Omicidio Occorsio: la pista dei soldi porta ai mandanti. Le indagini dei giudici in Puglia e in Calabria

Pier Luigi Concutelli

Silvana Mazzocchi La Stampa FIRENZE, 15 novembre – «La pista del danaro» sta conducendo i magistrati Pier Luigi Vigna e Luigi Pappalardo direttamente ai mandanti del delitto di Vittorio Occorsio, il giudice assassinato il 10 luglio scorso con una raffica di mitra. I soldi sporchi provenienti dai rapimenti, dal contrabbando e da numerose rapine entravano nelle casse di «Milizia rivoluzionaria», un gruppo nato a Roma all’inizio del ’75 e formato da alcuni «oltranzisti» del Msi ma anche da quadri provenienti da movimenti dell’estrema destra come «Ordine nuovo» e «Avanguardia nazionale». Il movimento era destinato a riunire tutti i falchi della linea dura.

E’ stato Luigi Martinesi, 44 anni, procuratore legale, ex federale di Brindisi, ex consigliere comunale del Msi (ora espulso dal partito), all’epoca braccio destro dell’avvocato e deputato missino Clemente Manco a raccontare ai magistrati una storia di soldi e di riciclaggio che spiega in gran parte qual è la fonte dei finanziamenti di cui da anni la destra eversiva si serve per garantire ai propri latitanti sicurezza e impunità. Luigi Martinesi, in carcere a Taranto perché imputato per il sequestro di Luigi Mariano (un direttore di banca rapito nel Leccese nel luglio dello scorso anno), è stato interrogato sabato scorso come teste nell’inchiesta per l’uccisione di Occorsio dai due magistrati fiorentini recatisi in Puglia insieme con i funzionari dell’ufficio politico e dell’antiterrorismo.

Vigna e Pappalardo, sulla base delle indicazioni fornite da Martinesi e altri riscontri pazientemente messi insieme con gli interrogatori delle dieci persone incriminate per il delitto Occorsio, erano partiti da Firenze qualche giorno fa per Taranto e di lì si sono recati in Calabria: prima a Siderno, un piccolo centro sullo Ionio e quindi a Reggio Calabria, patria del movimento fascista «Boia chi molla», protagonista della manovrata rivolta del ’70 e creatura del senatore missino Ciccio Franco. La cronaca dei giorni trascorsi dai due magistrati al Sud (sono rientrati stanotte) è una ricostruzione paziente e complessa della ragnatela di mafia, criminalità ed eversione nera che fa da sfondo al delitto di Vittorio Occorsio.

Luigi Martinesi ha raccontato ai giudici che fu Pier Luigi Concutelli (ancora latitante e ritenuto il killer che uccise Occorsio) a prelevare i soldi del riscatto ottenuto dal gruppo per la liberazione di Luigi Mariano (280 milioni) e che fu ancora lui a portare a Roma il bottino nelle casse di «Milizia rivoluzionaria». « Io — ha assicurato Martinesi — non ho visto una lira». Pier Luigi Concutelli, quasi fosse il cassiere ufficiale del movimento, aveva disponibilità di danaro tanto da vivere comodamente da latitante anche quando nel marzo del ’76 fuggì perché colpito da ordine di cattura per il sequestro Mariano. «Ma lei conosceva Concutelli?», hanno chiesto i magistrati a Martinesi. «Sì — ha risposto il procuratore legale — l’avevo incontrato a Catanzaro». E spiega che ciò accadde nel gennaio 1975 quando si celebrarono le poche udienze del primo processo contro Freda e Ventura per la strage di piazza Fontana. Martinesi accompagnò in aula, come segretario e factotum, l’avvocato Clemente Manco (difensore di Freda). «Ci tenevo ad incontrarlo», dice, ed infatti Martinesi nutre quasi una venerazione per Franco Freda che considera un maestro e un ideologo. Esiste addirittura un carteggio tra i due (Freda era in carcere a Brindisi) e le loro lettere sono tutte a base di citazioni ideologiche e di ammirazione. «A Catanzaro in quei giorni — ammette Martinesi — circolava anche Concutelli».

E proprio nello stesso periodo — notano gli investigatori — a Roma prendeva l’avvìo «Milizia rivoluzionaria». «Volevamo che il leader del gruppo fosse Manco — dice Martinesi — lo contattammo e lui non sembrò sfavorevole, ma non si fece mai vedere alle riunioni». A Luigi Martinesi era affidato comunque nel ’75 il compito di tenere i contatti tra i quadri delle Puglie e i calabresi. Le referenze sono buone: il procuratore legale ha agganci con la Calabria che conta e gode di ottime amicizie. A casa sua, nel Leccese, non aveva forse ospitato due anni prima Antonio Macrì, ritenuto un capo storico della mafia della riviera ionica? Macrì (rinviato a giudizio per il sequestro del nipote di Paul Getty) viene ucciso alla line del gennaio ’76 mentre a bordo della sua utilitaria rientrava a Siderno. E questo è l’ultimo atto di una lotta senza quartiere tra l’antica e la nuova mafia, dedita quest’ultima ai sequestri di persona e al contrabbando. Martinesi perde così un amico prezioso e un contatto proficuo. Nel ’75 però il procuratore legale era appena stato eletto consigliere comunale nelle file del Msi e, ancora rispettabile, si muove bene in Calabria. A Reggio, «Milizia rivoluzionaria» — lo racconta lo stesso Martinesi — vi fissa un incontro ad alto livello con una persona importante e, come segno di riconoscimento, gli indica un settimanale «democratico» da portare sotto al braccio.

«All’appuntamento non venne nessuno — dice Martinesi — e l’incontro andò a vuoto». Ma gli inquirenti sanno che l’ex missino non vuole far nomi compromettenti. Ieri Vigna e Pappalardo sono andati da Taranto a Siderno per interrogare i familiari di Macrì su queste circostanze e quindi a Reggio Calabria per indagare tra i resti del gruppo «Boia chi molla». Alcune perquisizioni sembra abbiano dato risultati positivi e si attendono clamorosi sviluppi.

Il prossimo viaggio i magistrati fiorentini lo faranno in Svizzera. Vanno a parlare con Renato Walty, il magistrato di Zurigo che si incontrò con Vittorio Occorsio in una pensione romana una settimana prima del delitto. Il motivo è chiaro: Walty arrestò nell’aprile scorso un certo Jacques Forcet, francese, ricchissimo, già ricercato per omicidio, proprietario di un centro commerciale a Santo Domingo e gli sequestrò oltre duecento milioni in contanti. Parte di questo danaro «sporco» proveniva da un conto corrente di una banca di Losanna, intestato a un certo «Titou». Il danaro era stato depositato da una donna: Lucienne Furet, amica di Maffeo Bellicini, il boss dell’anonima sequestri legato al clan dei marsigliesi, recentemente riacciuffato dopo che era evaso il 19 agosto scorso dal carcere di Lecce insieme con Graziano Messina e alcuni nappisti.

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