Ndrangheta: anatomia di un potere. Intervista al pm Giuseppe Lombardo

Giuseppe Lombardo

Giorgio Bongiovanni Lorenzo Baldo Antimafiaduemila.com GIUSEPPE LOMBARDO è il pm titolare di alcune delle inchieste più delicate condotte contro le cosche di Reggio Calabria, considerate le più potenti dell’intera regione. Al processo “Meta” ha fatto condannare boss del calibro di Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Giovanni Tegano e Pasquale Libri. Ma le sue indagini affondano le radici anche nei rapporti tra l’organizzazione criminale calabrese e le istituzioni, tra la ndrangheta e la Massoneria, la politica e l’imprenditoria. Un coacervo di poteri più o meno occulti all’interno di un sistema criminale integrato. Il magistrato, minacciato di morte dalla ndrangheta, ha istruito altresì il filone calabrese dell’inchiesta sulla Lega nord che ha visto coinvolto l’ex tesoriere Francesco Belsito, ed è tra i titolari dell’inchiesta che ha portato all’arresto dell’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola.

La prima domanda è necessaria, anche se può sembrare banale. Che significa oggi fare il magistrato antimafia in Calabria?

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Giovanni De Stefano
Per risponderle devo partire dalla storia della mia famiglia: sono nato a Reggio Calabria ma ho vissuto sempre nella Locride, fino a quando non ho deciso di andare a studiare fuori sede. Da adolescente ho vissuto la stagione dei sequestri di persona perché mio padre era Procuratore della Repubblica a Locri in un periodo storico delicatissimo per la Calabria, per le attività della ndrangheta, già all’epoca molto presente, ma soprattutto per capire un fenomeno che ancora oggi, tra le mafie storiche, è quello che è riuscito a nascondersi meglio. Dal luglio del 1970 in città c’erano i carri armati per i moti di Reggio, successivamente ho chiesto ed approfondito, prima e dopo essere diventato magistrato: c’erano domande che non erano state fatte, risposte che non erano state date. Sono gli anni che portano alla prima guerra di mafia. Allora non capivo che senso potesse avere mantenere, parlando dei sequestri di persona, dei ragazzi in quello stato per anni. Ricordo che mio padre mi diceva: “Se deciderai di fare il mio lavoro, come io spero, sono sicuro che le troverai”. Oggi penso che qualche risposta su quelle domande sia possibile. Quando sento parlare di trattativa tra apparati dello Stato e organizzazioni di tipo mafioso la mente va a quel momento storico, in cui in pochi avevano capito che la ndrangheta non consumava i sequestri di persona solo per profitto: secondo me ci fu già, per quanto riguarda la ndrangheta calabrese, un contatto importante. Mio padre distingueva tra sequestrati di serie A e di serie B perché aveva notato che c’era un diverso interesse, una differente velocità nella risposta. La ndrangheta aveva capito di poter trattare, che quella forma di pressione psicologica creava nell’immaginario collettivo l’impressione di uno Stato debole che non riusciva a fronteggiare quelle tipiche manifestazioni di barbarie. Ridurre in schiavitù una persona, privarla della propria libertà è quanto di peggio si possa immaginare in un ordinamento giuridico come il nostro in cui il principio di libertà va tutelato fino in fondo.

In che modo la ndrangheta continua a conservare a livello nazionale e internazionale contatti importanti che accrescono il suo business miliardario soprattutto nel settore del narcotraffico?

Le-vie-della-droga-820Come nel recente caso di Trimboli, latitante arrestato a Medellin, in Colombia, che vantava alleanze con Pablo Escobar e Cosa nostra. Penso che da molti anni le mafie, soprattutto quelle che riescono ad amministrare enormi capitali, siano diventate, in un momento storico come questo in cui la liquidità legale è molto scarsa, interlocutori necessari nel sistema economico mondiale. Tale constatazione è particolarmente inquietante: avendo capitali pronti da investire, sono gli unici che riescono a garantire l’equilibrio tra domanda ed offerta di capitali. L’organizzazione criminale oggi non si propone più, ma viene individuata quale interlocutore privilegiato per investimenti che vengono occultati nell’ambito operativo delle economie legali. All’interno di questo quadro dobbiamo parlare necessariamente di “capitalismo mafioso”, non perché il capitalismo mondiale sia tale ma per cercare di spiegare che una sensibile percentuale di quel sistema è interamente controllata dalle mafie. Le loro decisioni incidono su quelle di altri organismi, questa è una certezza. Sono numerosi gli studi che cercano di capire qual è la movimentazione complessiva di capitali delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, valutazioni che non tengono conto del fatto che, se l’economia sommersa è riferibile ai sistemi di tipo mafioso, qualsiasi ricostruzione è da considerare puramente indicativa. Gli accertamenti patrimoniali svolti dimostrano che i capitali che le mafie gestiscono sono enormemente più consistenti rispetto a quelli che finora siamo riusciti a tracciare.

Possiamo affermare che oggi la ndrangheta ha nel mondo occidentale il monopolio mondiale del traffico di cocaina?

In questo settore la ndrangheta è oggi l’interlocutore principale, il narcotraffico è una delle attività in cui si riesce a creare quella enorme provvista di capitali da mettere, poi, a disposizione del sistema capitalistico mondiale attraverso strumenti finanziari molto evoluti.

Un’organizzazione di tale peso tratta allo stesso modo con tutte le famiglie di narcotrafficanti, nonostante queste siano spesso in conflitto tra loro?

