Non crescerai mafioso. Sono 30 i minori sottratti per decisione dei tribunali alle famiglie della ndrangheta

Francesco Tizian L'Espresso "DITE AL dottore che i figli  non si toccano". Per un boss la famiglia conta più dei soldi e del potere. Perché figli, nipoti e mogli, garantiscono la continuità dell’impero. Per questo il capo dei capi di Reggio Calabria, Giuseppe De Stefano, ha reagito in malo modo quando il pm Giuseppe Lombardo ha chiesto al tribunale dei minorenni di far decadere la patria potestà sui piccoli eredi. Un colpo durissimo per il padrino dello Stretto che ha sempre reagito a processi, sequestri di beni e latitanze, con un sorriso beffardo. L’affronto, senza precedenti, aveva aperto una crepa profonda in quel monolite criminale che da 40 anni dominava l’intera città. Educare la prole a un avvenire da mafioso può avere conseguenze pesanti: l’allontanamento dei minori dal nucleo familiare. È questo il nuovo fronte della lotta alla ndrangheta.

Nell’ultimo anno si sono moltiplicati i provvedimenti di questo tipo e sempre più casi sono finiti sotto la lente degli inquirenti. Il tribunale dei minorenni di Reggio Calabria è l’unico ad avere intrapreso la strada dell’allontanamento dai genitori mafiosi. Finora sono 30 i minori sottratti alle cosche e affidati a famiglie o comunità del Nord. Dalle informazioni di cui è venuto a conoscenza “l’Espresso”, il numero è destinato a crescere. I figli dei boss sottratti per legge alle famiglie, in questo modo non saranno più costretti a impugnare pistole, ad avere “confidenza” con la droga e così potranno giocare e studiare come tutti i ragazzi. Il più piccolo ha 12 anni, ma la maggior parte è nel pieno dell’adolescenza.

«È una misura che non si applica mai in maniera leggera», spiega il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, che aggiunge: «Chi la critica sostiene che è una intromissione intollerabile nell’ambito familiare. Però dobbiamo capire una cosa: il clan mafioso impartisce ai suoi rampolli regole opposte a quelle naturali». Così, per esempio, se per la giovane B. il codice della ndrina prevedeva una vita di segregazione e silenzio, l’intervento dei giudici le ha permesso di realizzare il suo sogno: disegnare abiti. Da qualche mese la ragazza, figlia di un boss della provincia reggina, vive fuori regione, in una località sconosciuta, dove è finalmente libera di seguire la sua passione. Il procuratore, poi, ragiona su un fatto acclarato: «Ci troviamo di fronte a sedicenni che si comportano già da capi. Hanno entrambi i genitori in galera o latitanti. Lasciamo che le figure adulte continuino ad addestrarli al crimine? Più tardi si interviene più difficile è il cambiamento». Il legame di sangue in questa organizzazione non ha eguali nel mondo della criminalità. E in effetti ad ascoltare le intercettazioni registrate negli ambienti di casa ndrangheta, l’impressione è che il destino di molti bambini sia segnato per sempre.

«Spara!». Il padre ordina, il figlio esegue. Ha solo 7 anni, ma deve già impugnare la pistola d’ordinanza. L’arte della ndrina si apprende tra le mura domestiche. In un’altra casa, le cimici hanno catturato in diretta una lezione di mafia: il patriarca spiegava all’erede al trono, ormai sulla soglia della maggiore età, il significato dei diversi gradi della gerarchia criminale. Ma ci sono anche ragazzini che, ai piedi dell’Aspromonte, saltano la teoria per apprendere direttamente sul campo. Come a San Luca, cuore delle tradizioni dell’onorata società, dove durante l’ultima faida i più giovani sono stati istruiti su come proteggere le abitazioni delle famiglie da incursioni nemiche durante le faide. Nel processo Fehida, che ha visto alla sbarra i carnefici della strage di Duisburg del Ferragosto 2007, c’erano anche alcuni minorenni accusati di associazione mafiosa e concorso esterno. Crescono così i figli d’onore, fanciulli di ndrangheta, costretti a immergersi nelle profondità più estreme dell’oceano criminale da cui spesso non riemergono più. E se ci riescono, lo fanno da cadaveri o ricompaiono, da adulti, nelle celle del 41 bis. Intere dinastie sono state falcidiate nelle guerre: in soli quindici anni, per esempio, la ndrina Dragone della provincia di Crotone ha perso il capo e i suoi due figli maschi. Secondo gli ultimi dati del ministero, aggiornati a ottobre 2015, in Calabria sono sei i minorenni accusati di associazione mafiosa. Addestrati da padri-padrini per i quali uccidere, morire o andare in galera, sono tappe di una carriera obbligata. La stessa che hanno scelto per i loro pargoli ancora in fasce.

