«Non è così che si combatte la ndrangheta». Nuovo grido d’allarme dalla Procura di Catanzaro

Alessia Truzzolillo Corrieredellacalabria.it CATANZARO – Un bilancio fatto di risultati «di prim’ordine» nonostante un problema grave di carenza di organico con il quale la Direzione distrettuale antimafia deve fare i conti quotidianamente. Un problema tenacemente riportato in auge dai vertici della magistratura catanzarese, come contrappeso ad ogni risultato ottenuto dalle attività di indagine. Nel giorno dell’operazione “Libra Money”, che ha visto la confisca di beni per 37 milioni di euro alla cosca vibonese dei Tripodi, il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto non dimentica di mettere sull’altro piatto della bilancia, accanto all’obbiettivo raggiunto, anche il sacrificio speso. E alla vigilia del nuovo hanno fa un bilancio dei risultati ottenuti dai sei magistrati della Dda che operano sui sette circondari di competenza della Procura di Catanzaro. Circondari in cui l’attività delle cosche ferve e si rinnova con grande facilità. «Non è così che si combatte la ndrangheta. Ma questo non vuole essere un solo lamento – avverte Luberto – perché nonostante ciò i risultati che mi pregio di rappresentare sono, a mio sommesso avviso, di prim’ordine. Abbiamo sei magistrati a fronte di sette circondari, a fronte delle oltre mille udienze cui i singoli pm devono presenziare. A fronte di una richiesta di sequestro preventivo per beni che esuberano i 125 milioni di euro». Il procuratore Luberto fa una panoramica del lavoro svolto circondario per circondario.

LAMEZIA TERME «Il territorio di Lamezia Terme è stato gestito con sacrifici inenarrabili da parte del dottore Elio Romano che è riuscito a disarticolare – o forse sarebbe meglio dire impattare purtroppo – sia dal punto di vista delle ordinanze custodiali ottenute, che dal punto di vista del contrasto patrimoniale, tutte le cosche del territorio. Basti considerare, nel breve arco temporale di un biennio, le operazioni che hanno riguardato il clan Giampà e quindi l’operazione Medusa, l’operazione Medea, l’operazione Mimosa e Pegaso, cui hanno fatto seguito, sempre in relazione al medesimo clan Giampà, l’operazione Piana e l’operazione Perseo. Poi è toccato al clan Torcasio-Cerra-Gualtieri con le operazioni Chimera 1 e 2, per finire nell’ultimo anno con l’operazione Andromeda che ha riguardato il clan Iannazzo-Cannizzaro-Daponte». Non ultima, c’è l’operazione “Dirty Soccer” – sulle frodi sportive nelle serie minori – che grande clamore mediatico ha destato a partire da maggio scorso.

VIBO VALENTIA «Per quanto concerne il territorio di Vibo Valentia – ha spiegato ancora Luberto –, questo è funestato dalla una criminalità che si organizza territorio per territorio, frazione per frazione, con una miriade di cosche che sono tra loro collegate secondo una nuova organizzazione che è semiverticistica perché c’è una sorta di controllo delle famiglie più importanti rispetto alle famiglie che meno contano nel panorama ndranghetistico. Ebbene, anche in questo caso c’è un solo magistrato, il dottore Camillo Falvo, che è riuscito a portare a compimento una serie di provvedimenti di estremo rilievo. Pensiamo all’operazione “Overing” che riguarda una serie di broker che inondavano di cocaina il territorio vibonese, tramite dei buoni uffici con i cartelli sudamericani. L’operazione “Insomnia” che riguarda l’usura, perché ancora oggi stiamo verificando una vera e propria attività di disintermediazione bancaria da parte delle cosche che organizzano gli usurai e sopperiscono alla carenza di credito. L’operazione “Scrimbia” che riguarda addirittura il traffico di reperti archeologici che vengono fraudolentemente venduti in territorio nazionale ed estero. Vi è anche un’operazione di contrasto relativa ad una annosa faida che ha visto contrapporsi i clan Patania contro i Piscopisani. Ancora, c’è un’indagine che ha disvelato le ingerenze ndranghetistiche con pressioni estorsive lungo la Trasversale delle Serre. In appello siamo riusciti a ribaltare due sentenze assolutorie contro i clan Soriano e La Rosa che sono stati riconosciuti dalla corte d’appello come clan del tutto operativi nel territorio vibonese».

COSENZA Sempre sotto la giurisdizione della Dda di Catanzaro si trova uno dei distretti più grandi della Calabria, la provincia di Cosenza. «Cosenza e Paola, che sono due circondari, – dice il procuratore Luberto – sono gestiti da un unico magistrato che è Pierpaolo Bruni il quale a sua volta è delegato anche in importanti investigazioni sui clan del vibonese per il semplice fatto che non ce la si fa con questo numero di magistrati ciò nonostante a Cosenza non ci sono più latitanti dopo la cattura di Ettore Lanzino e quella non meno importante di Daniele Lamanna». «Nel territorio di Cosenza – prosegue il procuratore aggiunto – c’è stata un’azione di contrasto imponente rispetto alla cosca Rango-Zingari che poi è una cosca che cementa tutte quelle esistenti nel territorio cosentino. Ci sono state due operazioni, un’ordinanza custodiale, un fermo che ha rifinito le investigazioni dell’operazione del novembre 2014». «C’è stato un fatto sconcertante – dice Luberto riferendosi al ritrovamento del cadavere di Luca Bruni, reggente dell’omonima cosca scomparso a gennaio 2012 – cioè l’esumazione di un cadavere in pieno centro cittadino (a Castrolibero, ndr) con individuazione di mandanti responsabili che sono oggi a processo».

