Non crescerai mafioso. Sono 30 i minori sottratti per decisione dei tribunali alle famiglie della ndrangheta

Fran­ce­sco Tizian L'Espresso "DITE AL dot­to­re che i figli non si toc­ca­no". Per un boss la fami­glia con­ta più dei sol­di e del pote­re. Per­ché figli, nipo­ti e mogli, garan­ti­sco­no la con­ti­nui­tà dell’impero. Per que­sto il capo dei capi di Reg­gio Cala­bria, Giu­sep­pe De Ste­fa­no, ha rea­gi­to in malo modo quan­do il pm Giu­sep­pe Lom­bar­do ha chie­sto al tri­bu­na­le dei mino­ren­ni di far deca­de­re la patria pote­stà sui pic­co­li ere­di. Un col­po duris­si­mo per il padri­no del­lo Stret­to che ha sem­pre rea­gi­to a pro­ces­si, seque­stri di beni e lati­tan­ze, con un sor­ri­so bef­far­do. L’affronto, sen­za pre­ce­den­ti, ave­va aper­to una cre­pa pro­fon­da in quel mono­li­te cri­mi­na­le che da 40 anni domi­na­va l’intera cit­tà. Edu­ca­re la pro­le a un avve­ni­re da mafio­so può ave­re con­se­guen­ze pesan­ti: l’allontanamento dei mino­ri dal nucleo fami­lia­re. È que­sto il nuo­vo fron­te del­la lot­ta alla ndran­ghe­ta.

Nell’ultimo anno si sono mol­ti­pli­ca­ti i prov­ve­di­men­ti di que­sto tipo e sem­pre più casi sono fini­ti sot­to la len­te degli inqui­ren­ti. Il tri­bu­na­le dei mino­ren­ni di Reg­gio Cala­bria è l’unico ad ave­re intra­pre­so la stra­da dell’allontanamento dai geni­to­ri mafio­si. Fino­ra sono 30 i mino­ri sot­trat­ti alle cosche e affi­da­ti a fami­glie o comu­ni­tà del Nord. Dal­le infor­ma­zio­ni di cui è venu­to a cono­scen­za “l’Espresso”, il nume­ro è desti­na­to a cre­sce­re. I figli dei boss sot­trat­ti per leg­ge alle fami­glie, in que­sto modo non saran­no più costret­ti a impu­gna­re pisto­le, ad ave­re “con­fi­den­za” con la dro­ga e così potran­no gio­ca­re e stu­dia­re come tut­ti i ragaz­zi. Il più pic­co­lo ha 12 anni, ma la mag­gior par­te è nel pie­no dell’adolescenza.

«È una misu­ra che non si appli­ca mai in manie­ra leg­ge­ra», spie­ga il pro­cu­ra­to­re capo di Reg­gio Cala­bria, Fede­ri­co Cafie­ro De Raho, che aggiun­ge: «Chi la cri­ti­ca sostie­ne che è una intro­mis­sio­ne intol­le­ra­bi­le nell’ambito fami­lia­re. Però dob­bia­mo capi­re una cosa: il clan mafio­so impar­ti­sce ai suoi ram­pol­li rego­le oppo­ste a quel­le natu­ra­li». Così, per esem­pio, se per la gio­va­ne B. il codi­ce del­la ndri­na pre­ve­de­va una vita di segre­ga­zio­ne e silen­zio, l’intervento dei giu­di­ci le ha per­mes­so di rea­liz­za­re il suo sogno: dise­gna­re abi­ti. Da qual­che mese la ragaz­za, figlia di un boss del­la pro­vin­cia reg­gi­na, vive fuo­ri regio­ne, in una loca­li­tà sco­no­sciu­ta, dove è final­men­te libe­ra di segui­re la sua pas­sio­ne. Il pro­cu­ra­to­re, poi, ragio­na su un fat­to accla­ra­to: «Ci tro­via­mo di fron­te a sedi­cen­ni che si com­por­ta­no già da capi. Han­no entram­bi i geni­to­ri in gale­ra o lati­tan­ti. Lascia­mo che le figu­re adul­te con­ti­nui­no ad adde­strar­li al cri­mi­ne? Più tar­di si inter­vie­ne più dif­fi­ci­le è il cam­bia­men­to». Il lega­me di san­gue in que­sta orga­niz­za­zio­ne non ha egua­li nel mon­do del­la cri­mi­na­li­tà. E in effet­ti ad ascol­ta­re le inter­cet­ta­zio­ni regi­stra­te negli ambien­ti di casa ndran­ghe­ta, l’impressione è che il desti­no di mol­ti bam­bi­ni sia segna­to per sem­pre.