La «smuzzunata» è il battesimo da ndranghetista dei bimbi appena nati. È un diritto e un privilegio che spetta solo ai figli dei boss. Un marchio che trova legittimità in un codice parallelo, ancestrale e non scritto. Che trasforma la famiglia naturale in ndrina, nucleo fondante della mafia calabrese. «Quando la moglie di uno ndranghetista di grado elevato mette al mondo un figlio maschio, quest’ultimo viene battezzato nelle fasce con la “smuzzunata” e, per il rispetto goduto dal genitore, entra a far parte dell’associazione sin dai primi giorni di vita. Percorrerà così tutta la gerarchia mafiosa». Giuseppe Scriva, è il pentito che a metà anni ’80 ha sviscerato i segreti della più potente tra le mafie moderne. E sono proprio queste regole, tra mistero e leggenda, che hanno garantito ai clan calabresi continuità generazionale. Le nuove leve, i figli e nipoti degli anziani padrini, hanno lanciato la ndrangheta nel mercato della modernità, mantenendo intatto, però, il dna arcaico. Sono giovani che investono milioni di euro a Roma come a Toronto, ma legati indissolubilmente alle antiche regole della“famiglia”.

Negli ultimi vent’anni il tribunale dei minorenni di Reggio ha celebrato cento processi per reati di mafia. Gli imputati erano rampolli non ancora diciottenni delle cosche più blasonate. Giovanissimi ma con un curriculum da malavitosi esperti. Le condanne non hanno, però, frenato la loro ascesa criminale. Così a distanza di tempo c’è chi è rinchiuso al carcere duro, chi, invece, è stato ucciso e chi ha conquistato il vertice. Negli stessi vent’anni l’ufficio, ora diretto dal presidente Roberto Di Bella, ha giudicato anche una cinquantina di casi di omicidio. «Il dato impressionante è che abbiamo di fronte una generazione che potevamo salvare e che invece abbiamo abbandonato», ragiona Di Bella, che dal suo insediamento ha dato vita a un protocollo unico in Italia. È convinto che il documento firmato con procura dei minori, antimafia e servizi sociali può davvero salvare molte vite dalla morte e dal carcere. «Ci troviamo davanti ai figli e ai fratelli di persone processate negli anni ’90. Questo ci fa pensare che la ndrangheta si eredita», racconta nel suo piccolo ufficio-trincea. L’anno della svolta è il 2012: «Da allora stiamo intervenendo con provvedimenti di decadenza della responsabilità genitoriale e il conseguente allontanamento dei figli minori dal nucleo familiare. L’obiettivo è interrompere la trasmissione culturale». Una misura estrema. Che ha sollevato molte critiche, anche da parte della chiesa.

È convinto che sia la strada giusta don Pino De Masi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera nel territorio caldissimo della piana di Gioia Tauro. «Dobbiamo mettere questi ragazzi nelle condizioni di scegliere un’alternativa che non sia l’interesse della cosca», è netto De Masi. «Nella mia parrocchia vengono anche i rampolli, qualcuno timidamente mi dice che il cognome che porta gli pesa. Sta a noi aiutarli a fare il passo successivo», spiega il parroco. Il fronte degli scettici, invece, ha azzardato persino un paragone: «Dalla confisca dei beni a quella dei figli». L’intervento del tribunale però non è indiscriminato. Il “salvataggio” scatta solo quando gli inquirenti entrano in possesso di notizie sull’educazione mafiosa impartita ai figli. Informazioni che i pm girano al tribunale e alla procura dei minorenni. Solo a quel punto si mette in moto il meccanismo che potrebbe portare all’allontanamento. Lezioni di mafia, minori incaricati di custodire armi e droga, ragazzini obbligati a dimostrare quanto valgono con azioni di fuoco, sono tutti segnali che allertano gli uffici giudiziari. Non sono escluse dall’indottrinamento neppure le giovani donne. Abituate a ubbidire agli ordini fin da piccole: subiscono tutto questo, si trincerano dietro il silenzio e spesso sono costrette ad accettare matrimoni che uniscono due potentati criminali. I primi giorni dopo l’allontanamento sono i più difficili. Chi conosce i casi racconta di incubi che angosciano le notti dei bambini. Sono pensieri di morte, con simboli ben precisi: bare, sangue, violenza. I brutali insegnamenti riaffiorano nella nuova vita distante dai papàboss. Il tribunale si occupa anche dei minori colpevoli di un reato e messi alla prova come alternativa al carcere. Vengono affidati a comunità ma restano in Calabria. Continuano così a frequentare l’ambiente di provenienza. La maggior parte respira cultura mafiosa da quando è nato. Una mentalità che distorce il rapporto con le istituzioni: «Ricordo un ragazzo, ospite di una comunità, con i tatuaggi di un carabiniere sotto la pianta del piede, così da calpestare la divisa a ogni passo, e il giuramento della ndrangheta sul cuore», racconta un operatore sociale.