Tutte le famiglie dei narcos parlano con la ndrangheta. Alcune gestiscono direttamente questo tipo di contatti, sempre in collegamento con il contesto criminale in cui operano: sanno che questa forza che l’organizzazione può manifestare e garantire è vitale per gli incrementi patrimoniali futuri. Non tutte le grandi famiglie hanno fatto le stesse scelte: quelle reggine ad esempio hanno investito molto sui legami con ambiti istituzionali e politici, coltivando negli anni una serie di rapporti con vari apparati, movimenti extraparlamentari, l’eversione di destra, la massoneria. Questo ha generato notevoli opportunità di contatto anche con gli Stati esteri, nei quali sono state collocate fette rilevanti della loro ricchezza. Hanno intensificato le relazioni anche in ambito finanziario, inizialmente per superare i metodi tradizionali di riciclaggio: mentre in altri contesti si privilegiava la scelta diretta a sfruttare le opportunità dei piccoli territori, le cosche di Reggio Calabria avevano già capito che gli strumenti finanziari si stavano dematerializzando. Amministravano non solo le ricchezze della Lombardia, del Piemonte e di tutto il Centro-Nord, ma anche le potenzialità collegate ai contatti romani, alla Svizzera e ad altri Stati europei, specialmente quelli caratterizzati da sistemi normativi particolarmente vantaggiosi, parificabili a paradisi fiscali. Si pensi ai rapporti con la Francia meridionale, dove esiste un locale di ndrangheta da circa quarant’anni. La Spagna, invece, ha sempre rappresentato per le famiglie di origine calabrese un ponte verso i paesi del nord Africa, che sono divenuti territori da utilizzare unitamente alle coste che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Nello stesso periodo hanno iniziato a comprendere che i sistemi bancari di origine anglosassone rendevano più difficili gli accertamenti patrimoniali. Vi è sempre stata poi la possibilità di sfruttare il bacino del Mediterraneo, dato geografico che non consente di escludere che anche il traffico di migranti sia gestito in modo “unitario” da associazioni criminali che si avvalgono di strutture particolarmente collaudate. Tutto questo trasforma l’organizzazione mafiosa di origine calabrese in una enorme holding mondiale, in una collaudata agenzia di servizi criminali. Per sintetizzare tale conclusione si può dire che per gestire qualsiasi affare si possono percorrere due strade: o si cerca direttamente l’interlocutore migliore, oppure ci si rivolge a quella struttura organizzata che è in grado, di volta in volta, di fornire l’interlocuzione necessaria per concludere l’affare.

Pasquale Condello
Pasquale Condello
Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Giovanni Tegano, Pasquale Libri... È cambiato qualcosa con la loro condanna al processo Meta, oppure i capi assoluti della ndrangheta continuano, grazie a importanti bracci destri, a controllare i loro affari dal carcere?

Stiamo parlando di soggetti catturati dopo essere rimasti latitanti per molti anni, a volte venti, collocati al vertice di famiglie potentissime che hanno subito, nell’ultimo periodo, seri scossoni in ambito processuale. Per comprendere chi siano, è importante ricordare che al termine della prima guerra di mafia i De Stefano sono diventati la famiglia di riferimento della ndrangheta più evoluta, avendo dimostrato di aver capito molto prima e meglio di altri che l’organizzazione criminale per continuare ad avere un ruolo egemone, determinante, non solo in Calabria e in Italia, doveva operare in un modo nuovo. Sono loro che dettano la linea di evoluzione del fenomeno: capiscono che il necessario processo di sviluppo non può essere portato a buon fine senza condividere una serie di decisioni con tutti gli altri, soprattutto coloro che ricoprivano già ruoli di grande rilievo. I Condello, i Tegano, i Libri si evolvono all’ombra di Paolo De Stefano e, ancora prima, di Giorgio De Stefano, che poi verrà ucciso nel novembre del 1977. Pasquale Condello era da tempo il loro braccio operativo, Giovanni Tegano era uno dei grandi saggi con cui i fratelli De Stefano si consultavano da anni; lo stesso ruolo era riservato, ancor prima di Pasquale Libri, a Domenico Libri, persona particolarmente capace nella gestione degli affari, anche se priva di particolari strumenti culturali. Tale percorso ha portato alla figura di Giuseppe De Stefano, figlio di Paolo, che già da ragazzo aveva dimostrato di avere le medesime enormi capacità criminali del padre. Quando in città finisce la seconda guerra di mafia - che dal 1985 al 1991 provocherà una enorme mattanza di circa settecento omicidi – a seguito di una pace difficilissima siglata nel periodo successivo all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, i grandi capi comprendono che è arrivato il momento di voltare pagina, che quei morti caduti nel corso del conflitto, dietro ai quali si sono registrate strategie molto più sofisticate, non erano serviti a nessuno. Nel corso della discussione del processo Meta ho messo in evidenza che questo percorso è il frutto di scelte ponderate che dovevano soddisfare principalmente un requisito fondamentale: la forma della manifestazione esterna dell’organizzazione criminale, che vive di autorevolezza e di consenso sociale. Per superare le difficoltà operative bisognava restituire il comando ad un discendente diretto della famiglia De Stefano. Ecco perché i grandi capi decidono di restituire a Giuseppe De Stefano, il figlio ormai adulto che aveva dimostrato particolari capacità criminali, il ruolo del padre, indicandolo quale vertice assoluto della componente “visibile” dell’organizzazione criminale. Perché la ndrangheta, per continuare a svolgere appieno il suo ruolo criminale, conservando anche un pericolosissimo peso sociale, doveva continuare a manifestarsi, ma allo stesso tempo doveva nascondere la sua vera natura di organizzazione segreta: una complessa opera di contemperamento delle diverse esigenze per risultare non troppo nascosta, risultando percepibile, ma non troppo manifesta, per rimanere difficilmente aggredibile nelle sue effettive componenti apicali.

Il business della mafia calabrese è riferibile ad una “cassa comune” della ndrangheta o a grandi famiglie separate?

Stando ai processi che stiamo celebrando, ribadisco che è più corretto parlare di ndrangheta, da sempre unitaria. Ne abbiamo le prove a partire dal famoso summit di Montalto dell’ottobre 1969, organizzato nel periodo della festa annuale di Polsi in occasione della quale i grandi capi si riuniscono per discutere di problematiche comuni. Già allora c’era la ndrangheta, e al suo interno ogni cosca curava un particolare settore di territorio o di interessi. La città di Reggio Calabria, al vertice del mandamento di centro, era già identificabile con articolazioni territoriali e strategiche tra le più potenti ed evolute, avendo compreso prima di altri i vantaggi legati alla creazione di canali stabili di contatto con altri centri di potere. La prima guerra di mafia in città, che è ancora più importante della seconda nel complessivo percorso di evoluzione, trasforma la ndrangheta da organizzazione dotata di regole arcaiche, ancora aggrappata ai suoi rituali, in una moderna rete criminale che, avvalendosi di schermi anche istituzionali, è riuscita a celare molto bene la sua complessiva strutturazione. I tre mandamenti odierni esistevano già nei primi anni ‘70: lo storico mandamento Ionico, al cui vertice vi era Antonio Macrì, storico capomafia soprannominato “il boss dei due mondi”, si arricchisce enormemente con il traffico internazionale di stupefacenti che faceva capo al gruppo di Siderno, che già aveva proiezioni in grado di controllare le proprie attività in Canada ed in altri territori esteri. Reggio Calabria era invece nelle mani di Domenico Tripodo, Don Mico, compare d’anello di Totò Riina, che già all’epoca, non solo per ragioni di prossimità geografica, era incaricato di curare i rapporti con Cosa Nostra. Sulla Tirrenica vi era poi l’omonimo mandamento, il quale dipendeva in tutto e per tutto dalle scelte dei soggetti di vertice della cosca Piromalli, famiglia che, nella fase di crescita dei rampolli della cosca De Stefano protagonista della trasformazione della ndrangheta, aveva compreso immediatamente la necessità di superare le regole arcaiche che destinavano i profitti degli investimenti alle sole cosche egemoni in quello specifico territorio.