«Spa­ra!». Il padre ordi­na, il figlio ese­gue. Ha solo 7 anni, ma deve già impu­gna­re la pisto­la d’ordinanza. L’arte del­la ndri­na si appren­de tra le mura dome­sti­che. In un’altra casa, le cimi­ci han­no cat­tu­ra­to in diret­ta una lezio­ne di mafia: il patriar­ca spie­ga­va all’erede al tro­no, ormai sul­la soglia del­la mag­gio­re età, il signi­fi­ca­to dei diver­si gra­di del­la gerar­chia cri­mi­na­le. Ma ci sono anche ragaz­zi­ni che, ai pie­di dell’Aspromonte, sal­ta­no la teo­ria per appren­de­re diret­ta­men­te sul cam­po. Come a San Luca, cuo­re del­le tra­di­zio­ni dell’onorata socie­tà, dove duran­te l’ultima fai­da i più gio­va­ni sono sta­ti istrui­ti su come pro­teg­ge­re le abi­ta­zio­ni del­le fami­glie da incur­sio­ni nemi­che duran­te le fai­de. Nel pro­ces­so Fehi­da, che ha visto alla sbar­ra i car­ne­fi­ci del­la stra­ge di Dui­sburg del Fer­ra­go­sto 2007, c’erano anche alcu­ni mino­ren­ni accu­sa­ti di asso­cia­zio­ne mafio­sa e con­cor­so ester­no. Cre­sco­no così i figli d’onore, fan­ciul­li di ndran­ghe­ta, costret­ti a immer­ger­si nel­le pro­fon­di­tà più estre­me dell’oceano cri­mi­na­le da cui spes­so non rie­mer­go­no più. E se ci rie­sco­no, lo fan­no da cada­ve­ri o ricom­pa­io­no, da adul­ti, nel­le cel­le del 41 bis. Inte­re dina­stie sono sta­te fal­ci­dia­te nel­le guer­re: in soli quin­di­ci anni, per esem­pio, la ndri­na Dra­go­ne del­la pro­vin­cia di Cro­to­ne ha per­so il capo e i suoi due figli maschi. Secon­do gli ulti­mi dati del mini­ste­ro, aggior­na­ti a otto­bre 2015, in Cala­bria sono sei i mino­ren­ni accu­sa­ti di asso­cia­zio­ne mafio­sa. Adde­stra­ti da padri-padri­ni per i qua­li ucci­de­re, mori­re o anda­re in gale­ra, sono tap­pe di una car­rie­ra obbli­ga­ta. La stes­sa che han­no scel­to per i loro par­go­li anco­ra in fasce. 

La «smuz­zu­na­ta» è il bat­te­si­mo da ndran­ghe­ti­sta dei bim­bi appe­na nati. È un dirit­to e un pri­vi­le­gio che spet­ta solo ai figli dei boss. Un mar­chio che tro­va legit­ti­mi­tà in un codi­ce paral­le­lo, ance­stra­le e non scrit­to. Che tra­sfor­ma la fami­glia natu­ra­le in ndri­na, nucleo fon­dan­te del­la mafia cala­bre­se. «Quan­do la moglie di uno ndran­ghe­ti­sta di gra­do ele­va­to met­te al mon­do un figlio maschio, quest’ultimo vie­ne bat­tez­za­to nel­le fasce con la “smuz­zu­na­ta” e, per il rispet­to godu­to dal geni­to­re, entra a far par­te dell’associazione sin dai pri­mi gior­ni di vita. Per­cor­re­rà così tut­ta la gerar­chia mafio­sa». Giu­sep­pe Scri­va, è il pen­ti­to che a metà anni ’80 ha svi­sce­ra­to i segre­ti del­la più poten­te tra le mafie moder­ne. E sono pro­prio que­ste rego­le, tra miste­ro e leg­gen­da, che han­no garan­ti­to ai clan cala­bre­si con­ti­nui­tà gene­ra­zio­na­le. Le nuo­ve leve, i figli e nipo­ti degli anzia­ni padri­ni, han­no lan­cia­to la ndran­ghe­ta nel mer­ca­to del­la moder­ni­tà, man­te­nen­do intat­to, però, il dna arcai­co. Sono gio­va­ni che inve­sto­no milio­ni di euro a Roma come a Toron­to, ma lega­ti indis­so­lu­bil­men­te alle anti­che rego­le della“famiglia”.

Negli ulti­mi vent’anni il tri­bu­na­le dei mino­ren­ni di Reg­gio ha cele­bra­to cen­to pro­ces­si per rea­ti di mafia. Gli impu­ta­ti era­no ram­pol­li non anco­ra diciot­ten­ni del­le cosche più bla­so­na­te. Gio­va­nis­si­mi ma con un cur­ri­cu­lum da mala­vi­to­si esper­ti. Le con­dan­ne non han­no, però, fre­na­to la loro asce­sa cri­mi­na­le. Così a distan­za di tem­po c’è chi è rin­chiu­so al car­ce­re duro, chi, inve­ce, è sta­to ucci­so e chi ha con­qui­sta­to il ver­ti­ce. Negli stes­si vent’anni l’ufficio, ora diret­to dal pre­si­den­te Rober­to Di Bel­la, ha giu­di­ca­to anche una cin­quan­ti­na di casi di omi­ci­dio. «Il dato impres­sio­nan­te è che abbia­mo di fron­te una gene­ra­zio­ne che pote­va­mo sal­va­re e che inve­ce abbia­mo abban­do­na­to», ragio­na Di Bel­la, che dal suo inse­dia­men­to ha dato vita a un pro­to­col­lo uni­co in Ita­lia. È con­vin­to che il docu­men­to fir­ma­to con pro­cu­ra dei mino­ri, anti­ma­fia e ser­vi­zi socia­li può dav­ve­ro sal­va­re mol­te vite dal­la mor­te e dal car­ce­re. «Ci tro­via­mo davan­ti ai figli e ai fra­tel­li di per­so­ne pro­ces­sa­te negli anni ’90. Que­sto ci fa pen­sa­re che la ndran­ghe­ta si ere­di­ta», rac­con­ta nel suo pic­co­lo uffi­cio-trin­cea. L’anno del­la svol­ta è il 2012: «Da allo­ra stia­mo inter­ve­nen­do con prov­ve­di­men­ti di deca­den­za del­la respon­sa­bi­li­tà geni­to­ria­le e il con­se­guen­te allon­ta­na­men­to dei figli mino­ri dal nucleo fami­lia­re. L’obiettivo è inter­rom­pe­re la tra­smis­sio­ne cul­tu­ra­le». Una misu­ra estre­ma. Che ha sol­le­va­to mol­te cri­ti­che, anche da par­te del­la chie­sa.