A volte per ribellarsi all’omertà è sufficiente percepire la presenza dello Stato. Come spiegare altrimenti il gesto di quel gruppo di mamme che ha chiesto aiuto al presidente Di Bella. Chiedono di essere portate via insieme ai figli. Lontano dai mariti. È una piccola rivoluzione in corso. L’avanguardia è fatta da una decina di madri che hanno deciso di chiedere aiuto al tribunale e di collaborare. «È un fenomeno del tutto nuovo. Queste signore hanno esperienze terribili alle spalle, quindi vuol dire che i nostri provvedimenti stimolano a reagire. E c’è anche un lieto fine perché molti dei casi trattati, inviati al nord, non vogliono più tornare nei paesi d’origine», aggiunge il presidente. Non sempre però il finale è dei migliori. I figli di Maria Concetta Cacciola la pentita che la famiglia ha spinto al suicidio per aver scelto di andare via da Rosarno per collaborare con la giustizia sono tornati nel paese degli zii. Nel frattempo il padre che teneva segregata in casa Maria Concetta è tornato in libertà. Gli educatori che lavorano con i due adolescenti sono amareggiati, perché in quel contesto l’esempio esplosivo di ribellione della loro mamma è stato depotenziato. «Il figlio maschio è come se avesse rimosso la vicenda, è intriso purtroppo di quella mentalità che sua madre ha messo sotto accusa», racconta una fonte. Un’occasione di riscatto persa.

