Prestipino: “Anche in Sicilia e in Calabria negli anni 80 negavano le mafie”

Marco Lillo Il Fatto Quotidiano ROMA – La storia dello struzzo si ripete quando si parla di mafia, secondo Michele Prestipino. Il procuratore aggiunto che ha sconvolto Roma con l’inchiesta Mondo di Mezzo, realizzata insieme ai colleghi Ielo, Cascini e Tescaroli, sotto la guida del procuratore Giuseppe Pignatone, rivede nel negazionismo di oggi a Roma molte analogie con quello passato per Cosa Nostra e ndrangheta. Un po’ come se Giuliano Ferrara oggi a Roma e Roberto Maroni ieri in Lombardia fossero tutti presbiti di fronte alla criminalità, tutti bravi a vederla quando è lontana ma incapaci di ammetterla quando è vicina. Prestipino, 58 anni, originario di Goiosa Marea in provincia di Messina, ha la storia giusta per ricordare: una dozzina di anni sulla trincea antimafia a Palermo, coronati dall'arresto di Bernardo Provenzano nel 2006, poi 5 anni da procuratore aggiunto a Reggio Calabria, con lo scioglimento del comune per mafia, infine l’anno e mezzo a Roma con i fuochi di artificio del Mondo di Mezzo.

Procuratore Prestipino, nel dicembre del 2012 Lirio Abbate su L’espresso mette in copertina i 4 ‘Re di Roma’. Se a Palermo fossero apparsi nelle edicole i re (allora a piede libero) del crimine qualcosa sarebbe successo. Invece a Roma il capogruppo in comune del Pdl e i grandi palazzinari continuavano a riverire il re Carminati. Poi arrivano gli arresti e ancora oggi c’è chi nega l’esistenza di Mafia Capitale.

Nel nostro Paese questo fenomeno si è ripetuto più volte in tempi e latitudini diverse. Ogni volta che c'è il disvelamento di una realtà criminale a noi vicina si tende a negarla o a farla diventare colore senza sostanza. A Palermo negli anni 80 non volevano ammettere l’esistenza di Cosa Nostra. Poi hanno tentato di ridurla a un gruppo di banditi corleonesi senza Cupola. Anche in Calabria si voleva far passare la ndrangheta come un’accozzaglia di pastori passati dai sequestri al traffico di droga. Cinque anni fa c’era anche nelle istituzioni chi continuava a minimizzare la presenza della ndra nghe ta in Lombardia. Poi la Cassazione ha chiarito come stavano le cose. Oggi con Mafia Capitale intravedo la stessa difficoltà difficoltà ad ammettere i fenomeni criminali a noi vicini.

Quale può essere il rischio insito in questo atteggiamento culturale?

Se non c’è la presa di coscienza non può esserci un contrasto efficace. Ci vuole un contrasto più ampio di quello delle Procure che include la reazione della società civile.

Perché c’è questa difficoltà a vedere per tempo il fenomeno criminale?

Forse c’è anche una piccola parte della società che non vuol vedere per convenienza. Forse qualcuno vede nella presenza criminale un'opportunità da sfruttare per costruire consenso in politica e profitto per le imprese.

La domanda che tutti, anche all’estero, ci pongono è: davvero esiste la mafia a Roma?

Partiamo dai dati di fatto: un troncone delle indagini sulla banda della Magliana si è concluso con una sentenza confermata in Cassazione che condanna gli imputati per associazione mafiosa ex articolo 416 bis. Poi ci sono una serie di sentenze sul Basso Lazio, come quella sul clan Tripodo a Fondi o quella sui clan campani a Nettuno che vanno nello stesso senso.

E dentro Roma?

Ci sono le propaggini delle organizzazioni criminali tradizionali. In una recente inchiesta c’è un’i nt er ce tt az ione nella quale un gruppo si autodefinisce “i napoletani del Tuscolano”. Poi ci sono i calabresi, come i Molé e i Bellocco, e infine i siciliani, il cui primo referente era Pippo Calò. In passato stavano a Roma per fare affari ma ora c’è un’evoluzione. Per esempio i Molé hanno cominciato a delocalizzare attività dalla Calabria sul territorio romano nel settore delle slot machine e i tre boss Bellocco sono stati arrestati a Roma non a Rosarno. Poi A Ostia c’è il clan Fasciani, sul quale abbiamo solo due sentenze di primo grado che però disegnano uno scenario particolare: un gruppo autoctono che ha mutuato a Ostia il modello mafioso. Come dice il collaboratore di giustizia Sebastiano Cassia: “In nove casi su dieci non occorre la violenza espressa, basta il nome della famiglia Fasciani”. Sembra la foto delle mafie tradizionali.

La struttura di Mafia Capitale con Massimo Carminati al vertice invece non controlla un pezzo di territorio. Perché allora dovrebbe essere mafia?

Siamo ancora in una fase cautelare e quindi se ci sono le responsabilità lo dovranno stabilire i giudici. Però ci sono state due sentenze della Cassazione e il Tribunale del riesame che indicano alcuni elementi. Siamo di fronte a un modello originale e originario, cioè diverso da tutti gli altri e nato a Roma.

Se Mafia Capitale è così diversa perché è mafia?

Non voglio entrare nel dettaglio del procedimento. Parlando in generale direi che il ‘g en om a’ d el l’a ss oc iaz io ne mafiosa prevista dall’articolo 416 bis è il 'metodo mafioso'. Le armi per esempio sono un'aggravante. La Cassazione su Mafia Capitale afferma l’esistenza di questo elemento. C’è il legame antico di Carminati con la banda della Magliana. C’è il legame con la politica e il rapporto con i vibonesi vicini al clan Mancuso, una sorta di riconoscimento reciproco.

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