È con­vin­to che sia la stra­da giu­sta don Pino De Masi, vica­rio del­la dio­ce­si di Oppi­do-Pal­mi e refe­ren­te di Libe­ra nel ter­ri­to­rio cal­dis­si­mo del­la pia­na di Gio­ia Tau­ro. «Dob­bia­mo met­te­re que­sti ragaz­zi nel­le con­di­zio­ni di sce­glie­re un’alternativa che non sia l’interesse del­la cosca», è net­to De Masi. «Nel­la mia par­roc­chia ven­go­no anche i ram­pol­li, qual­cu­no timi­da­men­te mi dice che il cogno­me che por­ta gli pesa. Sta a noi aiu­tar­li a fare il pas­so suc­ces­si­vo», spie­ga il par­ro­co. Il fron­te degli scet­ti­ci, inve­ce, ha azzar­da­to per­si­no un para­go­ne: «Dal­la con­fi­sca dei beni a quel­la dei figli». L’intervento del tri­bu­na­le però non è indi­scri­mi­na­to. Il “sal­va­tag­gio” scat­ta solo quan­do gli inqui­ren­ti entra­no in pos­ses­so di noti­zie sull’educazione mafio­sa impar­ti­ta ai figli. Infor­ma­zio­ni che i pm gira­no al tri­bu­na­le e alla pro­cu­ra dei mino­ren­ni. Solo a quel pun­to si met­te in moto il mec­ca­ni­smo che potreb­be por­ta­re all’allontanamento. Lezio­ni di mafia, mino­ri inca­ri­ca­ti di custo­di­re armi e dro­ga, ragaz­zi­ni obbli­ga­ti a dimo­stra­re quan­to val­go­no con azio­ni di fuo­co, sono tut­ti segna­li che aller­ta­no gli uffi­ci giu­di­zia­ri. Non sono esclu­se dall’indottrinamento nep­pu­re le gio­va­ni don­ne. Abi­tua­te a ubbi­di­re agli ordi­ni fin da pic­co­le: subi­sco­no tut­to que­sto, si trin­ce­ra­no die­tro il silen­zio e spes­so sono costret­te ad accet­ta­re matri­mo­ni che uni­sco­no due poten­ta­ti cri­mi­na­li. I pri­mi gior­ni dopo l’allontanamento sono i più dif­fi­ci­li. Chi cono­sce i casi rac­con­ta di incu­bi che ango­scia­no le not­ti dei bam­bi­ni. Sono pen­sie­ri di mor­te, con sim­bo­li ben pre­ci­si: bare, san­gue, vio­len­za. I bru­ta­li inse­gna­men­ti riaf­fio­ra­no nel­la nuo­va vita distan­te dai papà­boss. Il tri­bu­na­le si occu­pa anche dei mino­ri col­pe­vo­li di un rea­to e mes­si alla pro­va come alter­na­ti­va al car­ce­re. Ven­go­no affi­da­ti a comu­ni­tà ma resta­no in Cala­bria. Con­ti­nua­no così a fre­quen­ta­re l’ambiente di pro­ve­nien­za. La mag­gior par­te respi­ra cul­tu­ra mafio­sa da quan­do è nato. Una men­ta­li­tà che distor­ce il rap­por­to con le isti­tu­zio­ni: «Ricor­do un ragaz­zo, ospi­te di una comu­ni­tà, con i tatuag­gi di un cara­bi­nie­re sot­to la pian­ta del pie­de, così da cal­pe­sta­re la divi­sa a ogni pas­so, e il giu­ra­men­to del­la ndran­ghe­ta sul cuo­re», rac­con­ta un ope­ra­to­re socia­le.