Girolamo Piromalli
Girolamo Piromalli
È quella la fase in cui Don Antonio Macrì e Don Mico Tripodo rifiutano di accettare la modernizzazione del fenomeno mafioso, lasciando che i De Stefano, secondo i quali la politica di espansione della ndrangheta passava da una diversa strutturazione di tipo verticistico, creassero l’asse vincente con i Piromalli. Per ottenere tale indispensabile risultato, che consentiva di superare gli ostacoli operativi ancora esistenti, risultò inevitabile eliminare Antonio Macrì, ucciso materialmente da Pasquale Condello che anche per tale motivo diventerà “il Supremo”. Analoghe ragioni sono alla base della uccisione di Mico Tripodo, a cui si giunge con l’aiuto di Raffaele Cutolo, personaggio già di evidente spessore della criminalità organizzata campana. Con le scelte moderniste della prima guerra di mafia la ndrangheta acquista a livello nazionale una visibilità ed una autorevolezza enorme: sono quelli gli anni che consentono ai De Stefano di conquistare la Lombardia e di divenire ingranaggio indispensabile in un complesso sistema criminale di tipo mafioso in grado di gestire operazioni di riciclaggio estremamente complesse e di reimpiegare al meglio i capitali mafiosi in tutti i settori economici ad altissima redditività.

La visibilità acquisita in quel momento dalla ndrangheta risultava ad ogni modo minore rispetto a quella di Cosa Nostra, con la quale era in amicizia, in particolare con i Bontate e gli Inzerillo?

La ndrangheta aveva capito che attirare l’attenzione con azioni eclatanti o con una eccessiva militarizzazione dei territori avrebbe prodotto più danni che vantaggi. Aveva da tempo strettissimi contatti con i Bontate e poi con gli Inzerillo, ma per comprendere appieno i rapporti tra le due organizzazioni criminali c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto per comprendere che il fratello più timido, che si nasconde, e quello più spavaldo, che mette in campo una diversa presenza scenica, sono figli della stessa madre. La ndrangheta ha sempre avuto un legame fortissimo con la mafia siciliana, che in un determinato momento storico è riuscita meglio ad abbattere determinate barriere, presentandosi così come interlocutore autorevole: per questo ne ha seguito la traccia. È noto che quando Cosa Nostra ha deciso di fare una scelta di tipo stragista si è confrontata con i vertici della organizzazione mafiosa di origine calabrese, con cui aveva seguito un percorso comune importante. In quel momento Cosa Nostra non capì che l’invito alla riflessione proveniente dai grandi capi della ndrangheta dell’epoca, che consigliarono di ricorrere ad un attacco allo Stato più subdolo e strisciante in linea con il modello da sempre adoperato a Reggio Calabria, non era da intendersi quale rifiuto di una strategia ma, probabilmente, un invito a meglio ponderare la linea da seguire. Era un invito ad un fratello che rischiava di bruciarsi e di sovraesporsi. Ed infatti in quel momento storico cambiò qualcosa sul piano delle relazioni internazionali perchè il sistema economico illegale iniziò ad apprezzare l’interlocutore affidabile e poco visibile di origine calabrese, che non rischiava di diventare il cavallo di Troia in grado di indebolire tutto il sistema criminale. La ndrangheta, soprattutto nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, approfittando dell’eccessiva visibilità che Cosa Nostra aveva attirato su di sé a seguito delle stragi del ’92 e del ’93, che è logico immaginare avesserro impensierito gli interlocutori internazionali, riuscì a conquistare il ruolo determinante che ha oggi. Le famiglie della Locride sfruttarono immediatamente i contatti che già avevano oltreoceano: nonostante la pressione esercitata dallo Stato contro le cosche nel periodo nero dei sequestri di persona, furono in grado di approfittare prontamente di quell’occasione inserendo sul mercato capitali veri, immediatamente spendibili. Diventarono così i principali interlocutori di quel complesso sistema illegale perché gli operatori esteri capirono che si trattava di soggetti autorevoli che davano risposte serie, maneggiando risorse finanziarie proprie: è proprio la capacità di mantenere gli impegni assunti “sulla parola” che consente ai broker della ndrangheta di soppiantare gli appartenenti alle altre organizzazioni criminali.

Durante il processo Meta lei ha dichiarato: “Abbiamo avuto la prova che la ndrangheta è diventata una banca”. È un’affermazione molto pesante detta da un pubblico ministero, può spiegarne il suo significato?

Il processo ha dimostrato che quando un grande capo come Pasquale Condello – da parificare agli eredi di Paolo De Stefano, così come a Giovanni Tegano, a cui è riservato il ruolo del “vecchio saggio” – ha deciso di puntare su alcuni suoi fedelissimi e di spostare una serie di attività imprenditoriali a Milano, ha cercato di aprire la strada verso l’inserimento in un collaudato circuito imprenditoriale e parallelamente ha avviato il progetto finalizzato a diventare imprenditore interno al sistema bancario. Sono i soggetti che fanno capo a Pasquale Condello a discutere, insieme ad altri interlocutori, in merito alla creazione di una società finanziaria che avrebbe beneficiato di un capitale iniziale di cinquanta milioni di euro, utile per entrare nei settori strategici collegati soprattutto agli appalti pubblici. In quelle intercettazioni parlano di contatti con ambienti bancari collaudati, facendo riferimento a rapporti con appartenenti al circuito BNL.

