Musica libera per internati. Torna il repertorio composto e suonato nel campo per ebrei stranieri di Ferramonti

Sil­vio Mes­si­net­ti il Mani­fe­sto TARSIA – Era­no le Bun­ter Abend, le sera­te colo­ra­te, per­ché nel cam­po di inter­na­men­to di Fer­ra­mon­ti di Tar­sia, in Cala­bria, nel­la cupa atmo­sfe­ra del­la pri­gio­nia, solo la musi­ca com­po­sta dai musi­ci­sti inter­na­ti, suo­na­ta in una barac­ca adi­bi­ta a sala con­cer­ti, apri­va squar­ci di luce e colo­re. Nel­le ter­re palu­do­se dell’Alto Cosen­ti­no il regi­me ave­va deci­so di impian­ta­re il più gran­de cam­po di deten­zio­ne per ebrei stra­nie­ri dopo la Risie­ra di San Sab­ba vici­no Trie­ste e dopo quel­lo di Renic­ci, nel­la stra­da imper­via che da Arez­zo por­ta ad Anghia­ri.

In que­sti luo­ghi la reclu­sio­ne era vis­su­ta come misu­ra di poli­zia, in atte­sa di indi­vi­dua­re «pae­si dispo­sti a rice­ver­li». Lo ricor­da lo sto­ri­co Spar­ta­co Capo­gre­co che ha ana­liz­za­to il siste­ma dei cam­pi fasci­sti nel volu­me I cam­pi del duce. L’internamento civi­le nell’Italia fasci­sta (1940–1943), edi­to da Einau­di. In quell’ambiente si sta­bi­lì un taci­to pat­to di non bel­li­ge­ran­za tra inter­na­ti e auto­ri­tà di custo­dia: «Fate quel che vole­te, pur­ché sia­no sal­ve le appa­ren­ze e ci ven­ga­no evi­ta­ti richia­mi e fasti­di». Si crea­ro­no, così, vere e pro­prie cit­tà in minia­tu­ra, con ope­ra di assi­sten­za socia­le, ambu­la­to­rio poli­spe­cia­li­sti­co, sta­bi­li­men­to di bagni, uffi­cio del lavo­ro, mater­ni­tà e infan­zia, patro­na­to sco­la­sti­co, com­mis­sio­ne cul­tu­ra­le, sezio­ne musi­ca­le, com­pa­gnia tea­tra­le, col­le­gio arbi­tra­le e finan­co un par­la­men­to che ammi­ni­stra­va «demo­cra­ti­ca­men­te» il cam­po 4.

Capo­gre­co descri­ve que­sta «cit­ta­del­la Fer­ra­mon­ti» per sot­to­li­nea­re la pecu­lia­ri­tà insi­ta in quel­lo che «non fu cer­to un lager» nono­stan­te il filo spi­na­to e le garit­te potes­se­ro far pen­sa­re il con­tra­rio. La straor­di­na­ria inven­ti­va, la gran­de dut­ti­li­tà degli ebrei che ven­ne­ro inter­na­ti rese­ro pos­si­bi­le la rea­liz­za­zio­ne di una strut­tu­ra col­let­ti­va che attin­ge­va a un con­cen­tra­to di intel­li­gen­za, di cul­tu­ra, di com­pe­ten­ze tec­ni­che, pro­fes­sio­na­li e civi­li pro­ve­nien­ti da tut­ta l’Europa cen­tro-orien­ta­le. Fer­ra­mon­ti detie­ne il pri­ma­to di pri­mo cam­po di con­cen­tra­men­to in Euro­pa libe­ra­to dagli Allea­ti. Una vol­ta giun­ti qui, con un’azione che Capo­gre­co defi­ni­sce «impre­vi­sta», gli angloa­me­ri­ca­ni rior­ga­niz­za­ro­no subi­to il cam­po per far fron­te alle nuo­ve neces­si­tà, e gli inter­na­ti, spar­si nei col­li limi­tro­fi, tor­na­ro­no pre­sto sul posto. Fer­ra­mon­ti diven­tò così nell’immediato dopo­guer­ra un pun­to di rife­ri­men­to e di rac­col­ta per gli ebrei in pre­ce­den­za con­fi­na­ti e inter­na­ti in diver­se loca­li­tà vici­ne al cam­po. Un pic­co­lo «sta­te­rel­lo ebrai­co», in cui gli ex inter­na­ti si mise­ro al ser­vi­zio degli Allea­ti.