A vol­te per ribel­lar­si all’omertà è suf­fi­cien­te per­ce­pi­re la pre­sen­za del­lo Sta­to. Come spie­ga­re altri­men­ti il gesto di quel grup­po di mam­me che ha chie­sto aiu­to al pre­si­den­te Di Bel­la. Chie­do­no di esse­re por­ta­te via insie­me ai figli. Lon­ta­no dai mari­ti. È una pic­co­la rivo­lu­zio­ne in cor­so. L’avanguardia è fat­ta da una deci­na di madri che han­no deci­so di chie­de­re aiu­to al tri­bu­na­le e di col­la­bo­ra­re. «È un feno­me­no del tut­to nuo­vo. Que­ste signo­re han­no espe­rien­ze ter­ri­bi­li alle spal­le, quin­di vuol dire che i nostri prov­ve­di­men­ti sti­mo­la­no a rea­gi­re. E c’è anche un lie­to fine per­ché mol­ti dei casi trat­ta­ti, invia­ti al nord, non voglio­no più tor­na­re nei pae­si d’origine», aggiun­ge il pre­si­den­te. Non sem­pre però il fina­le è dei miglio­ri. I figli di Maria Con­cet­ta Cac­cio­la la pen­ti­ta che la fami­glia ha spin­to al sui­ci­dio per aver scel­to di anda­re via da Rosar­no per col­la­bo­ra­re con la giu­sti­zia sono tor­na­ti nel pae­se degli zii. Nel frat­tem­po il padre che tene­va segre­ga­ta in casa Maria Con­cet­ta è tor­na­to in liber­tà. Gli edu­ca­to­ri che lavo­ra­no con i due ado­le­scen­ti sono ama­reg­gia­ti, per­ché in quel con­te­sto l’esempio esplo­si­vo di ribel­lio­ne del­la loro mam­ma è sta­to depo­ten­zia­to. «Il figlio maschio è come se aves­se rimos­so la vicen­da, è intri­so pur­trop­po di quel­la men­ta­li­tà che sua madre ha mes­so sot­to accu­sa», rac­con­ta una fon­te. Un’occasione di riscat­to per­sa.