Giovanni Tegano
Giovanni Tegano
Tale progetto ha subito inevitabili rallentamenti a seguito della cattura, in data 18 febbraio del 2008, di Pasquale Condello: chi è rimasto non aveva ne la lucidità ne la lungimiranza per portare avanti quel tipo di progetto, che però risultava evidentemente avviato. In tale ricostruzione ho ritenuto di valorizzare le risultanze di processi importanti, tra i quali per quanto riguarda Reggio Calabria l’operazione Olimpia, poi suddivisa in più tronconi, che aveva raggiunto un risultato processuale importantissimo, in grado di evidenziare la presenza dei vari livelli che compongono la ndrangheta, la cui struttura ho detto essere assimilabile ad una “torta nuziale”: nella ndrangheta tutti i piani hanno la stessa composizione, però l’uno è posto al di sopra dell’altro. Al vertice poi ci sono gli sposi, la cui individuazione deve essere l’oggetto principale della nostra azione di ricerca e di contrasto. Il Processo Olimpia non è riuscito ad ottenere tutti i risultati processuali programmati perché i giudici non hanno accettato l’idea che si possa dimostrare l’esistenza di una cupola parificabile a quella di Cosa Nostra senza il contributo di collaboratori della giustizia che fanno parte di quell’organismo. Il percorso motivazionale che ha caratterizzato tale non riconoscimento nell’ambito del processo Olimpia non mi ha mai convinto fino in fondo: è importante sottolineare però che le Direzioni Distrettuali Antimafia di Reggio Calabria e Milano sono riuscite a colmare tale vuoto dimostrativo con l’operazione congiunta “Il Crimine - Infinito” del luglio 2010.

Sempre nel processo Meta lei parla dell’esistenza di uno o più manovratori. Cosa intendeva dire? Si parla di soci, alleati, facce di contropotere privato...?

La ndrangheta costituisce un contropotere privato, e la sua vera forza è sempre stata legata alla possibilità di avvalersi di soggetti che si sono sempre mossi nell’ombra. Per questo i grandi capi rappresentano la componente apicale della struttura “visibile”. Approfondendo il contesto che li riguarda ho compreso che alcune decisioni non provengono da loro, ma che tali soggetti sono gli unici, in quanto componenti della struttura collegiale di vertice che è la “Provincia”, ad essere parte tanto della ndrangheta comunemente intesa quanto della sua componente apicale di natura occulta. Questa considerazione ci serve per sottolineare che anche la componente “invisibile” deve ritenersi interna alla ndrangheta e non può essere collocata al di fuori della sua struttura. I grandi capi visibili svolgono un ruolo fondamentale: recepiscono gli ordini che arrivano dall’alto e li veicolano verso la base. Ecco perché i livelli più bassi sono convinti che quegli ordini provengano dai vertici da loro conosciuti e non da altri posti in una collocazione che la base non conosce. Sulla base di tale ricostruzione, appare logico immaginare che ci siano delle occasioni di incontro in cui i componenti apicali dell’organizzazione criminale, oltre a partecipare alla fase decisionale, diventano soci di un più ampio sistema, in relazione al quale a loro sono poi affidate mansioni esecutive. Questo non vuol dire che la ndrangheta riceva ordini, vuol dire invece che, insieme alle altre mafie, fa parte di un sistema criminale ben più articolato nel cui ambito condivide le strategie da attuare, contribuisce ad individuare i settori strategici in cui muoversi, investire, operare, si interfaccia con gli ambiti decisionali da condizionare o sui quali interferire. Stando alle risultanze processuali degli ultimi anni si può dire che l’organizzazione criminale di origine calabrese è caratterizzata da tre componenti principali: una “direzione militare” che ha al suo vertice i generali (i grandi capi); ad un livello più alto ci sono i componenti della direzione strategica, in cui i grandi capi entrano in contatto con una serie di soggetti legati alle professioni ed agli apparati istituzionali, ai colletti bianchi, agli appartenenti alla cosidetta zona grigia. A tale livello sono da riferie le decisioni che possono condizionare l’azione esecutiva dell’organizzazione.

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Testo affiliazione alla ndrangheta
Al di sopra della direzione strategica va collocata la componente “invisibile”, che svolge funzioni di direzione della politica criminale, fissa gli obiettivi di sistema e ne delega il raggiungimento al livello inferiore, che diventa l’interlocurore unico verso la base. L’errore che probabilmente è stato commesso nell’individuazione di quei “manovratori” è legato al fatto che per molti anni li abbiamo considerati estranei alla struttura della ndrangheta. Tante risposte sull’organizzazione mafiosa non sono state soddisfacenti proprio perché non è stata adeguatamente ricostruita la relazione tra le sue componenti apicali: individuare la effettiva componente di vertice della struttura criminale è l’antecedente processuale per scoprire quali sono gli interessi che attraverso le singole articolazioni vengono amministrati.

Tra i componenti di questo “consiglio di amministrazione” anche uomini di Stato siedono attorno al tavolo con gli altri centri di potere? O si tratta invece dello Stato, mentre dall’altra parte alcuni “pezzi anomali”, magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, semplici cittadini, lottano contro questo sistema?

