Quando Mancini cancellò l’Apartheid in Aspromonte

Pietro Mancini Ilgarantista.it IL 16 GENNAIO 1990, a Luino, sul Lago Maggiore, i carabinieri dichiararono di aver eseguito una ”brillante operazione”, impedendo il sequestro di Antonella Dellea, 27 anni, figlia di un facoltoso imprenditore lombardo. Il bilancio dell’operazione, però, fu pesantissimo. I presunti, giovani sequestratori – Sebastiano Giampaolo, Salvatore Romeo, Sebastiano Strangio, di San Luca, e Giuseppe Ietto, di Natile di Careri – furono tutti uccisi. Quando scoppiò la sparatoria, Antonella era sola, seduta alla scrivania dell’azienda di famiglia. Si accorse degli spari e si nascose, racconterà, più tardi, una zia della ragazza. Qualche giornale scrisse che la ragazza era un’ esca, inconsapevole, dei carabinieri. Altri assicurarono che era stata avvertita di quanto sarebbe avvenuto.

Sia Antonella sia suo padre, Gianni, comunque, su ordine dal magistrato, tennero le bocche chiuse con i giornalisti. Qualche giorno dopo il divieto dei funerali, nella chiesa del comune, deciso dal ministero degli Interni, Giacomo Mancini, 74 anni e dal 1948 deputato del Psi, intervenne alla seduta, affollatissima, del Consiglio comunale di San Luca. «È necessario parlare per San Luca che, purtroppo, è un Paese, tristemente, noto, ormai, per le vicende, che coinvolgono alcuni suoi abitanti(…) Dobbiamo, tuttavia, essere in grado di farci capire dall’intera regione e anche dai cittadini di ogni parte d’Italia, che sono attoniti, sbigottiti, disorientati e dai quali si pretende un’accettazione, acritica e passiva, di impostazioni di parte. E ai quali si ritiene di poter tacere la verità dei fatti, il loro svolgimento, i comportamenti delle persone, che a quei fatti hanno partecipato. E, last but not least, gli interventi delle autorità dello Stato, dell’ordine pubblico, della magistratura. Naturalmente, non possono essere San Luca e il suo Consiglio comunale le sedi uniche del confronto, del dibattito, del chiarimento.

«La complessità delle questioni dovrà avere la sede responsabile nel Parlamento, dove l’attenzione dei deputati e del governo si dovrà concentrare, oltre che sull’episodio di Luino, fino a questo momento non chiarito, in tutti i particolari, anche su problemi di carattere più generale. La politica, in primis, del ministero degli Interni, la consistenza delle attività criminali, nelle grandi città del Nord e del Sud, il rapporto, nel Sud, tra politica e affari, l’esigenza di affrontare, in termini nuovi, aggiornati, i problemi del Mezzogiorno, la necessità, che tutti avvertiamo, di restituire allo Stato i suoi compiti, essenziali, di Stato di diritto. E un grande, persuasivo intervento delle forze politiche e dei centri culturali volto a impedire che, nel Paese, si formino, come già si sono formate, zone e settori di furore razzistico e di violento antimeridionalismo(…) Dobbiamo essere più intelligenti, anche più seri, nel dolore e nella disperazione. Oppure saremo sconfitti. Sarà sconfitto San Luca e sarà sconfitta quella parte della Calabria, che più soffre, che più ha sofferto, nel corso di questi ultimi mesi, quando è stato ”scoperto” l’Aspromonte. Non per espugnarlo, ma per farne un mito, per farne un diversivo, in grado di oscurare le pecche di una politica dell’ordine pubblico, che è, certamente, sbagliata e che spetta a noi correggere e modificare(…) Si deve dire, con forza, che una parte, notevole, dei nostri problemi è legata alla inadeguatezza, alla pavidità, alla vigliaccheria, al modo imbelle di comportarsi delle nostre classe dirigenti, irresponsabili, subalterne, rinunciatarie e senza coraggio.