Al civi­co 404 del cor­so prin­ci­pa­le di Reg­gio Cala­bria c’è un pic­co­lo uffi­cio che segue la gran par­te dei casi di allon­ta­na­men­to. Attual­men­te i ragaz­zi affi­da­ti a que­sta squa­dra sono die­ci. Pro­ven­go­no tut­ti da cosche affer­ma­te nel pano­ra­ma cri­mi­na­le. «Inter­ve­nia­mo imme­dia­ta­men­te dopo la deci­sio­ne del tri­bu­na­le», spie­ga la diri­gen­te Giu­sep­pa Maria Gar­ref­fa, che spe­ci­fi­ca: «Alla base di ogni allon­ta­na­men­to c’è sem­pre un pro­ce­di­men­to nei con­fron­ti dei geni­to­ri». In que­ste stan­ze si lavo­ra inin­ter­rot­ta­men­te. «Sia­mo sovrac­ca­ri­chi», sospi­ra Gar­ref­fa, «ma resi­stia­mo». Fin­ché que­sti gio­va­ni seguo­no il per­cor­so stu­dia­to dal team del mini­ste­ro tut­to sem­bra anda­re per il meglio. Poi, quan­do com­pio­no 18 anni, sono libe­ri di tor­na­re nel pae­se in cui sono nati. E una vol­ta rien­tra­ti il cogno­me pesa anco­ra come un tem­po. «Il con­te­sto in cui tor­na­no è spes­so deci­si­vo. Ven­go­no accol­ti, “rie­du­ca­ti”, indot­tri­na­ti. Non dimen­ti­che­rò mai quan­do un ragaz­zo ci dis­se: “gra­zie per quel­lo che fate, ma io devo… non pos­so sce­glie­re”. Ecco, il dove­re di segui­re le orme dei padri è la vera con­dan­na di que­sta ter­ra». Come in “Ono­ra il padre” di Gay Tale­se, il pas­sag­gio di con­se­gne tra padre e figlio è un auto­ma­ti­smo che impri­gio­na i più gio­va­ni. Il figlio del boss, per i com­pae­sa­ni, è sem­pre il figlio del boss. E va rive­ri­to. Un mec­ca­ni­smo che mol­to spes­so vani­fi­ca i risul­ta­ti otte­nu­ti lon­ta­no dell’ambiente fami­lia­re. È un inve­sti­ga­to­re a rac­con­tar­ci una sce­na che ricor­da il Padri­no di Fran­cis Ford Cop­po­la: «In un pae­so­ne arroc­ca­to nell’Aspromonte, al ter­mi­ne del fune­ra­le dell’anziano del clan si è for­ma­ta la fila per salu­ta­re con gran­de rispet­to il capo­ma­fia e il suo bam­bi­no, pros­si­mo ere­de, che per l’occasione ave­va fat­to ritor­no a casa dal­la strut­tu­ra dei ser­vi­zi socia­li». Il pas­sag­gio è deva­stan­te: da un luo­go e una scuo­la in cui ami­ci e com­pa­gni li con­si­de­ra­no sem­pli­ci coe­ta­nei con cui gio­ca­re o fare i com­pi­ti, a una real­tà in cui l’etichetta di pro­ve­nien­za eser­ci­ta anco­ra fasci­no sugli altri. «Se i ser­vi­zi socia­li sono ina­de­gua­ti, se non c’è lavo­ro, se man­ca il dirit­to alla mobi­li­tà, come pos­sia­mo pen­sa­re di lot­ta­re con­tro una mul­ti­na­zio­na­le del cri­mi­ne che offre dena­ro e suc­ces­so imme­dia­to ai gio­va­ni?», con­clu­de Gar­ref­fa. «Gli sfor­zi devo­no con­cen­trar­si sul con­ce­de­re, una vol­ta fini­to il per­cor­so di allon­ta­na­men­to, del­le oppor­tu­ni­tà lega­li a que­sti gio­va­ni. Altri­men­ti si tor­na al pun­to di par­ten­za», ragio­na Di Bel­la. Una solu­zio­ne la pro­po­ne il pm Lom­bar­do, il pri­mo ad aver intra­pre­so, nel 2008, la stra­da del distac­co for­za­to: «Pri­ma di arri­va­re alla misu­ra estre­ma del­la revo­ca, si potreb­be imma­gi­na­re un model­lo misto, fles­si­bi­le. Con per­cor­si di soste­gno ai geni­to­ri che, però, devo­no dimo­strar­si volon­te­ro­si e pron­ti a taglia­re con il pas­sa­to». S. ha un cogno­me ingom­bran­te. Nel­la Locri­de mol­ti tre­ma­no solo a sen­tir­lo pro­nun­cia­re. Il suo sguar­do però non è arro­gan­te. Sor­ri­de spes­so, pre­fe­ri­sce par­la­re in dia­let­to, anche se con l’italiano se la cava abba­stan­za bene. Ha com­piu­to 18 anni da poco, e inve­ce di dedi­car­si allo stu­dio e al diver­ti­men­to, ragio­na già da mana­ger navi­ga­to: «Ormai in que­sta ter­ra non si pupiù inve­sti­re dena­ro», sus­sur­ra. Fa il cas­sie­re nell’hotel di fami­glia, dis­se­que­stra­to da poco. Gua­da­gna 1.600 euro al mese. Non male per un ragaz­zo così gio­va­ne, in una pro­vin­cia, Reg­gio Cala­bria, ulti­ma per qua­li­tà del­la vita secon­do la clas­si­fi­ca del “Sole 24 Ore”, che com­pren­de tra gli indi­ca­to­ri il teno­re di vita e l’occupazione. Incon­tria­mo S. in una salet­ta del cen­tro don Mila­ni, un pun­to di rife­ri­men­to per gli ado­le­scen­ti di Gio­io­sa Mari­na e Gio­io­sa Ioni­ca. Comu­ni attac­ca­ti, con due sin­da­ci e due giun­te dif­fe­ren­ti. Nel­la piaz­za di Gio­io­sa Ioni­ca c’è un mura­le dedi­ca­to a Roc­co Gat­to: il mugna­io comu­ni­sta ucci­so dal­la ’ndri­ne del pae­se per non esser­si pie­ga­to alle loro richie­ste. È il sim­bo­lo dimen­ti­ca­to del­la Locri­de anti ’ndran­ghe­ta. Il suo omi­ci­dio dove­va ser­vi­re da moni­to per tut­to il neo­na­to mo vimen­to anti­ma­fia. All’inizio di dicem­bre, inve­ce, il nuo­vo e gio­va­ne sin­da­co, Sal­va­to­re Fuda, è sta­to minac­cia­to con alcu­ni col­pi di pisto­la spa­ra­ti sul­la fian­ca­ta dell’auto. La vio­len­za è il pon­te che lega il pas­sa­to e il pre­sen­te di que­sti luo­ghi. S. è cre­sciu­to a Gio­io­sa. Si pre­sen­ta all’appuntamento ben vesti­to, il suo abbi­glia­men­to è tut­to fir­ma­to. L’orologio costo­so di metal­lo nero al pol­so destro, il brac­cia­le d’argento in quel­lo sini­stro. S. sogna di tra­sfe­rir­si in Cana­da, dagli zii. Per il momen­to si divi­de tra la cas­sa dell’albergo e il com­mer­cio di olio in socie­tà con il fra­tel­lo. È fini­to al don Mila­ni per tre bra­va­te, l’ultima è gui­da sen­za paten­te: «Gui­da­vo una moto 125, che sarà mai?», sor­ri­de. Il tri­bu­na­le gli ha con­ces­so la mes­sa alla pro­va, che pre­ve­de un per­cor­so di volon­ta­ria­to. Il respon­sa­bi­le del cen­tro è Fran­ce­sco Rig­gi­ta­no e tut­to il tem­po che ha dispo­si­zio­ne lo dedi­ca ai ragaz­zi di que­sti pae­si del­la Locri­de. «Ci sono fami­glie mafio­se sto­ri­che, impor­tan­ti, nel­le qua­li la tra­smis­sio­ne mafio­sa è evi­den­te. La nostra espe­rien­za ci dice però una cosa: si inci­de più facil­men­te sul­la mano­va­lan­za, su quei ragaz­zi le cui fami­glie non sono cri­mi­na­li da gene­ra­zio­ni. Diver­se mam­me di que­sti sol­da­ti­ni si sono rivol­te a noi per toglier­li dal­la stra­da». Il cen­tro è fre­quen­ta­to da tan­ti ragaz­zi. Una risor­sa straor­di­na­ria in que­sto deser­to del­la Locri­de. D’altronde cre­sce­re qui, o a Rosar­no, o tra i boschi dell’Aspromonte, oppu­re nel quar­tie­re Archi di Reg­gio Cala­bria, è una lot­ta quo­ti­dia­na. Non ci sono cine­ma, tea­tri, poli­spor­ti­ve. Sale gio­chi e stra­de abban­do­na­te diven­ta­no gli uni­ci spa­zi di aggre­ga­zio­ne. Al Don Mila­ni c’è anche una squa­dra di cal­cio, la Seles (acro­ni­mo di Scuo­la Eti­ca e Libe­ra di Edu­ca­zio­ne allo Sport), diven­ta­ta un pun­to di rife­ri­men­to per bam­bi­ni e ado­le­scen­ti. Gli alle­na­men­ti han­no strap­pa­to i gio­va­ni dal­la stra­da. Sim­bo­li­ca­men­te è come aver dato un cal­cio alla ndran­ghe­ta. Per Rig­gi­ta­no e i suoi col­la­bo­ra­to­ri non è tut­to faci­le, anzi. «Su 42 comu­ni del­la Locri­de, solo il 30 per cen­to di que­sti ha assi­sten­ti socia­li di ruo­lo», denun­cia Fran­ce­sco. Trop­po pochi per svuo­ta­re le madras­se dei clan, che tra­sfor­ma­no ragaz­zi­ni sen­za pos­si­bi­li­tà in pic­ciot­ti d’onore.