Al civico 404 del corso principale di Reggio Calabria c’è un piccolo ufficio che segue la gran parte dei casi di allontanamento. Attualmente i ragazzi affidati a questa squadra sono dieci. Provengono tutti da cosche affermate nel panorama criminale. «Interveniamo immediatamente dopo la decisione del tribunale», spiega la dirigente Giuseppa Maria Garreffa, che specifica: «Alla base di ogni allontanamento c’è sempre un procedimento nei confronti dei genitori». In queste stanze si lavora ininterrottamente. «Siamo sovraccarichi», sospira Garreffa, «ma resistiamo». Finché questi giovani seguono il percorso studiato dal team del ministero tutto sembra andare per il meglio. Poi, quando compiono 18 anni, sono liberi di tornare nel paese in cui sono nati. E una volta rientrati il cognome pesa ancora come un tempo. «Il contesto in cui tornano è spesso decisivo. Vengono accolti, “rieducati”, indottrinati. Non dimenticherò mai quando un ragazzo ci disse: “grazie per quello che fate, ma io devo… non posso scegliere”. Ecco, il dovere di seguire le orme dei padri è la vera condanna di questa terra». Come in “Onora il padre” di Gay Talese, il passaggio di consegne tra padre e figlio è un automatismo che imprigiona i più giovani. Il figlio del boss, per i compaesani, è sempre il figlio del boss. E va riverito. Un meccanismo che molto spesso vanifica i risultati ottenuti lontano dell’ambiente familiare. È un investigatore a raccontarci una scena che ricorda il Padrino di Francis Ford Coppola: «In un paesone arroccato nell’Aspromonte, al termine del funerale dell’anziano del clan si è formata la fila per salutare con grande rispetto il capomafia e il suo bambino, prossimo erede, che per l’occasione aveva fatto ritorno a casa dalla struttura dei servizi sociali». Il passaggio è devastante: da un luogo e una scuola in cui amici e compagni li considerano semplici coetanei con cui giocare o fare i compiti, a una realtà in cui l’etichetta di provenienza esercita ancora fascino sugli altri. «Se i servizi sociali sono inadeguati, se non c’è lavoro, se manca il diritto alla mobilità, come possiamo pensare di lottare contro una multinazionale del crimine che offre denaro e successo immediato ai giovani?», conclude Garreffa. «Gli sforzi devono concentrarsi sul concedere, una volta finito il percorso di allontanamento, delle opportunità legali a questi giovani. Altrimenti si torna al punto di partenza», ragiona Di Bella. Una soluzione la propone il pm Lombardo, il primo ad aver intrapreso, nel 2008, la strada del distacco forzato: «Prima di arrivare alla misura estrema della revoca, si potrebbe immaginare un modello misto, flessibile. Con percorsi di sostegno ai genitori che, però, devono dimostrarsi volonterosi e pronti a tagliare con il passato». S. ha un cognome ingombrante. Nella Locride molti tremano solo a sentirlo pronunciare. Il suo sguardo però non è arrogante. Sorride spesso, preferisce parlare in dialetto, anche se con l’italiano se la cava abbastanza bene. Ha compiuto 18 anni da poco, e invece di dedicarsi allo studio e al divertimento, ragiona già da manager navigato: «Ormai in questa terra non si pupiù investire denaro», sussurra. Fa il cassiere nell’hotel di famiglia, dissequestrato da poco. Guadagna 1.600 euro al mese. Non male per un ragazzo così giovane, in una provincia, Reggio Calabria, ultima per qualità della vita secondo la classifica del “Sole 24 Ore”, che comprende tra gli indicatori il tenore di vita e l’occupazione. Incontriamo S. in una saletta del centro don Milani, un punto di riferimento per gli adolescenti di Gioiosa Marina e Gioiosa Ionica. Comuni attaccati, con due sindaci e due giunte differenti. Nella piazza di Gioiosa Ionica c’è un murale dedicato a Rocco Gatto: il mugnaio comunista ucciso dalla ’ndrine del paese per non essersi piegato alle loro richieste. È il simbolo dimenticato della Locride anti ’ndrangheta. Il suo omicidio doveva servire da monito per tutto il neonato mo vimento antimafia. All’inizio di dicembre, invece, il nuovo e giovane sindaco, Salvatore Fuda, è stato minacciato con alcuni colpi di pistola sparati sulla fiancata dell’auto. La violenza è il ponte che lega il passato e il presente di questi luoghi. S. è cresciuto a Gioiosa. Si presenta all’appuntamento ben vestito, il suo abbigliamento è tutto firmato. L’orologio costoso di metallo nero al polso destro, il bracciale d’argento in quello sinistro. S. sogna di trasferirsi in Canada, dagli zii. Per il momento si divide tra la cassa dell’albergo e il commercio di olio in società con il fratello. È finito al don Milani per tre bravate, l’ultima è guida senza patente: «Guidavo una moto 125, che sarà mai?», sorride. Il tribunale gli ha concesso la messa alla prova, che prevede un percorso di volontariato. Il responsabile del centro è Francesco Riggitano e tutto il tempo che ha disposizione lo dedica ai ragazzi di questi paesi della Locride. «Ci sono famiglie mafiose storiche, importanti, nelle quali la trasmissione mafiosa è evidente. La nostra esperienza ci dice però una cosa: si incide più facilmente sulla manovalanza, su quei ragazzi le cui famiglie non sono criminali da generazioni. Diverse mamme di questi soldatini si sono rivolte a noi per toglierli dalla strada». Il centro è frequentato da tanti ragazzi. Una risorsa straordinaria in questo deserto della Locride. D’altronde crescere qui, o a Rosarno, o tra i boschi dell’Aspromonte, oppure nel quartiere Archi di Reggio Calabria, è una lotta quotidiana. Non ci sono cinema, teatri, polisportive. Sale giochi e strade abbandonate diventano gli unici spazi di aggregazione. Al Don Milani c’è anche una squadra di calcio, la Seles (acronimo di Scuola Etica e Libera di Educazione allo Sport), diventata un punto di riferimento per bambini e adolescenti. Gli allenamenti hanno strappato i giovani dalla strada. Simbolicamente è come aver dato un calcio alla ndrangheta. Per Riggitano e i suoi collaboratori non è tutto facile, anzi. «Su 42 comuni della Locride, solo il 30 per cento di questi ha assistenti sociali di ruolo», denuncia Francesco. Troppo pochi per svuotare le madrasse dei clan, che trasformano ragazzini senza possibilità in picciotti d’onore.