Un con­cer­to nel cam­po di Fer­ra­mon­ti

L’oblio pro­gres­si­vo del pas­sa­to dopo la secon­da guer­ra mon­dia­le col­pì anche il cam­po di Fer­ra­mon­ti. Le barac­che che lo com­po­ne­va­no sono soprav­vis­su­te, più o meno intat­te, sino agli anni Ses­san­ta. Poi furo­no in lar­ga par­te divel­te per far posto al trac­cia­to auto­stra­da­le del­la Saler­no Reg­gio-Cala­bria. Com­pli­ce l’incuria del­le auto­ri­tà loca­li, l’intero cam­po è sta­to pri­ma uti­liz­za­to per atti­vi­tà agri­co­le e poi, pro­gres­si­va­men­te, sman­tel­la­to. Nes­su­na del­le ori­gi­na­li barac­che degli inter­na­ti è rima­sta. Attual­men­te l’area, anche se sot­to­po­sta a vin­co­lo e dichia­ra­ta dal Mibact sito di inte­res­se sto­ri­co, è un sem­pli­ce ter­re­no agri­co­lo. Accan­to è pre­sen­te un pic­co­lo museo di pro­prie­tà del comu­ne di Tar­sia, deno­mi­na­to Museo Inter­na­zio­na­le del­la Memo­ria, inau­gu­ra­to il 25 apri­le 2004. Attor­no alla sto­ria di Fer­ra­mon­ti sono sor­te suc­ces­si­va­men­te due distin­te fon­da­zio­ni: la Fon­da­zio­ne Inter­na­zio­na­le Fer­ra­mon­ti di Tar­sia per l’amicizia fra i popo­li (con sede a Cosen­za) e la Fon­da­zio­ne Museo del­la Memo­ria Fer­ra­mon­ti di Tar­sia (con sede a Tar­sia).

A Fer­ra­mon­ti mal­gra­do l’affollamento e l’infelicità, per­ché era comun­que luo­go di deten­zio­ne coat­ta, situa­to fuo­ri dal­le gran­di vie di comu­ni­ca­zio­ne, lon­ta­no dai cen­tri urba­ni, in zona umi­da e mala­ri­ca, costi­tui­to da barac­che o loca­li di for­tu­na spes­so poco igie­ni­ci, furo­no pos­si­bi­li la tol­le­ran­za e il rispet­to per l’arte, gra­zie all’umanità di alcu­ne guar­die e all’appoggio del­la popo­la­zio­ne loca­le. Per que­sto, gli inter­na­ti con­ser­va­ro­no un ricor­do posi­ti­vo dei loro «car­ce­rie­ri», come pure dei con­ta­di­ni dei din­tor­ni e degli abi­tan­ti dei pae­si vici­ni (Tar­sia, Bisi­gna­no, San­ta Sofia) e del cap­puc­ci­no invia­to dal Vati­ca­no: padre Cal­li­sto Lopi­not, un mis­sio­na­rio di ori­gi­ne alsa­zia­na.

Pro­prio per ricor­da­re le Bun­ter abend di Fer­ra­mon­ti, in occa­sio­ne del Gior­no del­la Memo­ria, l’Auditorium Par­co del­la Musi­ca di Roma ospi­ta il 26 gen­na­io il gran­de con­cer­to Sera­ta colo­ra­ta. Un even­to uni­co, in pri­ma mon­dia­le, per­ché da allo­ra que­ste musi­che non furo­no mai più suo­na­te. In pro­gram­ma un reper­to­rio tipi­co degli Anni ’30: jazz, kaba­rett, can­zo­net­te, avan­spet­ta­co­lo, ma anche bra­ni di musi­ca clas­si­ca, can­to cora­le e pez­zi trat­ti dal reper­to­rio ebrai­co, tra cui un Kad­di­sh, e una bel­lis­si­ma Ciac­co­na del com­po­si­to­re ita­lia­no Toma­so Vita­li, scrit­ta nel 1700. Pro­ta­go­ni­sti del con­cer­to, reso pos­si­bi­le gra­zie all’imponente lavo­ro di recu­pe­ro e ricer­ca musi­ca­le di Raf­fae­le Delu­ca (musi­ci­sta e musi­co­lo­go del Con­ser­va­to­rio di Mila­no), un cast eccel­len­te di diver­se nazio­na­li­tà e reli­gio­ni: Fabri­zio Bos­so alla trom­ba; Vin­ce Abbrac­cian­te alla fisar­mo­ni­ca, Giu­sep­pe Bas­si al con­trab­bas­so, Seby Bur­gio al pia­no­for­te; Andrea Cam­pa­nel­la al cla­ri­net­to, Daniel Hof­f­man al vio­li­no, Eyal Ler­ner al flau­to, e le voci di Lee Col­bert, Myriam Fuks, Giu­sep­pe Navi­glio e del Coro Car­lo Casi­ni dell’Università di Roma Tor Ver­ga­ta. Voce nar­ran­te sarà Pep­pe Ser­vil­lo.