E non è vero che tutti i politici siano uguali. Ci sono politici, che si squagliano. E ci sono politici, che restano presenti, nei momenti delle difficoltà. Non hanno nulla da spartire con quelli, che si fanno vedere quando le cose vanno bene(…) Gli ufficiali dei Carabinieri dovrebbero chiedere ai loro rappresentanti, meridionali e calabresi: perché siete presenti ai matrimoni, ai battesimi, ai convivi degli ndranghetisti, che vivono, ossequiati, in Calabria? Dovrebbero essere, meglio, e più scrupolosamente, consultati gli schedari delle forze dell’ordine. E, prima o poi, la commissione bicamerale Antimafia dovrà chiedere al ministro degli Interni di aprire questi schedari segreti delle amicizie dei politici meridionali e calabresi(…) Non trovo utili le rituali sfilate, la propaganda ammucchiante, le confuse generalizzazioni, le vicinanze, anomale, di sindaci puliti e di sindaci amici dei boss. È un tipo di democrazia, che non mi va bene. Noi abbiamo bisogno di istituzioni chiare, limpide, trasparenti(…) Voglio essere sincero fino in fondo. La prima sincerità è l’avversione irriducibile, ferma, senza dubbi e senza incertezze, nei confronti dei sequestri di persona : è un delitto abietto, feroce, spietato, crudele, che non merita attenuanti di alcun genere. Contro questo delitto non si può invocare né la miseria né la disoccupazione, né l’assenza dello Stato né l’ingiustizia sociale, né la durezza degli antagonismi di classe. Così è per noi e per la maggioranza dei calabresi e dei sardi.Ma devo aggiungere che, contro questa presenza infamante, pericolosa, finora, non si è fatto quanto era giusto fare(…)».

Calabria Oggi, il quindicinale politico-culturale, diretto dal giornalista e scrittore Pasquino Crupi, stampò l’intervento di Mancini, titolandolo: La lunga notte della Calabria. Ma non meno esplicito era l’occhiello: Anche per i sequestratori non c’è la pena di morte.L’ex ministro calabrese ricevette pesanti critiche per il suo intervento a San Luca, per una intervista a ”Samarcanda”, settimanale del Tg3, all’epoca diretto da Sandro Curzi, per la sua interpellanza al ministro degli Interni, nella quale chiedeva, tra l’altro: «Cosa è successo a Luino? Quanti colpi sono stati sparati? Quanti carabinieri erano presenti? I presunti ”banditi” furono colpiti al cuore o alle spalle? Non sarebbe stato più utile catturarli vivi? Con la loro morte, non si fatto un ”regalo” politico alla neonata Lega Nord di Bossi, sostenitrice dell’equazione meridionali uguali criminali?». Ai violenti attacchi, Mancini rispose: «Sono andato a San Luca non per fare prediche, ma per fare quello che, sempre, ho cercato di fare, dal lontano 1948, da quando, cioè, sono rappresentante di questa regione dura, difficile, aspra, spesso senza leggi e senza giustizia. E che, tuttavia, cambia e sta cambiando. In tema di lotta alla ndrangheta e alle collusioni tra politica e cosche, sono il deputato calabrese, che più di tutti ha le carte in regola».

E, intervistato da il manifesto diretto da Luigi Pintor – che titolò : Abbiamo la pratica della pena di morte – il vecchio, ma combattivo, leader socialista spiegò : «Si devono dare risposte chiare e convincenti sulla tragica vicenda di Luino, soprattutto a chi, esaminando le modalità dell’eccidio, e le reticenze delle prime dichiarazioni, non è riuscito a darsi ragione di una azione dei carabinieri, indirizzata, soltanto, alla morte dei sequestratori. Ho il diritto di sapere come siano andate le cose. Ma, sinora, nessuno lo ha fatto». Numerose le lettere, che Mancini, in quelle settimane, ricevette: consensi ma, soprattutto, aspre critiche, anche da elettori dei partiti di sinistra, dure bordate, feroci offese, personali e anonime, e persino sentiti ”auguri” di passare, presto, a miglior vita. A una professoressa calabrese, che gli aveva sollecitato in modo pacato dei chiarimenti, Giacomo rispose, di suo pugno, come preferiva, sempre, fare: «Gentile Signora, mi dispiace di non essere d’accordo con lei. A me, mio nonno, Giacomo Mancini senior, diceva che i genitori non devono essere né forti né deboli. Ma giusti. Se lo Stato sarà giusto, anche i trasgressori della legge diminuiranno».

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