 

 

Da piccolo criminale a pentito «Mi sono avvicinato a personaggi della ’ndrangheta reggina quando avevo quindici anni». Era un ragazzino Mario Gennaro quando ha iniziato a lavorare per le ’ndrine più potenti di Reggio Calabria. Oggi ha trentotto anni e di strada ne ha fatta parecchia: qualche mese fa è stato arrestato con l’accusa di essere il riciclatore numero uno dei clan dello Stretto. I pm lo descrivono come il manager del gioco d’azzardo in grado di infiltrare un colosso del settore con sede a Malta. E pensare che aveva iniziato la carriera come postino: trasportava i pizzini a casa degli affiliati. Una mansione facile, ma di grande importanza. Adesso è un collaboratore di giustizia, e le sue parole fanno tremare i colletti bianchi della città. «Ero un ragazzino criminalmente attivo e per questo fui apprezzato. Ero utile, perché durante la guerra di ’ndrangheta costoro non uscivano di casa e avevano bisogno di personaggi come me. Conobbi e feci amicizia con tutti i maggiorenti delle cosche». Sotto la supervisione dei padrini, “Mariolino” ha lavorato sodo. La prova è durata qualche anno. Rapine, estorsioni, per cominciare. Poi, finito l’apprendistato, è diventato organico della famiglia. Allevato dai capi che per lui avevano riservato un compito di importanza vitale: riciclare una montagna di quattrini fuori dalla Calabria. E così è stato. Solo che i boss non si aspettavano che quel figlio tirato su con tanto amore potesse tradirli rivelando ai magistrati dell’antimafia i segreti finanziari della famiglia.

 

 

Pro e contro l’allontanamento forzato di Angiola Codacci-Pisanelli

«Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo». Sembrano parole inventate per giustificare i giudici calabresi che tolgono i figli a chi è condannato per mafia per dare a quei ragazzi un futuro lontano dalla delinquenza. Invece sono parole vere, dette da un giovane mafioso che per i suoi crimini sconterà 26 anni, continuerà a sognare di costruirsi una vita migliore e alla fine, sconfitto da una burocrazia ancora più impietosa dell’ergastolo “ostativo”, uscirà come il Miché di Fabrizio De André: «Adesso che lui s’è impiccato la porta gli devono aprir…». Siamo a Torino alla fine degli anni Ottanta, ai margini di un maxi processo alla mafia catanese. Salvatore, uno dei più pericolosi tra i 242 imputati che assistono alle udienze chiusi in gabbie d’acciaio, chiede un colloquio al Presidente della Corte d’Assise, Elvio Fassone. Le sue parole, con quella nostalgia per un destino diverso da quello assegnatogli dalla «lotteria della vita», segnano un punto di svolta nel rapporto tra quel pluriomicida e il giudice che firmerà la sua condanna. Ne nasce un rapporto epistolare durato 26 anni, un libro composto e struggente (“Fine pena: ora”, Sellerio) e l’impegno personale di Fassone per mitigare una pena che «è una vera barbarie: una sentenza della corte europea del 2013 ci obbligherebbe a riesaminare caso per caso dopo 25 anni di carcere». Nel libro il rapporto malato tra infanzia e mafia torna tre volte. Nel bambino che Salvatore era e che non aveva altra strada che la delinquenza. Nei figli che non ha potuto avere dalla “ragazza perbene” che non ha fatto in tempo a sposare e che dopo anni d’attesa ha rinunciato ad aspettarlo. E nell’ansia per i nipotini, «quattro discoli» che con il padre anche lui in carcere e la madre che «si arrabatta come può» ormai «non rispettano nessuno». Salvatore si tormenta: «Dovrei esserci io insieme a loro, gli direi di studiare e di imparare a fare un lavoro altrimenti finiscono dove sono finito io».