La sto­ria musi­ca­le di Fer­ra­mon­ti è ric­ca di epi­so­di straor­di­na­ri: dall’armonium spe­di­to dal Vati­ca­no ed entra­to nel cam­po come «mate­ria­le bel­li­co», ai vio­li­ni che furo­no costrui­ti da liu­tai loca­li, rico­no­scen­ti per esse­re sta­ti cura­ti dai medi­ci inter­na­ti. E poi ci sono gli spar­ti­ti. Mol­tis­si­mi deco­ra­ti con dise­gni sul fron­te­spi­zio, con anno­ta­zio­ni a mar­gi­ne. Tut­ti con le impron­te del­le dita dei musi­ci­sti. Spar­ti­ti vivi che rac­con­ta­no di sogni e di spe­ran­ze colo­ra­te, nel­la real­tà gri­gia dell’internamento. E ci sono le let­te­re com­mo­ven­ti di rin­gra­zia­men­to, i dia­ri, le car­to­li­ne dise­gna­te a mano.

Kurt Son­nen­feld

«Pro­prio oggi che si costrui­sco­no muri, voglia­mo dif­fon­de­re con il lin­guag­gio uni­ver­sa­le del­la musi­ca un mes­sag­gio di fra­tel­lan­za», ci spie­ga Vivia­na Kasam, per il quar­to anno con­se­cu­ti­vo orga­niz­za­tri­ce del con­cer­to per il Gior­no del­la Memo­ria. «Da anni ricer­co la musi­ca scrit­ta a Fer­ra­mon­ti. Ci sono arri­va­ti mano­scrit­ti, spar­ti­ti, foto­gra­fie e dia­ri, por­ta­ti a Delu­ca da Armi­da Loca­tel­li, ere­de del gran­de pia­ni­sta Kurt Son­nen­feld che fu inter­na­to lì» – rac­con­ta -. L’esperienza di quel cam­po fu straor­di­na­ria: c’erano musi­ci­sti eccel­len­ti come il trom­bet­ti­sta Oscar Klein, il diret­to­re d’orchestra Lav Mir­ski, il pia­ni­sta Sig­bert Stein­feld, il can­tan­te Pao­lo Gorin, il com­po­si­to­re Isko Tha­ler e Son­nen­feld, gio­va­ne ebreo vien­ne­se, che spe­ra­va di espa­tria­re negli Sta­ti Uni­ti, ma ven­ne arre­sta­to a Mila­no e invia­to a Fer­ra­mon­ti. La popo­la­zio­ne for­ni­va loro gli stru­men­ti per suo­na­re. Fu dun­que una deten­zio­ne più mite e in tan­ti anda­va­no al cam­po per sen­ti­re i concerti».Come si fa a rac­con­ta­re la Shoah sen­za reto­ri­ca? «Io sono ebrea, e la reto­ri­ca cer­co di com­bat­ter­la. La Shoah non è la nostra iden­ti­tà, non c’è alcun meri­to a esse­re sta­ti del­le vit­ti­me. Rischia­mo di tra­sfor­ma­re di nuo­vo i mor­ti in nume­ri: per que­sto usia­mo la musi­ca, per­ché resti­tui­sce l’identità e l’anima del­le per­so­ne, dimo­stran­do che nien­te può ucci­de­re l’anelito a crea­re bel­lez­za».

Per­ché in pochi cono­sco­no i 50 cam­pi di inter­na­men­to ita­lia­ni? «Nep­pu­re gli ebrei li cono­sco­no. Dopo la mor­te di Mus­so­li­ni in Ita­lia sem­bra­va non ci fos­se­ro più fasci­sti. Il Pae­se non ha mai fat­to i con­ti con il pro­prio pas­sa­to, e tut­te le col­pe ven­ne­ro date ai quei pochi del­la Repub­bli­ca di Salò. A Fer­ra­mon­ti non si ucci­se nes­su­no, è vero, ma non voglia­mo fare l’apologia degli “ita­lia­ni bra­va gen­te”. Per­ché le leg­gi raz­zia­li ci furo­no anche qui in Ita­lia. E nel 2018 saran­no tra­scor­si 80 anni».