CASTROVILLARI Il territorio di Castrovillari è stato caratterizzato nel febbraio 2015 dalla cosiddetta operazione “Gentleman” che ha dimostrato come vi sia una sorta di monopolio degli zingari coriglianesi nell’importazione di stupefacenti dall’Albania. «Questo ci ha permesso di verificare – ha sottolineato Luberto – quanto gli zingari abbiano entrature autonome con i narcotrafficanti di cocaina sudamericani». Come gli 'ndranghetisti tradizionali hanno fatto cassa con le entrature dei sequestri di persona, gli zingari hanno fatto cassa con le rapine ai furgoni portavalori e sono riusciti a sedersi al tavolo con i narcotrafficanti sudamericani. «Sempre nello stesso territorio non può tacersi di un processo fondamentale – ha detto Luberto –: la strage di San Lorenzo del Vallo nella quale sono morte due donne, trucidate in casa». I responsabili sono stati condannati in primo grado all’ergastolo (la pubblica accusa era rappresentata proprio da Luberto, ndr), in questo periodo si sta svolgendo il processo d’appello. Nel territorio di Castrovillari, tra i fatti di sangue, si annovera anche l’omicidio del piccolo Cocò Campilongo, 3 anni, assassinato con un colpo di pistola insieme al nonno, vero bersaglio dei killer e alla di lui compagna. A ottobre sono stati arrestati, per questo delitto Faustino Campilongo e Cosimo Donato. «Sappiate che dietro quegli arresti c’è un’attività investigativa incessante che non è finita e che conduciamo con la collaborazione di tutti i carabinieri del territorio. Sull’omicidio di Cocò hanno lavorato i carabinieri della tenenza di Cassano, quelli della compagnia di Corigliano, il Nucleo investigativo di Cosenza e il Ros di Catanzaro».

CATANZARO «Il territorio del catanzarese è stato caratterizzato da una faida che non ha precedenti lungo la fascia jonica», ha proseguito Luberto. Nell’estate scorsa si è fatto luce su un omicidio di particolare efferatezza, consumato sulla spiaggia. Si tratta di Ferdinando Rombolà, ucciso la sera del 22 agosto 2010 sulla spiaggia di località Glauco-San Nicola di Soverato. Un solo magistrato, anche in questo caso, per fronteggiare le faide del Soveratese, Vincenzo Capomolla. Una lunga scia di sangue quella che ha portato all’omicidio Rombolà, una guerra cruenta tra le cosche Sia-Procopio-Tripodi e i Gallace. A luglio scorso per questo omicidio sono state arrestate quattro persone. Indagine particolarmente rilevante è stata condotta, sempre nel soveratese, grazie alle dichiarazioni di un imprenditore che ha raccontato 20 anni di estorsioni subite. Questo ha portato all’operazione “Scheria” che ad agosto scorso ha fatto scattare le manette per otto persone appartenenti alle cosche Gallelli e Procopio-Mongiardo. «Le dichiarazioni di questo imprenditore, arrivare dopo decenni di vessazioni – ha detto il procuratore Bombardieri – ci danno l’idea dell’importanza del lavoro investigativo perché questo imprenditore ha deciso di denunciare solo perché ha visto che gli sforzi investigativi ottenevano dei risultati». «Il catanzarese non è, dunque, un’isola felice come spesso si è sentito dire», ha concluso Luberto.

CROTONE «Crotone è una galassia di cosche». Non ha dubbi su questo il procuratore aggiunto Luberto che asserisce: «Dovremmo evitare di subirle tutte queste cosche. C’è stata l’indagine “Kyterion” che ha fatto intendere quanto ci sia un centro di organizzazione, una provincia autonoma nella Calabria mediana e settentrionale organizzata attorno alla famiglia Grande Aracri di Cutro». Cutro, appunto, «questo paesello che esprime una potenza ’ndranghetistica di questa portata». «Tra l’altro questa indagine – ha ricordato Bombardieri – è collegata a quela di “Aemilia” nasce grazie alle nostre indagini, non ci sarebbe stata senza le investigazioni della Procura di Catanzaro». Nel territorio di Crotone, il sostitito procuratore Domenico Guarascio è affiancato dal pm Capomolla. Nel Crotonese non bisogna poi dimenticare le cosche di Petilia e Mesoraca, “temibili” nell’accentrare tutte le risorse economiche del territorio. Il racket petilino controlla il mercato delle castagne, dell’uva, tutte le «energie imprenditoriali sono bulimizzate dalle cosche che imbastiscono monopoli o al massimo duopoli».

IL PERICOLO NUMERO UNO «Noi ci siamo – conclude Luberto – siamo pronti e spero si possa dire che siamo laboriosi ma così non basta. Abbiamo bisogno di un aumento di organico un organico che non deve essere aumentato solo in relazione ai magistrati». Devono essere rinforzati tutti gli organi, sia quelli di tipo interprovinciale che locale. «Da parte di tutti si dice che la ’ndrangheta sia il pericolo numero uno nazionale e internazionale. È possibile che per fronteggiare questo pericolo – si chiede il procuratore vicario Bombardieri – ci siano solo due procure distrettuali, Reggio Calabria e Catanzaro, e Catanzaro, con due terzi del territorio, ha solo sei sostituti e due aggiunti a coordinare le attività?». Senza contare che gli equlibri di questa criminalità sono in continua espansione ed evoluzione, nei confronti dei quali occore sistematicità degli interventi.

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