Eppure Fassone non è favorevole all’idea di togliere i figli ai mafiosi, un provvedimento che, se andasse avanti una proposta presentata nel 2014 dal deputato renziano Ernesto Carbone, potrebbe diventare legge. «Sono sempre riluttante davanti agli interventi coercitivi, anche se fatti con la certezza di “fare del bene” a un innocente», spiega Fassone. «Mi rendo conto però che quando un nucleo è radicato in ambito mafioso può essere una scelta accettabile. Purché però non si perdano i contatti con la madre. Pensiamo a questi bambini: con il padre in carcere, la madre diventa ancora più importante…». A preoccupare l’ex giudice torinese quindi non è tanto la possibilità che la perdita dei figli diventi una pena accessoria ancora più esasperante per dei condannati già difficilissimi da recuperare, quanto l’effetto sui bambini. Che oltretutto quando arriva la decisione dei giudici sono spesso già adolescenti. Non è troppo tardi? No, spiega Massimo Ammaniti, specialista di psicologia dell’età evolutiva. Nel suo “La famiglia adolescente» (Laterza), lo studioso mette a fuoco gli anni in cui «si conclude per i figli la fase del rispecchiamento e comincia o dovrebbe cominciare un processo diverso, la mentalizzazione». È questo il momento giusto, spiega a “l’Espresso”, «per cercare di costruire un senso civico che nasce da un’educazione a far proprie le regole e a capire il punto di vista dell’altro. Un’educazione all’empatia e alla mentalizzazione, la capacità di “leggere nella mente dell’altro” che entra in crisi fra i dodici e i quattordici anni, quando i ragazzi iniziano a prendere le distanze dal modello dei genitori».

Ma il distacco dei minori dai genitori è giustificato? «Sì, perché chi cresce in una famiglia mafiosa è vittima di una forma di abuso psicologico. Non è molto diverso da quello che succede ai bambini soldato della Sierra Leone. Toglierli alla famiglia è un modo per proteggerli da un meccanismo di affiliazione tanto più potente perché fa uso anche dell’affetto. E dal pericoloso senso di onnipotenza che ne deriva: appartenere a una famiglia mafiosa crea un’identificazione col gruppo che porta a un disturbo dell’identità, perché ci si sente parte di un sé grandioso». E comunque parliamo di affido temporaneo, «ben diverso dalla pulizia etnica o politica, dai bambini tolti ai nomadi in Svizzera o ai desaparecidos in Argentina». Questi distinguo non bastano a chi considera i provvedimenti «una vera barbarie, oltretutto con risultati minimi». È categorica Silvana La Spina, scrittrice catanese che nell’ultimo libro, “L’uomo che veniva da Messina” (Giunti) si è allontanata dall’attualità, ma che all’atteggiamento dei bambini di fronte alla malavita ha dedicato anni fa “La mafia spiegata ai miei figli (e anche ai figli degli altri)” (Bompiani). «Lo Stato non può pensare di salvare un solo bambino lasciando intatta la cultura malata di interi territori. Deve entrare nelle famiglie: medici, psicologi, assistenti sociali devono trovare gli “anelli deboli” 

che possono spezzare la catena, lavorare con le donne che sempre più spesso si oppongono silenziosamente». Allontanare un singolo bambino dal “contagio” «può creare una forma di rancore controproducente», nota la scrittrice. Che aggiunge: «Se è vero che la ‘ndrangheta ha ancora comportamenti tribali, lo Stato non può limitarsi a togliere un bambino dalla tribù. Deve aiutare la tribù intera». «I GIUDICI CALABRESI hanno ragione», ribatte Melita Cavallo. «Ne sono convinta fin dagli anni Novanta: l’ho scritto chiaramente nel mio libro “Ragazzi senza”. Se si fosse intervenuti allora non vivremmo lo stato di cose di oggi». Alla vigilia dell’uscita di “Si fa presto a dire famiglia” (Laterza), ritratto delle “nuove” famiglie italiane attraverso quindici storie vere, l’ex presidente del tribunale per i minorenni di Roma da poco in pensione ha ben presente la situazione delle famiglie mafiose: «Non si può mai procedere per categorie. Il Tribunale decide sui casi singoli: non concorderei mai con un allontanamento “di massa” dei bambini da ambienti mafiosi, ‘ndranghetisti o camorristi. E comunque si nomina un tutore che fa da tramite tra la famiglia e il bambino nella sua nuova situazione: si evita così che nel piccolo si crei una ferita che non sarebbe facile risanare nel tempo». Ma c’è un altro modo di sottrarre questi piccoli alla “lotteria della vita” che li porta alla delinquenza. «Lo Stato deve intervenire pesantemente: non con esercito e polizia ma con la scuola. Una scuola che prende bambini e ragazzi dalle 8 alle 16, 30, in un territorio ricco di ludoteche, palestre e luoghi di incontro per suonare, disegnare, leggere, creare insomma un gruppo alternativo al modello familiare. Questo tipo di politica non paga subito, i suoi effetti si registreranno dopo anni, ma salverà migliaia di ragazzi». E non più solo i bambini del singolo camorrista che a vent’anni da quando lei aveva deciso l’allontanamento dei figli le scrisse dal carcere ringraziandola «perché i ragazzi si erano salvati».

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