Da pic­co­lo cri­mi­na­le a pen­ti­to «Mi sono avvi­ci­na­to a per­so­nag­gi del­la ’ndran­ghe­ta reg­gi­na quan­do ave­vo quin­di­ci anni». Era un ragaz­zi­no Mario Gen­na­ro quan­do ha ini­zia­to a lavo­ra­re per le ’ndri­ne più poten­ti di Reg­gio Cala­bria. Oggi ha tren­tot­to anni e di stra­da ne ha fat­ta parec­chia: qual­che mese fa è sta­to arre­sta­to con l’accusa di esse­re il rici­cla­to­re nume­ro uno dei clan del­lo Stret­to. I pm lo descri­vo­no come il mana­ger del gio­co d’azzardo in gra­do di infil­tra­re un colos­so del set­to­re con sede a Mal­ta. E pen­sa­re che ave­va ini­zia­to la car­rie­ra come posti­no: tra­spor­ta­va i piz­zi­ni a casa degli affi­lia­ti. Una man­sio­ne faci­le, ma di gran­de impor­tan­za. Ades­so è un col­la­bo­ra­to­re di giu­sti­zia, e le sue paro­le fan­no tre­ma­re i col­let­ti bian­chi del­la cit­tà. «Ero un ragaz­zi­no cri­mi­nal­men­te atti­vo e per que­sto fui apprez­za­to. Ero uti­le, per­ché duran­te la guer­ra di ’ndran­ghe­ta costo­ro non usci­va­no di casa e ave­va­no biso­gno di per­so­nag­gi come me. Conob­bi e feci ami­ci­zia con tut­ti i mag­gio­ren­ti del­le cosche». Sot­to la super­vi­sio­ne dei padri­ni, “Mario­li­no” ha lavo­ra­to sodo. La pro­va è dura­ta qual­che anno. Rapi­ne, estor­sio­ni, per comin­cia­re. Poi, fini­to l’apprendistato, è diven­ta­to orga­ni­co del­la fami­glia. Alle­va­to dai capi che per lui ave­va­no riser­va­to un com­pi­to di impor­tan­za vita­le: rici­cla­re una mon­ta­gna di quat­tri­ni fuo­ri dal­la Cala­bria. E così è sta­to. Solo che i boss non si aspet­ta­va­no che quel figlio tira­to su con tan­to amo­re potes­se tra­dir­li rive­lan­do ai magi­stra­ti dell’antimafia i segre­ti finan­zia­ri del­la fami­glia.

