Quella cena con il ministro. Uno degli imprenditori del clan incontrò Lupi. E un altro disse: «Prendete tutto»

Antonio Anastasi Quotidiano del Sud REGGIO CALABRIA – A cena con il ministro. Per comprendere il livello delle entrature del cartello di imprese sgominato l’altra notte con l’operazione “Cumbertazione” dalla Dda reggina, basta leggere una una conversazione intercorsa fra Giorgio Morabito e Carlo Cittadini, intercettata nel maggio 2013, nel corso della quale quest’ultimo raccontava che si sarebbe recato a Milano con Giorgio Barbieri, l’imprenditore cosentino fermato nell’ambito della parallela inchiesta della Dda di Catanzaro, per una cena alla quale sarebbe stato presente anche Maurizio Lupi, allora a capo del dicastero dei Trasporti e delle Infrastrutture (non indagato). Cittadini: «A Milano abbiamo una cena con Lupi». E Morabito: «che bellezza, vedete che potete fare… prendete tutto». Sebbene «dagli atti non emergano elementi per identificare nel ministro “il contatto” del Cittadini all’interno del Ministero – scrivono gli inquirenti nelle carte del voluminoso provvedimento di fermo – è chiaro che lo stesso godeva di entrature di prestigio al livello della più alta burocrazia dello Stato, essendo ammesso a partecipare ad occasiosi conviviali/ istituzionali cui prendeva parte il ministro».

Ma i contatti di Cittadini erano anche con il colosso delle cooperative, la Ccc. La volontà di entrare nel Consorzio cooperative costruzioni viene fuori dalle intercettazioni. «Così abbiamo comprato la Soa, abbiamo fatto la iscrizione alla Lega coop. Adesso facciamo l’iscrizione in Ccc e partiamo pure con quella cosa là», diceva Barbieri. Dalle intercettazioni emerge anche la figura di Roberto Bassman con il quale Morabito ma anche Cittadini erano soliti rapportarsi per realizzare il rodato scambio di favori tra imprese, necessario per aumentare le possibilità di aggiudicazione, specie nel caso di gare molto complesse. Bassmann è, infatti, socio al 22,5% nonché amministratore delegato della Telitel S.r.l. esercente l’attività di “hosting e fornitura di servizi applicativi”. Un network specializzato in appalti pubblici e che si pone al fianco dell’impresa. Emblematica la conversazione intercettata tra Morabito e Bassmann, in cui è evidente la prassi consolidata, appunto, di scambiarsi “favori”. Morabito: «facciamo a cambio… se vuole l’OG1 gliela posso dare, l’OS 24 gliela posso dare, OS21 io non so come sono le persone, se sono… eh… se cioè sono regolari, non regolari. Sono responsabilità oggi. Eh io mi son vi… mi son visto tolto lavori per l’impresa ausiliaria, perché non aveva il Durc». Ecco fino a dove arrivato, con il metodo della “cumbertazione”, termine dialettale che sta per “associazione chiusa”, il gruppo imprendioriale Bagalà di Gioia Tauro.

Scorrendo le oltre 2000 pagine del fermo eseguito dalla Guardia di finanza, si può ripercorrere la posizione di quasi monopolio nel settore degli appalti pubblici in Calabria. In particolare, il Comune di Gioia Tauro era «totalmente controllato dal gruppo criminale », scrivono i pm Matteo Centini e Giulia Pantano. Un monopolio possibile grazie anche alla «nota» appartenenza alla cosca Piromalli, tra le più potenti della ndrangheta, che avrebbe conferito ai Bagalà quell’«aura criminale per far leva su decine di pubblici funzionari». Là dove non avessero fatto breccia, il ricorso era alle tradizionali metodologie intimidatorie, dalla minaccia alla violenza fisica al danneggiamento. E’ emerso anche da precedenti inchieste antimafia e dalle dichiarazioni dei pentiti. Nel dettaglio, il gruppo sarebbe composto composto da Luigi Luigi Bagalà, dai due Francesco Bagalà (uno classe ’77 e l’altro classe ’90), cui si aggiunge Giuseppe Bagalà, più defilato dopo il suo arresto nell’operazione Ceralacca, e l’uomo di fiducia Giorgio Morabito più la «stabile cooperazione» di una vari imprenditori, tra cui Barbieri, attraverso cui sarebbe stato stabilito il controllo di numerose commesse pubbliche. Il tutto con l’apporto di funzionari “infedeli”, come la dirigente del Comune di Gioia Tauro Angela Nicoletta, fermata, e il dirigente Anas Giovanni Firodaliso, indagato. Così sarebbe sorto «un cartello di imprese che, attraverso presentazione di offerte precedentemente concordate, è stato in grado di alterare e condizionare la media generale e determinare l’aggiudicazione degli appalti a una delle imprese della cordata».