Le rispondo richiamando la nostra storia processuale, che in più occasioni ha individuato la presenza in quel sistema criminale di singoli soggetti istituzionali: non ci sono responsabilità collettive che possano collocare lo Stato all’interno di questo “consiglio direttivo”, quale organismo decisionale che è la vera interfaccia che collega tra loro le grandi mafie, a partire dalla ndrangheta. Tale sistema criminale ha senso compiuto solo in quanto risulta in grado di operare scelte che possono condizionare la vita di tutti noi, interferendo sullo spazio decisionale di quegli apparati da cui la vita di ognuno di noi dipende. Ma parliamo sempre di pezzi malati di Stato. È fuorviante e pericolosa l’idea che lo Stato possa essere mafioso: questo è uno Stato in cui operano anche soggetti mafiosi. Questa è la ragione per la quale nella modifica del capo d’imputazione del processo Meta, arrivata dopo tre anni di dibattimento, ho parlato della ndrangheta come organizzazione che si inserisce in un sistema criminale più ampio. È una certezza che a stare dalla parte giusta saremo sempre molti di più rispetto a quelli che hanno scelto di stare da quella sbagliata. Siamo noi che abbiamo la possibilità di individuare coloro i quali hanno operato scelte deviate, in contrasto con gli uffici che ricoprono. La nostra attività di ricerca però deve essere sempre portata fino in fondo, per non rischiare di commettere l’errore di processare quei soggetti “invisibili” in relazione ad un titolo di reato non aderente al loro vero ruolo. I soggetti collocati al vertice della piramide criminale non sono concorrenti esterni rispetto alla ndrangheta o a Cosa Nostra, ma sono i “capi supremi” di un sistema criminale più ampio con le caratteristiche tipiche dell’associazione di tipo mafioso. Se riusciremo a non commettere questo errore avremo la possibilità di utilizzare il concorso esterno in relazione ai soggetti collegati ai primi, a favore dei quali prestano il loro contributo. Collocare in maniera errata il vertice dell’organizzazione avrebbe effetti devastanti sul percorso di ricostruzione giudiziaria di determinati fenomeni, originati dall’impossibilità di sanzionare il contributo a favore del concorrente esterno sulla base del paradigma normativo di cui all’art. 416bis del codice penale: ecco l’errore strategico di prospettiva che dobbiamo evitare. Utilizzare a fondo le potenzialità del delitto di partecipazione all’associazione di tipo mafioso è la base imprescindibile del contrasto reale nei confronti di quella organizzazione. Non possiamo soltanto privilegiare risposte immediate, quando abbiamo la quasi certezza che quelle sono risposte parziali o fuorvianti: è arrivato il momento di lavorare utilizzando appieno la nostra legislazione antimafia che, seppure migliorabile, non ha pari a livello mondiale. Se riusciremo a portare avanti questo tipo di lavoro, individuando in modo chiaro il percorso investigativo da seguire, la risposta finale è alla nostra portata. Dobbiamo essere tutti consapevoli che l’unica strada da seguire è questa, perché se Reggio Calabria, Palermo, Milano o Napoli operano determinate scelte che rimangono isolate, o sembrano prese solo da coloro che si spingono oltre, ci fermeremo sempre a quelle risposte parziali che non servono a nessuno e che, nel medio/lungo periodo, rappresenteranno un vantaggio per il sistema criminale di tipo mafioso. Non dobbiamo mai dimenticare che le verità parziali sono verità negate.

Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, rispettivamente procuratore generale di Palermo ed ex pm della stessa procura, aprirono un’indagine conosciuta con il nome di “Sistemi criminali”...

Antonio Ingroia
Antonio Ingroia
Ho recuperato molto di quel materiale e non credo alla casualità o alle coincidenze: nel momento in cui una determinata decisione può incidere su ambiti criminali più ampi rispetto a quelli tipicamente riferiti all’organizzazione criminale che controlla spazi territoriali limitati, si profila necessariamente la necessità di un confronto ad un più alto livello. Penso che la lettura attenta dei vari processi aventi ad oggetto la ricostruzione del “sistema” consenta di cogliere l’esistenza di elementi di collegamento univocamente rilevanti: per rappresentarlo processualmente è compito nostro mutuare l’impostazione utilizzata per ricostruirne le singole componenti, come abbiamo fatto negli ultimi anni in relazione alla ndrangheta e come, prima di noi, hanno fatto i colleghi di Palermo per Cosa Nostra. Siamo riusciti a capire che c’è una logica di fondo condivisa che caratterizza le varie strutture criminali di tipo mafioso, che parte da una sua strutturazione interna di base che, a livello apicale, diventa la componente che si interfaccia con tutte le altre facce del “sistema”. Abbiamo sempre saputo che la ndrangheta e Cosa nostra curassero determinati territori ed ambiti strategici, abbiamo accertato che le varie componenti di tali organizzazioni criminali siano entrate in conflitto tra loro in determinati periodi storici. In altri periodi storici abbiamo immaginato che abbiano assunto una serie di decisioni impopolari, violente, non condivisibili perché qualcuno al loro interno aveva deciso che questo dovesse avvenire. Non ci siamo accorti, invece, che in Calabria vi erano tracce processuali di soggetti che si erano mossi nell’ombra di relazioni pericolosissime, che dagli appartenenti di rango più basso delle organizzazioni criminali sono state percepite come volute ed alimentate dai grandi capi della componente “visibile”. Parlo soprattutto delle tracce presenti in Olimpia, che ci ponevano già davanti agli occhi una serie di indicazioni idonee a dimostrare l’esistenza di soggetti collocati ad un livello più alto, che spesso e volentieri, per quella che ho definito un sofisticata strategia di distrazione di massa, hanno utilizzato i conflitti armati all’interno delle organizzazioni criminali per ottenere altri risultati, altrove. Oggi non possiamo rischiare di fare una ricostruzione soltanto parziale, potendo utilizzare quelle tracce processuali importanti. Un dato di fondo appare indiscutibile, per quello che vari collaboratori di giustizia hanno riferito in sede dibattimentale: quando c’è stata la necessità di valutare strategie che potevano incidere sulla stessa tenuta delle istituzioni repubblicane, sulle scelte che avrebbero inciso sulle istituzioni centrali, le grandi mafie, quanto meno ndrangheta e Cosa Nostra, hanno dialogato e valutato insieme. Possiamo partire da qui.

La sua indagine più recente e famosa coinvolge l’ex ministro Scajola, insieme a soggetti collegati ad associazioni segrete e circuiti occulti. Una conferma di ciò di cui abbiamo parlato finora?

Non posso ovviamente fornire particolari su indagini in corso. Le posso solo confermare che contestualmente all’esecuzione dell’ordinanza applicativa di misure cautelari personali, abbiamo svolto un serie di perquisizioni ed ipotizzato, con il procuratore Federico Cafiero de Raho ed il collega Francesco Curcio, l’esistenza di un vincolo associativo tra le persone sottoposte ad indagini, in linea con altra contestazione a carico di diversi soggetti posta a fondamento di analoga attività di ricerca della prova eseguita nel mese di giugno del 2013. Tornando alle contestazioni del processo Meta, con la stessa è stata ipotizzata l’esistenza di un limite estremo, verso l’alto, della ndrangheta che va oltre quei personaggi a cui è attribuita la carica di “capo crimine”: ciò significa che tutto ciò che si trova al di sopra di queste figure non solo non deve essere considerato estraneo alla struttura dell’organizzazione ma va correttamente identificato con quella componente occulta che in realtà costituisce la testa pensante, il centro decisionale effettivo destinato ad individuare i settori vitali e gli ambiti strategici in cui l’organizzazione sarà chiamata ad operare. Questa impostazione, abbinata ai risultati processuali raggiunti da altri Uffici e dalla Dda di Palermo in particolare, abbatte il rischio di ricostruzioni parziali dell’intero fenomeno criminale di tipo mafioso. Per dare risposte complete anche a Reggio Calabria è necessario recuperare le più importanti indagini del passato e cercare di ottenere oggi quegli elementi che possano trasformare quelle remote tracce in elementi di prova spendibili in sede processuale.

