Nel 2015 una nave irlandese non soccorse i migranti davanti alla Libia: almeno 25 morti

Riccardo Arena La Stampa via Dagospia.com «LA GENTE SULLA BARCA barca sta prendendo acqua a bordo e ha bisogno d'aiuto, quindi confermo ciò che è già stabilito, questa non è una nostra richiesta a lei, questo è un ordine: raggiungete la barca e datele aiuto». «My order from Ireland is not to close the libian coast for more 16 mile (il mio ordine dall' Irlanda è di non avvicinarmi alla costa libica per più di 16 miglia)».

È la cronaca di un naufragio annunciato, 25 morti per il ribaltamento di un peschereccio partito dalle coste libiche, il 5 agosto del 2015: il natante era alla deriva e imbarcava acqua, fino a quando non si capovolse, proprio all' arrivo dei soccorsi, prestati tutti da uno stesso lato. Ma ad incidere sul naufragio, oltre allo spostamento repentino dei 600 migranti dalla parte da cui arrivavano i soccorritori, sarebbe stato anche il ritardo con cui la nave irlandese Le Niamh, dirottata sul posto dal comando operativo della Guardia costiera italiana, arrivò vicino al barcone, raggiunto quando ormai allo stremo.

Per oltre due ore, infatti, la Le Niamh si rifiutò di avvicinarsi: il governo irlandese - queste le spiegazioni date dagli ufficiali, nelle conversazioni registrate dal Mrcc, il centro di coordinamento delle operazioni di soccorso marittimo di Roma - aveva infatti vietato di andare al di sotto delle 16 miglia dalla costa libica. «It's dangerous», è pericoloso, spiegavano gli irlandesi. Ma l' intervento, fondato sulla Convenzione di Amburgo del 1979, era dovuto.

Il limite delle polemiche: se per la nave irlandese era di 16 miglia, infatti, le ong andavano e vanno ben oltre, e anche nel naufragio del 5 agosto di due anni fa c' era in zona una nave di Msf, la Dignity One, oggi al centro di alcuni accertamenti condotti dalla procura di Trapani; quel giorno dell' estate 2015 la Dignity era intervenuta già per un altro naufragio e poi era arrivata quasi contemporaneamente alla Niamh.

La vicenda è venuta fuori nell' ambito del processo in abbreviato, davanti al gup di Palermo Fernando Sestito, contro tre presunti scafisti libici di quel viaggio di speranza e di morte: gli avvocati Cinzia Pecoraro, Vincenzo Rocciola Avila e Alfonso Sciangula sono infatti partiti al contrattacco.

Alle 9,08, alla Guardia costiera di Catania, era giunta la richiesta di soccorso: la nave irlandese sarebbe potuta arrivare in un' ora e venti nei pressi del motopesca, che si trovava a 13 miglia dalla costa libica. A bordo della Niamh, che riceve il primo invito ad andare verso il peschereccio alle 9,35, c' è un ufficiale di collegamento italiano, il tenente di vascello Eugenio Paracolli: «Insomma - spiega - stiamo sperando che questo salga ancora (fuori dal limite delle 16 miglia, ndr)». «Loro ci hanno segnalato che il barcone imbarca acqua, il motore è in avaria, quindi sono alla deriva, non è che si può aspettare».

Sono già le 11,31: quasi due ore e mezzo dopo l' allarme. Alle 11,40 un ufficiale italiano parla direttamente con uno degli irlandesi (il «commander» era Kenneth Minehane, il «lieutenant commander» Daniel Wall): «La gente sulla barca sta prendendo acqua a bordo e ha bisogno d' aiuto, quindi confermo ciò che è già stabilito, questo è un ordine». Ma gli ordini dall' Irlanda sono diversi. «Capitano, è chiaro ma è anche chiaro che questa barca sta affondando... da questo momento vi prendete la responsabilità di questa gente...». «È chiaro, però ho il mio ordine dall' Irlanda».

Ecco un altro ufficiale italiano, Leopoldo Manna: «Lei - dice al collega irlandese - sta aspettando troppo tempo; cerchi di concentrarsi: lei capisce che ciò le assegna una personale responsabilità sulle persone e sulla gente a bordo». «Ne siamo convinti - è la risposta - ma non possiamo mettere in pericolo l' equipaggio di questa nave. La costa libica è molto pericolosa». «La situazione - insiste Manna - è molto complicata, non si complichi la vita lei... ci sono 600 persone a bordo».

La trattativa si conclude a mezzogiorno: Le Niamh vira verso Sud. Arriverà a contatto visivo alle 12,35: Paracolli riferisce che si tratta solo di un peschereccio, da Roma ribadiscono di avvicinarsi. Alle 12,54 la conferma: erano i migranti. Dopo le 13 la manovra dei gommoni di soccorso, tutti da un lato, porta al rovesciamento del barcone: è il dramma. Chiedono all' ufficiale di collegamento quanti siano i migranti in acqua: «Sarebbe molto azzardato... è una macchia umana in mezzo al mare».