Ndrangheta in Piemonte, in Appello il Pg di Torino chiede condanne per 609 anni

TORINO – Pene per 609 anni complessivi per 63 imputati sono state chieste dalla pg Antonio Malagnino nel processo d'appello Minotauro sulle infiltrazioni della ndrangheta in provincia di Torino. In primo grado erano state inflitte 36 condanne e accordate 38 assoluzioni. Altri 50 imputati sono già stati condannati in Cassazione. Tra le richieste di condanna quella a 10 anni per Nevio Coral, l'ex sindaco di Leinì condannato in primo grado alla stessa pena. Chiesti 7 anni (anziché i due di primo grado) per Antonino Battaglia, ex segretario comunale di Rivarolo, e 15 anni per Rosario Marando, assolto in primo grado e di nuovo arrestato a Roma nei giorni scorsi per il sequestro del figlio di un boss di Gioiosa Ionica. In primo grado erano state inflitte pene per 266 anni.

Su nove assoluzioni la procura generale non ha presentato appello I Comuni di Leinì e Volpiano hanno chiesto rispettivamente un milione e 700 mila euro di risarcimento a Nevio Coral, imputato nel processo d'appello Minotauro sulle infiltrazioni della ndrangheta in provincia di Torino. Coral, storico esponente del centrodestra, è stato sindaco di Leinì per 11 anni ed è stato candidato sindaco a Volpiano. Le richieste sono state formulate dall'avvocato Giulio Calosso, che ha chiesto, in alternativa, provvisionali della metà in attesa che un giudizio civile stabilisca l'ammontare definitivo dei risarcimenti. Meno appariscente ma più concreta.

E' il profilo della ndrangheta al Nord tracciato dai procuratori generali di Torino Roberto Sparagna, Monica Abbatecola e Antonio Malagnino nel corso della requisitoria al processo d'appello 'Minotauro', sulle infiltrazioni della ndrangheta nel Torinese, iniziata lo scorso venerdì e conclusa oggi con le richieste di condanna a oltre 600 anni di carcere per i 63 imputati. "La ndrangheta al Nord – ha detto Sparagna – opera in modo diverso, in silenzio: si adatta, si mimetizza, e questo la rende più insidiosa e persino più difficile da aggredire". In Piemonte è presente "almeno dal 1972, quando abbiamo certezza della richiesta, formulata a un pentito, di aderire al 'locale' di Chivasso". Sul fatto che la presenza della ndrangheta sul territorio fosse tollerata, Sparagna ha aggiunto che "è possibile che i politici piemontesi potessero non sapere dei legami di parentela di alcune persone con i boss in Calabria, ma abbiamo il sospetto che i politici di origine calabrese non potessero non saperli.

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