Gli intrecci raccontati dai vari collaboratori di giustizia. Commistioni con la politica

 

Michele Albanese Quotidiano del Sud “IL RAPPORTO con la politica?» chiedono i giornalisti ai magistrati a margine della conferenza stampa sull’operazione “Cumbertazione”. « Ci sono elementi che svilupperemo nel prossimo futuro. Ma non escludiamo nulla» è la risposta dei magistrati. Messaggio chiaro: per adesso ci si occupa degli attuali indagati, poi verranno altre inchieste. Del resto appare chiaro che operazioni come quelle accertate dalla Guardia di Finanza nella manipolazione delle gare di appalto non potevano non essere messe in atto senza l’apporto di qualche politico e quindi con chi ha governato alcune città strategiche. Al momento l’unico politico ufficialmente indagato è il sindaco di Cosoleto, un piccolo centro aspromontano della Piana Antonino Gioffrè il quale in concorso con altri avrebbe tubato una gara con i fondi Pisl. Ma in futuro il contesto potrebbe allargarsi. L’inchiesta “Cumbertazione” oltre che con indagini sul campo, con intercettazioni telefoniche e ambientali si è sviluppata anche grazie ad alcuni collaboratori di giustizia che da tempi riempiono pagine e pagine di verbali disvelando rapporti di tipo di criminale e non solo in particolare a Gioia Tauro. Ed è ovvio, visto il ruolo centrale dei fratelli Bagalà che gli inquirenti abbiano sentito i racconti dei collaboratori anche sui legami che questi ultimi avevano con i pezzi da novanta della ndrangheta cittadina, con la politica e le istituzioni locali.

Marcello Filoreto Fondacaro, Arcangelo Furfaro, Pietro Mesiani Mazzacuva, Raffaele Moscato e Antonio Russo di cose ne hanno raccontate sui rapporti tra i Bagalà e il contesto gioiese. Particolarmente significativo ai fini dell’inchiesta è stato il contributo offerto da Arcangelo Furfaro detto “Lino” che ha descritto quelle che sono state definite dagli investigatori le dinamiche politico/mafiose della città di Gioia Tauro. Furfaro essendo stato da sempre attivo in tutti i livelli della politica locale, da quello comunale fino a quello regionale, ha quindi avuto contezza diretta dell’interessamento delle cosche Piromalli e Molè nelle tornate elettorali, del coinvolgimento dei diversi amministratori succedutisi in particolare alla guida del comune, e degli imprenditori, come i Bagalà che per gli inquirenti avrebbero avuto benefici nate dall’assegnazione di gare ed appalti in ragione della loro appartenenza mafiosa. Dichiarazioni, quelle di Furfaro, che sono state attentamente riscontrate. Gli uomini della Guardia di Finanza hanno sottolineato come la sua storia politica conferisca valore alle sue dichiarazioni visto che è stato anche candidato alla Regione Calabria, e pur riscuotendo un significativo successo personale, riuscì ad essere eletto. Come già premesso, l’inchiesta non è chiusa completamente e potrebbe prendere pieghe diverse. E poi molti particolari si apprenderanno nel corso delle prossime fasi con gli interrogatori e le decisioni del giudici per le indagini preliminari. Ma da quello che emerge si può ben ipotizzare che si può essere davanti ad un altro ipotetico tsunami che potrebbe delineare nuovi rapporti tra mafia-politica e imprenditoria.

 

Parentele sospette annotate dagli inquirenti

 

GIOIA TAURO – Un aspetto centrale nella ricostruzione dell’ascesa economica della famiglia Bagalà è l’impegno politico, in particolare di Pino Bagalà e del nipote Francesco Bagalà, che si caratterizza anche con stretti legami familiari con esponenti politici gioiesi come gli ex sindaci Giorgio Dal Torrione e Antonino Pedà che in questa inchiesta non risultano indagati. Appuntano i magistrati che l’indagato Francesco Bagalà è coniugato con la figlia di Dal Torrione e che l’ex sindaco, Giuseppe Pedà, di recente sfiduciato dalla maggioranza dei consiglieri comunali, è sposato con una figlia di un Bagalà. Solo appunti ma nessun elemento indiziario sull’ultimo ex sindaco di Gioia Tauro. I magistrati appuntano come parente dei Bagalà è anche l’ex vice–sindaco Raffaele D’Agostino poi consigliere provinciale. Relazioni tese a precisare come l’intraprendenza politica dei Bagalà si sviluppava nel solco degli interessi della cosca Piromalli Molè ma anche come strumenti per l’aggiudicazione di appalti dimostrando anche in tempi recentissimi di poter «disporre dell’amministrazione cittadina a proprio vantaggio».

