Ndrangheta e massoneria: svelati i segreti delle logge reggine

Alessia Candito Corrieredellacalabria.it REGGIO CALABRIA - Cosimo Virgiglio ha ricominciato a parlare. Recuperato dal pm Giuseppe Lombardo dall'oblio cui un controverso percorso di collaborazione lo aveva relegato, oggi l'imprenditore del porto di Gioia Tauro che con le sue dichiarazioni ha svelato dettagli importanti sulla storica rottura fra il clan Piromalli e i Molè, sta fornendo nuove importanti informazioni ai magistrati. E non solo sulle cosche della Piana. Virgiglio sta parlando di quel mondo di mezzo in cui la ndrangheta si mischia con la massoneria e la grande impresa, per diventare un'unica cosa. Un mondo che Cosimo Virgiglio conosce bene.

Giorgio Hugo Balestrieri
Giorgio Hugo Balestrieri
È in quel limbo che ha trattato l'acquisto della struttura alberghiera Villavecchia di Frascati, desiderio del boss Rocco Molè sopravvissuto anche al suo omicidio. Ma per gestire quell'affare, Virgiglio ha dovuto e potuto – probabilmente in virtù di legami e appartenenze precedenti a quella trattativa – misurarsi con partner in affari del calibro di Angelo Boccardelli, segretario dell'ex ambasciatore di San Marino Giacomo Maria Ugolini, gran maestro della loggia del Titano, Giuseppe Fortebracci e il comandante Giorgio Hugo Balestrieri, fino all'81 ufficiale della marina militare statunitense, quindi uomo dei servizi a stelle e strisce, piduista e appartenente – secondo il faccendiere Elio Ciolini – alla loggia riservata "Montecarlo". Per i magistrati della Dda reggina, Balestrieri è soprattutto uno dei principali terminali imprenditoriali e finanziari di cui la cosca Molè nel tempo si sarebbe servita per riciclare e investire gli enormi proventi del porto di Gioia Tauro, per questo è stato arrestato dopo una lunga latitanza e oggi è sotto processo di fronte ai giudici del Tribunale di Palmi. In quel giudizio, le dichiarazioni di Virgiglio avranno il loro peso, me quei verbali non sembrano essere per nulla esaustivi delle conoscenze che l'imprenditore ha del mondo delle logge.

A svelarlo è un recente interrogatorio messo agli atti del procedimento Il Padrino, pesantemente omissato, ma da cui si comprende non solo quanto il collaboratore possa essere utile alla Dda, ma soprattutto quanto possa essere pericoloso per quella componente "riservata" che ha permesso all'élite delle ndrine reggine di divenire e conservarsi come tale. Ampi tratti bianchi coprono gran parte delle dichiarazioni del collaboratore, ma qualcosa – di estremamente rilevante – emerge. A più di due decadi dall'inchiesta "Mani segrete" dei procuratori Agostino Cordova e Francesco Neri si torna a parlare di logge coperte in Calabria. E oggi come allora, i "fratelli" sembrano stringersi la mano nel saluto massonico all'ombra della ndrangheta. Cosimo Virgiglio è chiaro: a Reggio Calabria c'era almeno una loggia coperta di cui lui faceva parte, che si riuniva regolarmente «e si estendeva fino a Valanidi». All'interno – spiega il pentito ai pm Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio – non erano ammessi solo notabili e professionisti. Al contrario, i signori della Reggio bene autorizzati a vestire il grembiule erano indicati dai clan.

