MOMMO TRIPODI, ESEMPIO RARO E STRAORDINARIO
di Francesco Forgione

Francesco Forgione Quotidiano del Sud VIVIAMO un tempo di grandi tumulti e profondi sconvolgimenti continua a pagina 29 nella vita sociale e in quella pubblica. Il passato, anche quello più recente, guardato con le lenti dell’oggi, ci appare sempre più lontano, persino remoto; del futuro non si scorge un orizzonte. E’ come se, con la fine delle vechie certezze e la crisi degli ideali che hanno accompagnato le speranze, le lotte, le passioni di milioni di donne e uomini nel vecchio secolo, stia crollando un intero mondo e con esso la possibilità stessa di cambiarlo verso un orizzonte di liberazione, giustizia e uguaglanza. Quando mi è giunta la notizia della scomparsa di Mommo Tripodi non ho potuto che pensare a questo, a cosa ha significato per milioni di donne e di uomini la storia delle lotte per l’emancipazione e la liberazione degli oppressi e che protagonisti straordinari ha offerto a questo movimento in nostro Mezzogiorno e la Calabria. In un Paese sempre più senza memoria, la vita e la biografia di Mommo andrebbero raccontate nelle scuole: dalle campagne dove lavorava come bracciante a dirigente sindacale della Federbraccianti e della Cgil, fino a deputato e senatore della Repubblica. La sua scuola e la sua università sono state il Partito comunista e il movimento per il riscatto sociale del Sud, che Mommo non separava mai dalla lotta per la liberazione dal potere mafioso. Senza titoli di studio, Mommo è stato un raro e straordinario esempio di intellettuale meridionale, formatosi in un partito che sapeva cogliere l’intelligenza e la forza morale dei suoi militanti e trasformarli in classe dirigente, facendo vivere così quell’intellettuale collettivo nel quale il vissuto umano e sociale dei diversi protagonisti dava senso ad un’intera comunità.

Questo è stato il comunismo italiano nel Mezzogiorno, l’area più difficile di un paese duale, consegnato al dominio di un sistema politico clientelare che già dal dopoguerra aveva saldato il suo patto di potere con la mafia. Incontrai per la prima volta Mommo durante il referendum sulla centrale a carbone di Gioia Tauro. Era lui l’animatore del comitato dei sindaci della Piana che si opposero al ricatto del carbone come risposta al fallimento del progetto industriale del Quinto centro siderurgico. Non era una lotta facile, i nemici erano insidiosi e pericolosi: il ricatto del lavoro e gli interessi della mafia già convergenti con quelli dell’Enel e del governo nazionale. Con grande intelligenza Mommo riuscì a sottrarre al ricatto dell’occupazione la lotta per il lavoro e a saldarla ad una battaglia ambientalista che caratterizzerà tutto il suo impegno politico e parlamentare. Quando mi chiese di fare un comizio con lui a Polistena, io poco più che ventenne componente della segreteria regionale del Pci, mi sentii orgoglioso perché la richiesta di Mommo mi investiva sul campo del ruolo di dirigente del partito ma mi spaventava dover parlare dopo di lui con l’intero paese in piazza. Il suo rapporto col popolo era unico, come solo pochi dirigenti meridionali sono stati capaci di creare; e fare un comizio con Mommo era come a assistere alla teatralizzazione di un dialogo diretto tra lui e la sua gente. Diretto era anche il suo rapporto con i mafiosi, capace soltanto lui di additarli dal palco con nome e cognome, persino di invitarli a lasciare la piazza.

La sua antimafia è stata caratterizzata dalla ricerca continua del legame tra la questione sociale e del lavoro e la battaglia democratica, sempre dentro un’idea moderna di sviluppo sostenibile. Quando sul finire degli anni ’70 i magistrati chiesero a tutti i sindaci della Piana dell’esistenza della mafia, risposero solo in due: Mommo e il sindaco di Taurianova, Emilio Argiroffi, un’altra strordinaria figura di intellettuale e dirigente comunista. Gli altri sindaci non l’avevano mai vista, neanche nei comuni dove erano in corso rapimenti di persona e si ammazzavano nelle faide ogni giorno: il loro idolo era un avversario storico di Mommo, il presidente dell’Usl Francesco Macri, noto alle cronache nazionali come “Ciccio Mazzetta”. Per scrivere il mio primo libro con Paolo Mondani, abbiamo passato giorni interi ad ascoltarlo, a prendere appunti, a visitare luoghi dove ci suggeriva di andare e poi commentare. Era una miniera di informazioni: la mafia non la leggeva negli atti giudiziari, la guardava negli occhi, la scovava negli affari, la fiutava nei ribassi delle imprese alle gare d’appalto, la cercava e la “contava” nel numero di preferenze ai candidati dei partiti comune per comune. Ci ha lasciato un metodo d’inchiesta sociale, non l’antimafia farlocca e da parata di questi ultimi tempi. Polistena era la sua vita. Da sindaco l’ha trasformata in un’isola di buon governo e rispetto dell’ambiente e degli spazi pubblici. Ricordo come da parlamentare difendeva a denti stretti l’ospedale, per lui il luogo del diritto alla salute.

Con questa coerenza rifiutò lo sciogliento del Pci e fu tra i fondatori di Rifondazione comunista. Ci ritrovammo assieme anche lì, spesso non ascoltati come avremmo voluto sui temi dell’antimafia, come se quelli che ponevamo fossero problemi di noi meridionali. Chissà se, anche guardando a quello che sta succedendo oggi al sud, qualcuno sia in grado di rifletterci anche autocriticamente. La divisione di Rifondazione divise anche noi. Lui passò ai Comunisti Italiani. Ma non dimenticherò mai che appena eletto presidente della Commissione antimafia, una delle prime telefonate fu quella diMommo, felice come un maestro che fa i complimenti a un allievo, pronto a ricordarmi che io ero il terzo comunista dopo Abdon Alinovi e Gerardo Chiaromonte a ricoprire quella carica e avrei dovuto essere capace di onorare quella storia e quei nomi, che per lui voleva dire innanzitutto occuparmi della ndrangheta. La storia di Mommo ne incrocia e ne racchiude tante, come la sua vita, bella, vissuta, carica di passione. Quello che viviamo oggi non è il suo tempo, ma è grazie a uomini come lui e a quello che ci ha lasciato, se tra le nubi nere del presente, possiamo sperare in un altro futuro.

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