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Claudio Scajola
Ritengo che l’unico modo per arrivare ad un contrasto reale, effettivo e profondo, che possa produrre risultati stabili e concreti, in grado di dare risposte essenziali alla gente, sia quello di operare uno sforzo eccezionale. Se il sistema criminale di tipo mafioso è unitario anche il fronte di contrasto deve esserlo allo stesso modo. Dobbiamo mettere insieme tutti i pezzi di verità di cui ognuno di noi dispone per colpire la vera testa dell’organizzazione criminale. Questo è l’aspetto principale che ho sottolineato nella requisitoria del processo Meta: non è più possibile portare a giudizio solo i capi della mafia visibile, c’è qualcun altro, collocato ad un livello superiore, da individuare e processare. E quell’altro fa parte dello stesso sistema criminale, non è una componente accidentale da incriminare utilizzando, in maniera a volte distratta, il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa: strumento straordinario, ma inefficace se utilizzato a carico di quel soggetto che un maggiore approfondimento investigativo avrebbe individuato quale vertice supremo della struttura criminale organizzata. Portare a giudizio la testa dell’organizzazione in relazione ad un titolo di reato sbagliato è fuorviante, perché costituisce il momento in cui si corre il rischio drammatico di espropriare il giudice del suo fondamentale ruolo, spingendolo a ratificare una verità processuale distante dalla verità storica, a cui consegue un gravissimo danno nel complessivo percorso di contrasto alle mafie.

Le dichiarazioni del pentito Antonino Fiume sull’omicidio Scopelliti, che hanno fatto riaprire le indagini in merito, possono offrire un quadro più chiaro del rapporto tra ndrangheta e Cosa Nostra? La sua morte può inserirsi all’interno dello scenario che riguarda la trattativa mafia-Stato?

Inutile ribadirle che anche a tale domanda non posso rispondere. Come ho detto nel corso della requisitoria Meta, l’uccisione di Scopelliti si colloca in un momento storico decisivo per le sorti della ndrangheta reggina, che in quel periodo concludeva un processo evolutivo estremamente significativo. L’omicidio viene consumato nel periodo finale della sanguinosissima seconda guerra di mafia combattuta dalle grandi famiglie di ndrangheta della città di Reggio Calabria, conflitto armato che appare caratterizzato da una serie di causali che vanno al di là rispetto a quelle di matrice localistica. Ribadisco anche in questa sede di essere convinto che fino a quando non saranno chiariti in sede processuale tutti i profili criminali che riguardano quel periodo storico, un pezzo importante di verità sarà sottratta ad ognuno di noi. Nel corso del processo Meta sono emerse tracce di causali occulte della seconda guerra di mafia, frutto di dichiarazioni di collaboratori di giustizia relative alle caratteristiche peculiari delle strategie di ndrangheta e Cosa Nostra rispetto a quelle di organizzazioni criminali altrettanto ricche e radicate: penso in particolare alla dimostrata capacità di sfruttare a proprio vantaggio una serie di situazioni apparentemente legate soltanto a logiche delinquenziali interne, che nel gergo ndranghetista vengono definite “tragedie”. A partire dai sequestri di persona, la ndrangheta ha sempre tentato di sfruttare gli accadimenti storici per intensificare i suoi rapporti con ambienti in grado di avvantaggiare il complessivo sistema criminale di cui è parte rilevante.

Bernardo Provenzano
Bernardo Provenzano
La ndrangheta ha in qualche modo partecipato, insieme a Cosa Nostra, a trattative con lo Stato, o si tratta sempre del “fratello timido” che manda avanti quello più spavaldo?

Il fratello timido, ma con le idee molto chiare, quando quasi tutta l’attenzione degli apparati statali si è spostata sulla Sicilia è diventato altrettanto spavaldo. Ad un certo punto ha sfruttato le attenzioni che venivano rivolte al versante siciliano, utilizzando strumenti raffinati che aveva già sperimentato negli anni ’70, quando aveva capito che l’interlocutore che si muove all’interno di determinati apparati non gradisce situazioni particolarmente visibili, come tali potenzialmente identificabili: la ndrangheta sa che i suoi interlocutori apprezzano un atteggiamento particolarmente attento, rispettosamente silente, in grado di garantire sempre un profilo apparentemente basso ma estremamente produttivo.

La stessa strategia dell’inabissamento che Bernardo Provenzano ha usato per quindici anni?

Esattamente, perchè le mafie sanno che per gestire i grandi affari questo è l’unico sistema possibile. La ndrangheta si è sempre mossa così, penso che l’abbia fatto anche in determinati momenti non solo per tutelare i propri interessi, ma anche per tutelare quelli di altri componenti del medesimo sistema che in quel momento vivevano gli effetti di scelte di cui non avevano ben ponderato le controindicazioni.

Trattativa mafia-Stato: più volte è stata definita reale o presunta, illegittima o a fin di bene, è stato dipinto uno Stato che per risparmiare vite umane scende a patti con i mafiosi, anche se poi viene dimostrato che Totò Riina, quando lo Stato si apre al dialogo, comprende che la strategia delle bombe paga. Lei cosa ne pensa?

Con un dibattimento in corso non sarebbe giusto esprimere giudizi estranei a quell’ambito processuale. L’unica riflessione che mi sento di fare ruota intorno alla ricostruzione dell’evoluzione giurisprudenziale relativa al delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, caratterizzata dal costante ricorrere di un condivisibile concetto di fondo: in nessun modo bisogna legittimare l’interlocutore mafioso. Legittimarlo, anche parzialmente, significa rafforzarlo, renderlo riconoscibile, istituzionalizzarlo e quindi attribuirgli un ruolo che assolutamente non deve avere. Parlare dunque di trattativa, ancor prima di verificare se legittima o illegittima, è un grave errore che non ci possiamo permettere: il termine trattativa non può appartenere al lessico di chi è chiamato a contrastare le mafie. È sempre contra legem il comportamento di colui che, anche per evitare un male maggiore, instaura un contatto con un interlocutore che è portatore di interessi incompatibili con quelli di uno stato di diritto. Ritengo obiettivamente che chi riveste ruoli istituzionali debba sempre dimostrare di essere estraneo a determinate relazioni. Lo Stato in cui ognuno di noi crede sarà sempre in grado di fare valutazioni di altra natura, sarà sempre capace di fronteggiare, di contrastare i sistemi criminali di tipo mafioso utilizzando gli strumenti normativi a disposizione, senza mai cedere a forme striscianti di compromesso.