Francesco Pellicano
Francesco Pellicano
Fra gli "sponsorizzati" – spiega il collaboratore – c'era «un certo Pellicano, che era a Polistena, che faceva il medico, in un laboratorio», per poi specificare «non un certo, proprio Ciccio Pellicano». Lui – aggiunge ancora - «Lavorava a Polistena come ... nel laboratorio, in uno dei laboratori dell'ospedale di Polistena». Attualmente imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, Pellicano – rivela il pentito – sarebbe stato ammesso nella loggia da Giovanni Zumbo, personaggio di peso in quel contesto mafioso–massonico, «poi scomparso dallo scenario credo perché era stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare». Non si tratta – chiarisce subito Virgiglio – del commercialista ed ex antenna dei servizi, pizzicato a sussurrare fondamentali dettagli di indagini in corso al boss Pelle e per questo condannato a oltre 11 anni di carcere, ma di «Giovanni Zumbo di Croce Valanidi che rappresentava la famiglia di Villa San Giovanni, la famiglia di ndrangheta di Villa San Giovanni, i Latella, lui aveva all'epoca aveva preso la distribuzione, mi sembra, della Parmalat, era un omonimo, va bene? E questo Gianni Zumbo aveva pure dei collegamenti su Rosarno».

Oggi come vent'anni fa, l'ombra dei grembiuli sembra legare in maniera indissolubile Reggio alla Piana, la ndrangheta della città a quella cresciuta all'ombra del porto, grazie anche a personaggi che per vocazione e sangue fanno da ambasciatore e raccordo. Zumbo – sembra avere quasi ansia di spiegare il pentito– era cugino dei Lo Giudice di Rosarno, i quali «nulla hanno a che vedere con il Lo Giudice attualmente collaboratore», ma «avevano Rosarno, che poi era "Candile" come Comune». Una famiglia di origine reggina quella dei Lo Giudice, che poteva vantare fra le proprie parentele anche un legame con il boss Pietro Labate, il quale – sottolinea Virgiglio – «faceva parte di questo contesto riservato».

Una parola già in passato utilizzata da più di un pentito per indicare quel mondo in cui le ndrine si mischiano con le logge per diventare un'unica cosa. Un mondo che – per quanto allo stato sia dato sapere - non si esaurisce con il boss Labate.«Parlavano – dice il collaboratore - di un ... diciamo ... un interesse.. c'era in un certo "Deco", - inc.-, poi sicuramente credo che sia Diego Rosmini ..che il coso qui, il... all'epoca Francica voleva"assolutissimamente" avvicinare per un supporto politico nel reggino». Un riferimento assolutamente non neutrale. Non è infatti la prima volta che i Rosmini vengano collegati alla politica, o meglio a un preciso contesto e referente politico.

Amedeo-Matacena
Amedeo Matacena
È verità giudiziaria definitiva che l'ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena sia stato per lungo tempo il rappresentante politico dei Rosmini, tanto da potersi permettere di respingere al mittente le loro richieste estorsive. A rivelarlo è stato il pentito Umberto Munaò, che ai magistrati ha spiegato «Matacena non intendeva pagare la quota cioè il cinque per cento che avevamo chiesto, perché dice: "Io sono amico vostro, e soldi non ve ne do". Ricordo che c'è stata una discussione in merito, perché da parte di Rosmini c'era l'interesse a non insistere, per il pagamento di Matacena, in quanto una volta incontratomi con Totò Rosmini, che era anche latitante, dice: "Non possiamo insistere, perché a noi ci ha sempre favorito, a noi ci favorisce, ci aiuta se abbiamo bisogno, non possiamo forzarlo a darci i soldi", dice: "Cerchiamo di farli uscire in un modo diverso", anche perché comunque alla parte avversa dovevamo dare conto di quella che era nel totale, la percentuale. Quindi o la tiravamo fuori noi dalle nostre tasche, o la facevamo uscire dai vari lavori che erano cemento, ferro, e roba varia, no?».