Pro e con­tro l’allontanamento for­za­to di Angio­la Codac­ci-Pisa­nel­li

«Se suo figlio nasce­va dove sono nato io, ades­so era lui nel­la gab­bia; e se io nasce­vo dove è nato suo figlio, maga­ri ora face­vo l’avvocato, ed ero pure bra­vo». Sem­bra­no paro­le inven­ta­te per giu­sti­fi­ca­re i giu­di­ci cala­bre­si che tol­go­no i figli a chi è con­dan­na­to per mafia per dare a quei ragaz­zi un futu­ro lon­ta­no dal­la delin­quen­za. Inve­ce sono paro­le vere, det­te da un gio­va­ne mafio­so che per i suoi cri­mi­ni scon­te­rà 26 anni, con­ti­nue­rà a sogna­re di costruir­si una vita miglio­re e alla fine, scon­fit­to da una buro­cra­zia anco­ra più impie­to­sa dell’ergastolo “osta­ti­vo”, usci­rà come il Miché di Fabri­zio De André: «Ades­so che lui s’è impic­ca­to la por­ta gli devo­no aprir…». Sia­mo a Tori­no alla fine degli anni Ottan­ta, ai mar­gi­ni di un maxi pro­ces­so alla mafia cata­ne­se. Sal­va­to­re, uno dei più peri­co­lo­si tra i 242 impu­ta­ti che assi­sto­no alle udien­ze chiu­si in gab­bie d’acciaio, chie­de un col­lo­quio al Pre­si­den­te del­la Cor­te d’Assise, Elvio Fas­so­ne. Le sue paro­le, con quel­la nostal­gia per un desti­no diver­so da quel­lo asse­gna­to­gli dal­la «lot­te­ria del­la vita», segna­no un pun­to di svol­ta nel rap­por­to tra quel plu­rio­mi­ci­da e il giu­di­ce che fir­me­rà la sua con­dan­na. Ne nasce un rap­por­to epi­sto­la­re dura­to 26 anni, un libro com­po­sto e strug­gen­te (“Fine pena: ora”, Sel­le­rio) e l’impegno per­so­na­le di Fas­so­ne per miti­ga­re una pena che «è una vera bar­ba­rie: una sen­ten­za del­la cor­te euro­pea del 2013 ci obbli­ghe­reb­be a rie­sa­mi­na­re caso per caso dopo 25 anni di car­ce­re». Nel libro il rap­por­to mala­to tra infan­zia e mafia tor­na tre vol­te. Nel bam­bi­no che Sal­va­to­re era e che non ave­va altra stra­da che la delin­quen­za. Nei figli che non ha potu­to ave­re dal­la “ragaz­za per­be­ne” che non ha fat­to in tem­po a spo­sa­re e che dopo anni d’attesa ha rinun­cia­to ad aspet­tar­lo. E nell’ansia per i nipo­ti­ni, «quat­tro disco­li» che con il padre anche lui in car­ce­re e la madre che «si arra­bat­ta come può» ormai «non rispet­ta­no nes­su­no». Sal­va­to­re si tor­men­ta: «Dovrei esser­ci io insie­me a loro, gli direi di stu­dia­re e di impa­ra­re a fare un lavo­ro altri­men­ti fini­sco­no dove sono fini­to io». 

Eppu­re Fas­so­ne non è favo­re­vo­le all’idea di toglie­re i figli ai mafio­si, un prov­ve­di­men­to che, se andas­se avan­ti una pro­po­sta pre­sen­ta­ta nel 2014 dal depu­ta­to ren­zia­no Erne­sto Car­bo­ne, potreb­be diven­ta­re leg­ge. «Sono sem­pre rilut­tan­te davan­ti agli inter­ven­ti coer­ci­ti­vi, anche se fat­ti con la cer­tez­za di “fare del bene” a un inno­cen­te», spie­ga Fas­so­ne. «Mi ren­do con­to però che quan­do un nucleo è radi­ca­to in ambi­to mafio­so può esse­re una scel­ta accet­ta­bi­le. Pur­ché però non si per­da­no i con­tat­ti con la madre. Pen­sia­mo a que­sti bam­bi­ni: con il padre in car­ce­re, la madre diven­ta anco­ra più impor­tan­te…». A pre­oc­cu­pa­re l’ex giu­di­ce tori­ne­se quin­di non è tan­to la pos­si­bi­li­tà che la per­di­ta dei figli diven­ti una pena acces­so­ria anco­ra più esa­spe­ran­te per dei con­dan­na­ti già dif­fi­ci­lis­si­mi da recu­pe­ra­re, quan­to l’effetto sui bam­bi­ni. Che oltre­tut­to quan­do arri­va la deci­sio­ne dei giu­di­ci sono spes­so già ado­le­scen­ti. Non è trop­po tar­di? No, spie­ga Mas­si­mo Amma­ni­ti, spe­cia­li­sta di psi­co­lo­gia dell’età evo­lu­ti­va. Nel suo “La fami­glia ado­le­scen­te» (Later­za), lo stu­dio­so met­te a fuo­co gli anni in cui «si con­clu­de per i figli la fase del rispec­chia­men­to e comin­cia o dovreb­be comin­cia­re un pro­ces­so diver­so, la men­ta­liz­za­zio­ne». È que­sto il momen­to giu­sto, spie­ga a “l’Espresso”, «per cer­ca­re di costrui­re un sen­so civi­co che nasce da un’educazione a far pro­prie le rego­le e a capi­re il pun­to di vista dell’altro. Un’educazione all’empatia e alla men­ta­liz­za­zio­ne, la capa­ci­tà di “leg­ge­re nel­la men­te dell’altro” che entra in cri­si fra i dodi­ci e i quat­tor­di­ci anni, quan­do i ragaz­zi ini­zia­no a pren­de­re le distan­ze dal model­lo dei geni­to­ri».

