotone…con i personaggi…», Nicolino GRANDE ARACRI«mentre Catanzaro…inc…», Sabatino MARRAZZO«la nostra fa parte di Vibo…Vibo Valentia…inc…», Nicolino GRANDE ARACRI «mentre Catanzaro è collegata con Cosenza…», Sabatino MARRAZZO «va bene…con Catanzaro e proprietario di Cosenza…però…io…siccome ho partecipato… a centinaia di… di riunioni… dei Massoni di Cosenza… oggi…tre quattro…Nicò…che sono… in trenta paesi… sono quelli…quelli buoni…», Nicolino GRANDE ARACRI «voi siete iscritti alla Prefettura…alla Prefettura di Crotone?», Sabatino MARRAZZO «alla Questura di…Vibo Valentia…» (…) Agostino MARRAZZO «invece sono registrato a quella di Crotone…». Quindi, da quel che si comprende, se si avevano problemi per iscriversi alla Massoneria, si poteva passare dalla Massoneria di Genova… Ecco che il quadro, di questo perverso rapporto tra le parti peggiori delle due regioni, si definisce con maggiore, eloquente, chiarezza. Inchiesta dopo inchiesta, quindi, non solo si comprendono sempre di più gli interessi specifici perseguiti dagli ndranghetisti (come le costruzioni dei porti o dei parchi eolici, così come quelli nell'abito della sanità, oltre ai settori più tradizionali noti), ma anche quelle reti di relazioni e cointeressenze, come quelle dentro ed attraverso la massoneria, che delineano sempre di più quel “corpo riservato” della ndrangheta, composto da uomini delle Istituzioni, esterni all'organizzazione (ovvero non “battezzati” come affiliati), ma pienamente concorrenti ai piani ed obiettivi di rafforzamento dell'organizzazione ndrangheta, di cui proprio il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, già a capo del locale di Belvedere Spinello, ha parlato agli inquirenti e, non a caso, proprio con riferimento principale alla Calabria ed alla Liguria. Ed in terra di Liguria se, come si accennava, diversi uomini della massoneria, di quella massoneria che fa tandem con la ndrangheta, ha diretti rapporti e ruoli nel blocco politico che fa capo a BURLANDO Claudio, molteplici dei massoni legati a SCAJOLA Claudio, in terra savonese ed imperiese, sono quelli collocati in posti chiave, a partire da MONTALDO Silvano che abbiamo già incontrato più volte (non ultima la vicenda Porto di Imperia) o, per fare un altro esempio il potente avvocato MARSON Paolo. In Liguria, così come in Calabria, l'ambiente massonico conta una radicata ragnatela di politici e funzionari dentro a quelle Pubbliche Amministrazioni che tanto si sono mostrate disponibili verso le imprese ed attività perseguite e promosse dai Gullace-Fazzari e sodali, passando dal collegato Nucera, sino a quelle dei FOTIA emanazione, agli Atti di molteplici inchieste e rapporti investigativi, a Savona della potente cosca dei Morabito-Palamara-BRUZZANITI, come anche quelle degli STEFANELLI-GIOVINAZZO ed affini in terra di Varazze. Altro capitolo è poi quello dell'imperiese e del levante ligure, dal Tigullio sino alla provincia di La Spezia ove ha decisivo ruolo, per le ottime entrature Istituzionali quella Massoneria della Lunigiana, che vede il proprio territorio di influenza, accavallarsi a quello della ndrangheta, con caposaldo in quella terra di Sarzana, dei ROMEO-SIVIGLIA (e collegati). Vi è poi il ruolo, non secondario, rappresentato della terra d'oltralpe per i “fratelli” massoni. E' qui, oltre il confine di Ventimiglia, che soprattutto i politici liguri frequentano le Logge, si incontrano e stringono accordi, così da vedere ancora più protetta la propria appartenenza al sodalizio riservato. Ed oltre confine abbiamo Montecarlo, dove sempre di più appare sussistere l'esistenza di un vero e proprio “locale” della ndrangheta ed ove, certamente, sono emersi costanti frequentazioni ed interessi degli esponenti della ndrangheta dell'estremo ponente ligure. Oltre confine è emersa, ancora una volta, la “rete” di SCAJOLA Claudio (a partire dal Dirigente della filiale CARIGE a Nizza, quel PIPPITONE Paolo che ha visto la propria struttura al centro dei pesantissimi rilievi della Banca d'Italia per le leggerezze dimostrate in materia di antiriclaggio), così come anche quella dei coniugi MATACENA-RIZZO (con capolino all'Ambasciata). La Costa Azzurra è terreno di latitanza sicura per gli ndranghetisti da sempre. Qui sono stati individuati latitanti di primo piano della ndrangheta: LIBRI Domenico, Canale Vittorio, MACRÌ Eugenio Angelo, CALABRÒ Giuseppe, De Stefano Paolino, Gullace Carmelo come anche FACCHINERI Luigi, per citarne alcuni. E se è terra di latitanza significa che quello è territorio dove le reti di relazione e cointeressenze, contiguità e complicità, della ndrangheta sono forti. Ed in questo intreccio, se emergono anche i rapporti con prelati delle Diocesi liguri e del Vaticano, trovano anche assoluta “invisibilità” uomini dello Stato. Quei servitori infedeli dello Stato che nel quotidiano operano negli Apparati e nelle Istituzioni, dai Servizi alle Forze dell'Ordine, dai vari settori di controllo sin dentro la Magistratura, compromettendo il lavoro della parte sana dello Stato ed agevolando i poteri Criminali. Uomini dello Stato, accanto ad ndranghetisti, esponenti del mondo politico, imprenditoriale e del potere finanziario, uniti nel vincolo della "comunione" massonica. E' questo il punto debole dello Stato che è punto di forza della ndrangheta. E' quel legame che occorre una volta per tutte far emergere ed estirpare.

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