Dichiarazioni che la Cassazione ha preso sul serio, se è vero che, nel condannare in via definitiva Matacena per concorso esterno, ha sottolineato « quel potere (evento assolutamente inconsueto fra estorto ed estortore) che il Matacena dimostra di avere, tanto da poter paralizzare la richiesta di pagamento, con una sorta (mutuando il termine dalla contrattualistica) di "eccezione di compensazione": avendo egli già favorito l'associazione, aveva già tributato ad essa quanto dovuto e poteva pretendere di essere esonerato dal pagamento della tangente». Un ruolo forse limitato alla luce dei nuovi elementi di indagine emersi nell'ambito dell'inchiesta Breakfast, in base ai quali Matacena non sembra essere il referente di un unico clan ma «stabile interfaccia della ndrangheta, nel processo di espansione dell'organizzazione criminale, a favore di ambiti decisionali di altissimo livello», ma che già da solo potrebbe spiegare come mai ci fosse tanto interesse ad agganciare Diego Rosmini.

A dare l'ordine - riesce a poi a chiarire il pentito rispondendo alle domande puntuali dei pm - è il maestro della loggia Francica di Vibo Valentia, il quale – sostiene Virgiglio - «voleva sguinzagliare i miei apprendisti e io questo non glielo permisi, ho detto io: i miei apprendisti onestamente li devi tenere fuori dalle ... devianze.. Almeno fin quando mi è possibile». Cosa gli "apprendisti" di Virgiglio dovessero fare o quali "devianti" sentieri dovessero perseguire non è dato – al momento – sapere. Ma di certo molti, forse anche noti e autorevoli riservati iniziano a tremare. E probabilmente non solo a Reggio Calabria.

Giacomo Lauro
Giacomo Lauro
Fin dai primi anni Novanta, i primi e fra i più importanti pentiti della storia del contrasto giudiziario alla ndrandrangheta, Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barrecca, hanno parlato del ruolo delle logge nell'evoluzione della ndrangheta e del progetto cui hanno fatto da incubatrice. «Tutto avvenne – ha raccontato Lauro – in coincidenza con l'arrivo a Reggio dell'estremista di destra Franco Freda. Gli organizzatori della loggia furono lui e Romeo.

Guido Giannettini e Franco Freda
Guido Giannettini e Franco Freda
Un'altra loggia con le stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania. L'obiettivo era comune: un progetto eversivo di carattere nazionale che doveva essere la prosecuzione di quello iniziato negli anni Settanta con i moti per Reggio capoluogo. Anche quello prendeva le mosse dalla stessa città e avrebbe dovuto investire tutta Italia». Di quella loggia – ha affermato in più contesti Lauro – facevano parte i capi della ndrangheta dell'epoca - i De Stefano, Peppino Piromalli, Antonio Nirta - e neofasciti ed estremisti di destra ben noti in città anche per il ruolo avuto durante i cosiddetti Moti di Reggio, come Paolo Romeo (ex deputato Psdi condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, n.d.r.), Giovanni Criseo, poi ucciso, Benito Sembianza, Felice Genoese Zerbi.

Circostanze confermate da Barreca, che ai magistrati ha rivelato «in Calabria esisteva sin dal 1979 una loggia massonica coperta a cui appartenevano professionisti, rappresentanti delle istituzioni, politici e, come detto, ndranghetisti. Questa loggia aveva legami strettissimi con la mafia di Palermo, a cui doveva render conto. Una struttura di fatto costituita da personaggi eccellenti con la salda intesa di una mutua assistenza esisteva già da prima, e Freda si limitò a formalizzarla nel contesto di quel più ampio progetto nazionale che alla realtà reggina improvvisamente attribuì un ruolo di ben più ampio significato e spessore». Un gruppo di potere sopravvissuto anche all'arresto del suo fondatore e che, secondo il pentito, avrebbe continuato a operare «sotto la direzione di Paolo De Stefano, del cugino Giorgio e dell'avvocato Paolo Romeo; questi, nella qualità di esponenti di primo piano della ndrangheta in stretto collegamento con i vertici di tutte le istituzioni del capoluogo reggino. Cosa Nostra era rappresentata nella loggia da Stefano Bontade». Circostanze confermate da diversi pentiti siciliani e finite al centro di diverse inchieste che oggi – forse – grazie a Cosimo Virgiglio potrebbero rivivere di nuova linfa e dare nome e volto a troppe e troppo antiche ombre».