Ma il distac­co dei mino­ri dai geni­to­ri è giu­sti­fi­ca­to? «Sì, per­ché chi cre­sce in una fami­glia mafio­sa è vit­ti­ma di una for­ma di abu­so psi­co­lo­gi­co. Non è mol­to diver­so da quel­lo che suc­ce­de ai bam­bi­ni sol­da­to del­la Sier­ra Leo­ne. Toglier­li alla fami­glia è un modo per pro­teg­ger­li da un mec­ca­ni­smo di affi­lia­zio­ne tan­to più poten­te per­ché fa uso anche dell’affetto. E dal peri­co­lo­so sen­so di onni­po­ten­za che ne deri­va: appar­te­ne­re a una fami­glia mafio­sa crea un’identificazione col grup­po che por­ta a un distur­bo dell’identità, per­ché ci si sen­te par­te di un sé gran­dio­so». E comun­que par­lia­mo di affi­do tem­po­ra­neo, «ben diver­so dal­la puli­zia etni­ca o poli­ti­ca, dai bam­bi­ni tol­ti ai noma­di in Sviz­ze­ra o ai desa­pa­re­ci­dos in Argen­ti­na». Que­sti distin­guo non basta­no a chi con­si­de­ra i prov­ve­di­men­ti «una vera bar­ba­rie, oltre­tut­to con risul­ta­ti mini­mi». È cate­go­ri­ca Sil­va­na La Spi­na, scrit­tri­ce cata­ne­se che nell’ultimo libro, “L’uomo che veni­va da Mes­si­na” (Giun­ti) si è allon­ta­na­ta dall’attualità, ma che all’atteggiamento dei bam­bi­ni di fron­te alla mala­vi­ta ha dedi­ca­to anni fa “La mafia spie­ga­ta ai miei figli (e anche ai figli degli altri)” (Bom­pia­ni). «Lo Sta­to non può pen­sa­re di sal­va­re un solo bam­bi­no lascian­do intat­ta la cul­tu­ra mala­ta di inte­ri ter­ri­to­ri. Deve entra­re nel­le fami­glie: medi­ci, psi­co­lo­gi, assi­sten­ti socia­li devo­no tro­va­re gli “anel­li debo­li” 

che pos­so­no spez­za­re la cate­na, lavo­ra­re con le don­ne che sem­pre più spes­so si oppon­go­no silen­zio­sa­men­te». Allon­ta­na­re un sin­go­lo bam­bi­no dal “con­ta­gio” «può crea­re una for­ma di ran­co­re con­tro­pro­du­cen­te», nota la scrit­tri­ce. Che aggiun­ge: «Se è vero che la ‘ndran­ghe­ta ha anco­ra com­por­ta­men­ti tri­ba­li, lo Sta­to non può limi­tar­si a toglie­re un bam­bi­no dal­la tri­bù. Deve aiu­ta­re la tri­bù inte­ra». «I GIUDICI CALABRESI han­no ragio­ne», ribat­te Meli­ta Caval­lo. «Ne sono con­vin­ta fin dagli anni Novan­ta: l’ho scrit­to chia­ra­men­te nel mio libro “Ragaz­zi sen­za”. Se si fos­se inter­ve­nu­ti allo­ra non vivrem­mo lo sta­to di cose di oggi». Alla vigi­lia dell’uscita di “Si fa pre­sto a dire fami­glia” (Later­za), ritrat­to del­le “nuo­ve” fami­glie ita­lia­ne attra­ver­so quin­di­ci sto­rie vere, l’ex pre­si­den­te del tri­bu­na­le per i mino­ren­ni di Roma da poco in pen­sio­ne ha ben pre­sen­te la situa­zio­ne del­le fami­glie mafio­se: «Non si può mai pro­ce­de­re per cate­go­rie. Il Tri­bu­na­le deci­de sui casi sin­go­li: non con­cor­de­rei mai con un allon­ta­na­men­to “di mas­sa” dei bam­bi­ni da ambien­ti mafio­si, ‘ndran­ghe­ti­sti o camor­ri­sti. E comun­que si nomi­na un tuto­re che fa da tra­mi­te tra la fami­glia e il bam­bi­no nel­la sua nuo­va situa­zio­ne: si evi­ta così che nel pic­co­lo si crei una feri­ta che non sareb­be faci­le risa­na­re nel tem­po». Ma c’è un altro modo di sot­trar­re que­sti pic­co­li alla “lot­te­ria del­la vita” che li por­ta alla delin­quen­za. «Lo Sta­to deve inter­ve­ni­re pesan­te­men­te: non con eser­ci­to e poli­zia ma con la scuo­la. Una scuo­la che pren­de bam­bi­ni e ragaz­zi dal­le 8 alle 16, 30, in un ter­ri­to­rio ric­co di ludo­te­che, pale­stre e luo­ghi di incon­tro per suo­na­re, dise­gna­re, leg­ge­re, crea­re insom­ma un grup­po alter­na­ti­vo al model­lo fami­lia­re. Que­sto tipo di poli­ti­ca non paga subi­to, i suoi effet­ti si regi­stre­ran­no dopo anni, ma sal­ve­rà miglia­ia di ragaz­zi». E non più solo i bam­bi­ni del sin­go­lo camor­ri­sta che a vent’anni da quan­do lei ave­va deci­so l’allontanamento dei figli le scris­se dal car­ce­re rin­gra­zian­do­la «per­ché i ragaz­zi si era­no sal­va­ti».

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