Salvatore Riina
Salvatore Riina
Lei, insieme ad altri suoi colleghi di questa e di altre procure come i pm Nino di Matteo e Nicola Gratteri, siete stati ripetutamente destinatari di minacce mafiose a causa dei processi e delle indagini di cui vi occupate. Che interpretazione dà di condanne a morte così plateali, di cui l’esempio più eclatante sono le minacce di Riina che, intercettato, annuncia di voler uccidere Di Matteo?

Il messaggio di Salvatore Riina non è lo sfogo di un soggetto che crede di essere particolarmente colpito da sentenze di condanna esemplari: tutte le minacce che abbiamo ricevuto in questi anni sono accomunate da una medesima logica di fondo. Negli ultimi tre o quattro anni ho ricevuto intimidazioni pesanti circa ogni sei mesi, e non sono mai stati messaggi che non intendessero farmi comprendere qual era l’attività che dava fastidio. Al contrario hanno sempre indicato in maniera sufficientemente chiara la ragione di fondo dell’intimidazione, soprattutto nel momento in cui ho deciso di dedicarmi al recupero di materiale investigativo dimenticato che, messo insieme ad altri pezzi di verità e riletto con occhi nuovi, era in grado di fornire risposte scomode, ulteriori rispetto a quelle tollerate dalla ndrangheta. Il sistema criminale di tipo mafioso, di cui l’organizzazione criminale di origine calabrese è parte, non si preoccuperà mai delle centinaia di arresti o delle decine di processi che ricostruiscono l’ambito operativo territoriale o la strutturazione organizzativa della singola articolazione o del singolo locale. La preoccupazione nasce quando si va oltre nell’attività di ricerca, cominciando a porre domande che coinvolgono la struttura criminale nel suo complesso ed i reali obiettivi strategici che la stessa persegue, la cui natura è sostanzialmente eversiva. Tutte le volte che ho recuperato dall’archivio atti di procedimenti ormai dimenticati, tutte le volte che ho tentato di abbinare una serie di elementi che fornivano risposte nuove o allargavano il campo dell’investigazione, consentendo di strutturare contestazioni nuove come è avvenuto nel processo Meta, hanno ritenuto di informarmi di aver saputo e di non aver gradito. Non è possibile che sia un caso il fatto che le minacce siano sistematicamente arrivate sempre pochi giorni dopo una serie di passaggi pubblici, quali gli interventi nel corso delle udienze dibattimentali, in cui ho detto chiaramente che la mia attività di ricerca non si sarebbe fermata alle verità di facciata: sono state quelle le occasioni in cui loro mi hanno invece invitato a fermarmi. Quello è chiaramente il tentativo dei componenti del livello più alto della struttura visibile, che comprende quando il rischio di svelare l’esistenza del livello occulto diventa concreto e tenta di veicolare verso il magistrato diventato pericoloso un serie di messaggi minacciosi. Sanno perfettamente che il loro tentativo è destinato a fallire, ma non possono sottrarsi ad un tale passaggio. Non so quanto siano consapevoli che, se avessimo bisogno di particolari riscontri per testare la bontà del lavoro che svolgiamo, le minacce sono senza dubbio le migliori conferme possibili.

Magistrati come Lombardo, Di Matteo, Gratteri nel momento in cui arrivano al confine che delimita organizzazione criminale mafiosa e quel livello del quale parlavamo devono essere fermati, costi quel che costi?

Cosa Nostra e la stessa ndrangheta in questo caso temono la loro definitiva scomparsa? Il rischio per loro è molto alto, ma lo è anche per chi svolge una penetrante azione investigativa. L’organizzazione di tipo mafioso ha un ruolo limitato se viene considerata esclusivamente per le sue manifestazioni di base: non è necessaria una particolare capacità criminale per controllare le attività svolte in ambiti territoriali economicamente depressi, storicamente al di fuori di circuiti imprenditoriali di rilievo. Il problema, invece, diventa enormemente più serio nel momento in cui quelle manifestazioni di base sono indispensabili nel complessivo agire di un sistema più ampio, che canalizza ricadute vantaggiose a favore dei territori d’origine e crea occasioni di arricchimento di ben altro profilo, soprattutto quando la logica del profitto è riferibile ad una serie di occasioni patrimonialmente favorevoli, che spesso non possono essere immediatamente capitalizzate e, quindi, generano effetti favorevoli ma differiti. Allo stesso tempo è importante ribadire che non può sopravvivere un sistema criminale che non sia in grado di arrivare fino alle sue articolazioni di più basso livello, perché la ricaduta parziale verso il territorio e verso coloro che costituiscono l’esercito della struttura criminale sono assolutamente indispensabili per la perpetua rinnovazione del circuito delinquenziale. Per spiegarmi meglio, ritorno per un attimo alla smisurata ricchezza generata dal traffico internazionale di stupefacenti: se si chiede all’ultimo dei picciotti di Reggio Calabria, di San Luca o di Rosarno se quella ricchezza sia reale, quel picciotto risponderà di non aver mai visto un euro di quei soldi, perché in quel territorio quei capitali non saranno mai direttamente spendibili. Per quella componente di base dell’organizzazione di tipo mafioso si tratta, quindi, di una ricchezza virtuale, che si colloca al di fuori della sua portata. Se l’organizzazione criminale fosse in grado di generale solo quel tipo di vantaggio, nessun affiliato ne trarrebbe beneficio, nessun soldato sarebbe disposto a combattere una guerra non sua. Il vantaggio patrimonialmente apprezzabile per quel partecipe diventa percepibile solo nel momento in cui chi ricopre posizioni apicali, ed è in possesso delle capacità finanziarie per utilizzare quei capitali, opera scelte in grado di innescare un meccanismo virtuoso (rectius vizioso) che poi, attraverso ulteriori passaggi spesso riferibili ad interlocutori istituzionali, ad esempio impegnati nella gestione della fase esecutiva degli appalti o nella canalizzazione dei finanziamenti pubblici a favore di membri del sistema criminale, risulta in grado di generare una ricaduta reale anche su quegli spazi territoriali economicamente depressi, in termini di investimenti produttivi, di opportunità di lavoro e di guadagno.