 

Delitto Giordanelli, “Contesto mafioso”. Dagli atti sul blitz contro la potente cosca Muto di Cetraro gli intrecci tra la sorella della vittima e il figlio del boss

 

CETRARO – Un “contesto mafioso” ha fatto da sfondo all’omicidio della dottoressa Anna Giordanelli, uccisa con un “piede di porco” dall’ex cognato Paolo Di Profio, reo confesso. E’ quanto emerge dal decreto di fermo fatto eseguire due giorni addietro dalla Dda a carico di presunti esponenti delle cosche reggine, cosentine e tirreniche, contenenti numerose intercettazioni anche relative ai fatti precedenti e successivi a quell’efferato crimine. Gli inquirenti, negli sviluppi investigativi connessi, tra l’altro, scrivono: “le perentorie espressioni di replica con le quali Franco Muto (il boss, ndr) censurava l’imprudenza del giovane affiliato (Giuseppe Antonuccio alias Garibaldi), offrivano ulteriore conferma del fatto che il grave atto intimidatorio patito da Serena Giordanelli (la sua auto e quella della madre venivano date alle fiamme, ndr), fosse maturato in seno alla cosca, evidentemente finalizzato a soffocare qualsiasi suo proposito collaborativo con gli inquirenti, in relazione a possibili rivelazioni del contesto mafioso che faceva comunque da sfondo all’omicidio della sorella Anna…”

Il “picciotto” Antonuccio, infatti, dialogando con il boss all’indomani del tentato omicidio, in paese, a carico di un africano che aveva osato mancare di rispetto ad una ragazza di Cetraro, importunandola, lo informava d’aver operato sopralluoghi in zona al fine di verificare la presenza di telecamere e, quindi, intervenire per depistare l’operato degli inquirenti, i quali avevano già individuato i tre aggressori, tutti vicini o intranei alla cosca Muto. Il racconto di Antonuccio si rivelava davvero eloquente, allorché spiegava “…a fianco alla villetta di quella che le abbiamo bruciato la macchina, ci sta la moglie di un dottore in una villetta di quelle. C’era una telecamera che puntava proprio nella strada, due giorni dopo ho visto a quello che se la smontava, il padrone della casa. Secondo me ha ripreso le registrazioni di là, e quello ha detto: prima che io vado nei guai, me la caccio, così faccio vedere che non me le hanno pigliate!”. Tanto era stato (improvvidamente) esplicito Antonuccio nella riconduzione ai voleri della cosca dell’azione intimidatoria commessa in danno della Giordanelli, da provocare l’immediata reazione dell’anziano capo-cosca Franco Muto, il quale lo redarguiva, rammentandogli che già gli aveva intimato di non esporsi e di lasciar perdere qualsiasi sopralluogo: “io ti dicevo, non ci andare”, proseguendo con la spiegazione delle ragioni per le quali non avrebbe dovuto esporsi, vale a dire: “… il resto poi, siccome tu vieni qua… è come se ti ci mando io, hai capito a me? Io te lo sto spiegando Giuseppe tante volte, ora è l’ultima volta Giuseppe… devi andare a vedere? Ma cosa devi andare a vedere? Che cosa ti interessa che devi andare a vedere?…”. La locuzione adoperata da Antonuccio in apertura di discorso, cioè “… quella che le abbiamo bruciato la macchina…”, al di là della ascrivibilità sul piano personale del danneggiamento stesso, secondo la Dda appare eloquente del controllo ndranghetistico del territorio da parte dei Muto, tanto che quel danneggiamento maturava – né poteva essere altrimenti –  in seno alla cosca, cui era da ricondursi. Di ciò, oltretutto, Antonuccio non solo dimostrava esserne pienamente consapevole ma, in qualità di affiliato alla organizzazione di ndrangheta dei Muto, se ne assumeva, anche, l’autorità.

Egli stesso, cioè, ne rivendicava la paternità non come singolo, bensì come partecipe di una organizzazione ndranghestica operante a Ceraro e territori limitrofi facente capo al suo mentore Franco Muto. Del resto la Giordanelli era proprio colei che aveva di fatto causato con le sue delazioni una rivoluzione in seno ai Muto, rivelando, provocatoriamente, fatti e circostanze che vedevano protagonista il figlio del capo-cosca Luigi Muto. Antonuccio, pertanto, mentre spiegava esplicitamente a Franco Muto dove avesse eseguito il sopralluogo per rintracciare possibili telecamere, dopo il brutale ferimento del ganese Moro Alhahssan, alludeva puntualmente, per farsi capire, all’abitazione dove la notte del 14.02.2016, erano state incendiate le autovetture di Serena Giordanelli e della madre. Infatti, il tentato omicidio dell’africano aveva effettivamente luogo in quella stessa Via di Cetraro Marina dove abita la madre della Giordanelli. Ecco, dunque, affiorare pericolosamente, nelle ultime due inchieste di mafia, l’operato della cosca sullo sfondo dei fatti legati all’omicidio Giordanelli.

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