Rischiata la guerra Cutro-Gomorra. Dovevano uccidere il pentito Valerio che minacciò i casalesi

Antonio Anastasi Quotidiano del Sud CUTRO- Il pentito Antonio Valerio, all’epoca in cui era un imprenditore della supercosca di Cutro in Emilia e soprattutto una testa calda, doveva essere ucciso per uno sgarro niente di meno che ai casalesi, e in particolare per aver minacciato uno di loro al quale voleva piantare una «pallottola in fronte». Emerge dall’inchiesta che ha portato al fermo del 39enne Carmine Sarcone, ritenuto nuovo reggente in Emilia del “locale” di ndrangheta di Cutro, la cui partecipazione a un summit volto a chiarire i conflitti è stata accertata dalla Dda di Bologna. L’affare verteva sull’illecita monetizzazione di assegni per cinque milioni, acquisiti, su indicazione di “Gomorra”, da un certo Jimmy di Milano. Vi era stato anche un incontro a Piacenza tra alcuni imprenditori cutresi coinvolti e due dei casalesi a Piacenza, Renato Corvino e un altro campano, con un funzionario di banca.

L’accordo prevedeva la corresponsione del 15 per cento ai casalesi. L’intervento di Nicolino Sarcone, ex capo della cellula emiliana, e del fratello Carmine, che successivamente gli sarebbe subentrato, si registrò durante un incontro in un bar a Bibbiano; in quell’occasione Jimmy pretese di essere rimborsato ma Valerio rispose che non era stato preciso nel comunicare i dati e non era stato possibile incassare. Nonostante i toni accesi, la decisione fu che Valerio non doveva dare niente. La conseguenza fu che i “Riodone”, che avevano emesso gli assegni non regolari, furono tenuti «in ostaggio» dai “Macario” di Cutro e costretti a obbligarsi a cedere beni immobili. Ma i casalesi tornarono a farsi avanti e la nuova riunione rischiò di costare la vita a Valerio, chiamato dal siciliano Antonello Di Carlo al quale erano stati chiesti i soldi.

«Arrivo lì. Voi cosa volete a Reggio Emilia? Da qua dovete sparire, la prossima volta che vi vedo vi pianto una pallottola ciascuno. Sono andati via in malo modo», ha raccontati ai pm emiliani. Una rottura di equilibri che determinò il progetto di morte, affidato a Roberto Turrà. Valerio si considerava uno «a statuto speciale» e mise in «disagio» i Sarcone «verso i casalesi» col suo autoritarismo. Ma proprio Roberto Turrà diventerà suo «alleato» e gli confiderà «l’incarico ricevuto dai Sarcone». Di contro, Valerio, che aveva ricevuto analogo incarico contro Turrà direttamente  dal boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, mantenne riserbo ma l’agguato non si verificò per il venir meno delle condizioni. Grande Aracri era arrabbiato con i Turrà per una serie di motivi, in primis una vendetta compiuta nel 2008 dopo 24 anni, l’omicidio di Giuseppe Galdy, un muratore 50enne, mai avuto a che fare con la giustizia (serviva addirittura messa), figlio di colui che uccise il loro padre. Ma questa è un’altra storia, di cui ha parlato anche il pentito Salvatore Muto.

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