Nel momento in cui un Lombardo o un Gratteri toccano quel livello del quale abbiamo già parlato, mettendo in pericolo quell’equilibrio indispensabile per la sopravvivenza della ndrangheta, non la costringete in un certo senso ad una reazione violenta che potrebbe sfociare in atti stragisti?

gratteri e lombardo pp
Nicola Gratteri e Giuseppe Lombardo
Non so se la costringiamo a scelte di tale natura, questo però non deve essere un motivo di condizionamento per il nostro lavoro. Io sono convinto che chi decide di lavorare negli uffici di Reggio Calabria, Palermo, Napoli, Milano, deve fare una scelta interiore di fondo. La ndrangheta, contrariamente a quello che si racconta, di magistrati ne ha uccisi parecchi, anche se non ha mai utilizzato una strategia stragista nel vero senso della parola. Sicuramente, nel momento in cui la sua complessiva strutturazione dovesse risultare, il rischio di reazioni finora inedite diventerà più concreto. Essendo la ndrangheta, unitamente alle altre organizzazioni mafiose, intranea ad un circuito criminale unitario nella veste di socio di riferimento, penso sia maggiormente portata a reagire violentemente solo nel momento in cui l’azione di contrasto divenga in grado di minare quel rapporto fiduciario che la lega agli altri soci. Ritengo che la struttura criminale, che per gli indicatori fattuali a disposizione fa parte di un più ampio sistema capitalistico di tipo mafioso, non intenda correre questo rischio. La mia speranza è quella di essere in grado, insieme ai miei colleghi, di dare risposte condivise: se saremo in tanti a parlare la stessa lingua il rischio che ognuno di noi corre diventerà maggiormente gestibile.

Un magistrato come lei, che sta andando sempre più a fondo contro questi sistemi criminali con i quali ha a che fare ogni giorno, come fa a guardare il futuro con ottimismo anche quando si trova di fronte a ragazzi giovani che in lei ripongono la loro speranza?

Credo che il nostro lavoro debba necessariamente essere caratterizzato da un approccio positivo: dobbiamo partire dall’idea di fondo che saremo sempre uno in più di loro, per non lasciarci condizionare dal rischio di diventare parte di una minoranza destinata a perdere la partita. Dobbiamo essere in grado di spiegare alla gente, ai ragazzi soprattutto, che i processi non sono solamente la risultante di atti di indagine nella disponibilità dei tecnici del diritto: ognuno di noi ha il dovere morale di legare le verità processuali ad un percorso di conoscenza che vada oltre le aule dei Tribunali, per smuovere le coscienze dei ragazzi e far loro percepire che la ricostruzione processuale è solo il punto di partenza di un percorso molto più lungo ed articolato, che ci coinvolge soprattutto come cittadini. Le risposte alle domande di quei ragazzi non devono essere necessariamente fornite dal dottor Lombardo, dal dottor Di Matteo, dal dottor Gratteri o dai tanti colleghi che con noi condividono questo progetto: le risposte vere vanno trovate nelle pieghe della vita che ognuno di noi vive in realtà ad altissima densità mafiosa, che limita la nostra libertà presentandosi in mille modi, con mille volti, con molteplici sfaccettature. Fino a quando i ragazzi avranno la possibilità di giustificarsi responsabilità sugli altri. Per il ruolo sociale di ognuno di noi non possiamo più permetterci di raccontare una storia sbagliata o parziale. Tante volte mi sono interrogato sulla difficoltà di semplificare una serie di messaggi per rendere percepibile qual è il senso vero di un lavoro delicatissimo, come quello che svolge il Pubblico Ministero. Lo faccio soprattutto quando valuto congiuntamente gli elementi di prova per formulare l’imputazione, compito attraverso il quale l’indagine preliminare svolta viene sottoposta ad un penetrante auto-giudizio. È capitato spesso, come nel caso del processo Meta, di essermi fermato decine di volte a riflettere su quello che stavo scrivendo e che stavo contestando, ed ho pensando ai miei colleghi giudici che avrebbero poi dovuto confrontarsi con quella ipotesi accusatoria: in quella stessa fase mi sono anche interrogato sull’effetto che quell’accusa avrebbe avuto su chi, con gli occhi della gente, osserva con attenzione ed interesse le continue situazioni processuali. Mi sono sempre chiesto cosa avrebbero compreso i tanti ragazzi che, anche in Calabria, osservano con una sempre maggiore capacità critica quello che avviene nelle aule di giustizia. È vero che l’imputazione serve al Pubblico Ministero per perimetrare il percorso decisionale del Giudice, ma ritengo che abbia anche una altrettanto importante funzione sociale, quale traccia scritta del filo logico che caratterizza il nostro lavoro. La via maestra che dobbiamo seguire deve servire soprattutto a spiegare che cosa è il sistema criminale di tipo mafioso che condiziona la vita di ognuno di noi e che limita gli spazi di libertà in sempre più ampi territori del nostro Stato: deve essere finalizzato principalmente a rendere immediatamente percepibile che l’organizzazione mafiosa, anche quando non spara, quando non taglieggia, non uccide, quando non si manifesta nelle forme tradizionali, è comunque viva e presente. Anzi, più è silente, più è pericolosa per essere riuscita a stabilizzare il suo ruolo criminale. Se non saremo in grado di portare fino in fondo il nostro sforzo, saremo i primi responsabili delle risposte non date a quei ragazzi. Tutto questo oggi non è più accettabile, perchè essere magistrato antimafia oggi significa soprattutto fare domande scomode e portare avanti ricostruzioni sempre più approfondite in grado di accertare le responsabilità complessive. Il mio atteggiamento positivo è legato alla consapevolezza che la magistratura italiana ha oggi al suo interno le risorse umane ed intellettuali per dare processualmente risposte complete ed autorevoli. Questa è la sfida che abbiamo accettato, il lavoro che dobbiamo fare. Consapevoli che siamo soggetti soltanto alla legge.