Ndrangheta a Savona, un arresto e sequestro di beni: “Legami con cosche”

Chiara Pracchi Ilfattoquotidiano.it SAVONA – Ambo. Se ancora non si può parlare di tombola, con le due operazioni della Procura di Savona e dalla Dia di Genova contro i fratelli Fotia (lunedì 9 marzo) e contro Carmelo Gullace (venerdì 6 marzo), gli inquirenti liguri hanno segnato un punto a favore nel disvelamento della ‘ndrangheta nel savonese, un territorio rimasto nel cono d’ombra proiettato dal più famoso – quanto a caratura criminale – estremo Ponente. Tutti i personaggi coinvolti nelle ultime misure hanno in comune il fatto di essere stati citati più volte nelle relazioni della Dia e della Dna, pur senza essere mai stati condannati per fatti di mafia. Né queste ultime operazioni sono per 416 bis, anche se di ’ndrangheta nelle carte si parla parecchio.

Lunedì mattina gli uomini della Dia e della polizia di Savona hanno eseguito un sequestro preventivo di beni aziendali per un valore di 10 milioni di euro a carico dei fratelli Pietro, Francesco e Donato Fotia. Il nome della loro famiglia compare nella relazione della Direzione Nazionale Antimafia dal 2008. Sebastiano, il capostipite, dal 1991 al 1998 deve scontare una condanna per traffico di droga e armi. E’ in questi anni che il figlio maggiore Pietro prende le redini della Scavo-ter, l’azienda di famiglia di movimento terra. La Scavo-ter, sul territorio, non è un’impresa qualsiasi, ma un soggetto economico capace di aggiudicarsi numerosi appalti pubblici grazie a sponsorizzazioni sportive e rapporti con la politica locale, come ha ammesso lo stesso Pietro, nell’ambito del processo “Dumper” che lo ha condannato a 2 anni e 2 mesi in primo grado. Quando nel 2012 la società verrà colpita da un’interdittiva antimafia, la famiglia Fotia riceverà solidarietà da più parti, compresi i dipendenti che scenderanno in sciopero a protestare. E proprio per annullare gli effetti di quell’interdittiva- è la tesi dei magistrati – i tre fratelli avrebbero fatto assorbire la Scavo-Ter da due nuove società, la Pdf e la Seleni, intestate progressivamente a due prestanome: Giuseppe Criaco e Remo Casanova. Pubblicità Se l’accusa è di intestazione fittizia di beni, il decreto di sequestro si sofferma anche ad analizzare i rapporti parentali e di frequentazione fra i componenti della famiglia Fotia, proveniente da Africo, e la cosca dei Morabito- Bruzzaniti-Palamara. Legami che -secondo gli inquirenti- si rinforzano con la politica dei matrimoni (Bruzzaniti, Palamara, Cordo sono i cognomi delle donne Fotia) e che nel 2010 portarono gli inquirenti fino a Savona, a casa di Donato Fotia, per arrestare suo cognato Mario Versaci, nell’ambito dell’operazione “Reale 3”.

scavoter logoDel resto la famiglia è una cosa importante, soprattutto per Pietro, che al telefono con un funzionario delle Dia che stava controllando i suoi appalti, ha sbottato: “Così non si può andare avanti …E’ ora di smetterla ….Quando si parla della famiglia Fotia, bisogna parlarne con “rispetto”, perché la famiglia è una cosa sacra e va difesa … ed anche lei, Colonnello, ha una famiglia ….” Il 26 febbraio del 2009 Sebastiano e Pietro Fotia sono visti presenziare al funerale di Francesco Fazzari a Borghetto Santo Spirito. Anche Carmelo Gullace partecipa a quel funerale, dal momento che il defunto è suo suocero. In questo caso, però, secondo gli investigatori, ci troviamo di fronte alla cosca Raso-Gullace-Albanese. Carmelo, Nino per gli amici, è stato arrestato venerdì mattina, davanti alla sua villa di Toirano, per usura, tentata estorsione e intestazione fittizia di beni. Drammatiche le intercettazioni delle vittime, cui il boss avrebbe chiesto interessi mensili del 5-10 per cento. “Non ho più voglia di vivere, basta, andate a fanculo tutti” gridava da solo, disperato, un agente immobiliare intercettato. La tecnica intimidatoria era pressante, ma non necessariamente violenta. Gullace si palesava alle vittime tutti i giorni. Anche quando in casa c’erano solo i figli. A volte i toni si scaldavano: “Non mi portare a condizioni che qualche giorno io ti, ti mando all’ospedale”.

Più spesso, non era necessario agire la violenza, perché tutti sapevano chi fosse “Ninetto”: arrestato nel 1980 per due omicidi nella faida con i Facchineri a Cittanova, venne scagionato dalla testimonianza di un notaio. Un professionista messogli a disposizione da Antonio Fameli, anche lui arrestato a Borghetto Santo Spirito nel 2012, secondo la deposizione resa dal collaboratore Pino Scriva. Poi l’accusa di aver partecipato al rapimento di Marco Gatta, nipote del fondatore della Lancia, nel 1979. Gimmi Miano raccolse la testimonianza di Gullace in carcere, ma la registrazione dei loro colloqui non fu ammessa in tribunale. Tutto questo potrebbe essere solo la punta di un iceberg. “Uno dei grandi della ‘ndrangheta” , “di quelli che fanno tremare” lo definisce Eugenio Costantino, uomo dei Mancuso nell’hinterland milanese e procacciatore di voti all’ex assessore lombardo Zambetti. “Referente per il Nord-Ovest” della cosca Raso-Gullace-Albanese, lo indicava nel 2012 il procuratore Vincenzo Scolastico in una relazione estremamente dettagliata per la Commissione parlamentare antimafia. Il suo potere si sarebbe esteso fino al Basso Piemonte e alla Lombardia, con forti agganci a Roma e in Calabria. “Gullace in questo momento è uno dei grandi, di quelli che ancora sono rimasti praticamente intoccabili – ha commentato lo scorso 22 gennaio, il procuratore capo di Savona, Francantonio Granello, davanti alla Commissione parlamentare sui rifiuti -E’ un tipico elemento della ‘ndrangheta”.

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