Pd, la quiete dopo la tempesta

CATANZARO – La vittoria del No al referendum è stata così profonda e pervasiva che ha reso inutile la descrizione di ogni altro dettaglio. Se è vero che nel Si c’è stata tanta destra, occorre concludere che anche tanta sinistra ha giocato con due mazzi di carta. Molto teatrino in giro per perorare la causa della riforma ma neppure una telefonata per chiedere un voto. Altro che apostolato nei supermercati. Poi i brindisi liberatori. D’altra parte i consiglieri regionali, in senso lato, non potevano accettare di fare la parte dei tacchini sotto Natale. Né, oggi, si può impedire ai senatori di pensare al vitalizio. Al vile metallo tocca sempre l’ultima parola. Tutti gli occhi sono rivolti a Roma, ma la periferia è il suo prolungamento, alimentando e alimentandosi con le partite che sono in corso.

È abbastanza verosimile che ci sarà presto un risveglio da parte di tutti quelli che vantano o credono di vantare un credito sia nei confronti del presidente Mario Oliverio che del segretario regionale Ernesto Magorno

In Calabria in silenzio e sottotraccia si giocano due match, esattamente come al centro. Il Partito e il Governo regionale. È abbastanza verosimile che ci sarà presto un risveglio da parte di tutti quelli che vantano o credono di vantare un credito sia nei confronti del presidente Mario Oliverio che del segretario regionale Ernesto Magorno. Quest’ultimo, nel bene e nel male, rischiando sovente di apparire stucchevole, non fugge, la faccia ce la mette sempre. Egli ha detto che il 19 dicembre sarà convocata la direzione regionale, «alla quale ha aggiunto prenderà parte il presidente della Regione Mario Oliverio e sarà conclusa dal sottosegretario di Stato Marco Minniti, in modo da trasferire sui territori tutte le necessarie determinazioni rispetto alle indicazioni che emergeranno dai livelli nazionali del partito». Come dire: il direttorio (Minniti-Magorno-Oliverio) esiste. Poi magari la data della riunione slitterà per via della crisi di governo. Ma prima o poi si farà. E lì il direttorio sarà atteso al Passo di Radicofoni, ossia al varco, dai dirigenti che in questi mesi hanno messo il silenziatore per carità di patria.

Chi sono questi potenziali contestatori? Alcuni profili sono netti ed evidenti. Innanzitutto l’area franceschiniania che ha disertato sistematicamente, ancor prima del referendum, tutte le iniziative di partito messe in campo nel tempo da Magorno. Subito dopo vengono gli ex assessori regionali Enzo Ciconte e Carlo Guccione (“giovani turchi”). Il primo da tempo va dicendo, non senza ragione, che occorre fare una giunta politica. Il secondo, anch’egli da tempo al netto della pausa elettorale di Cosenza, è una spina nel fianco della giunta regionale alla quale ogni giorno fa le pulci. E ancora: il fuoco amico dei vecchi e dei diversamente renziani che non hanno trovato spazio nello scacchiere decisorio. Per tutte: vedi l’ambigua vicenda sanitaria.

Insomma, ce n’è abbastanza per immaginare un risveglio di contestazione sia nella governance di partito che in quella istituzionale. Cosa farà il direttorio? Farà finta di niente? Apporterà alcune correzioni? Oppure il Pd entrerà in un clima congressuale dove ognuno si riposizionerà come meglio crede? Se le candidature future al Parlamento sino al 4 dicembre rappresentavano il crinale per meglio posizionarsi nell’arengo dell’Italicum, l’incertezza della crisi e dei suoi possibili sbocchi renderà ancora più difficile immaginare i prossimi percorsi.