San Procopio, la notizia c’era, la calunnia no

Rocco Valenti Quotidiano del Sud IL GIUDICE PER LE INDAGINI preliminari del Tribunale di Reggio ha accolto la richiesta di archiviazione, avanzata dalla Procura della Repubblica, del procedimento per il reato di calunnia aggravata (nei confronti di un giornalista del Quotidiano del Sud, Michele Inserra) in cui figuravano in qualità di indagati il sindaco di San Procopio, Edoardo Lamberti Castronuovo, il vicesindaco, Antonio Cutrì, il parroco del paese, Domenico Zurzolo, e il maresciallo dei carabinieri Massimo Salsano (questi per il reato di falso). Il procedimento penale era stato avviato sulla base di una querela del giornalista nei confronti del sindaco e l’accusa ipotizzata inizialmente dalla Procura era che gli indagati avessero accusato ingiustamente e pubblicamente Inserra di aver dato una notizia non vera, ossia la circostanza che nella processione dell’8 luglio 2014 a San Procopio la statua del santo patrono fosse stata fatta fermare davanti all’abitazione della moglie del boss e avesse da questa ricevuto l’obolo.

Notizia assolutamente vera perché confermata – come riporta la stessa Procura della richiesta di archiviazione – dalle indagini di polizia e carabinieri e riferita in una relazione precedente alla pubblicazione dell’articolo (la scena era stata ripresa da una telecamera installata in quell’area dalle forze dell’ordine). La richiesta di archiviazione – della quale il Quotidiano aveva dato notizia nell’edizione di Reggio del 9 aprile scorso – è stata motivata, piuttosto, con la mancanza dell’elemento soggettivo del reato di calunnia ed è stata accolta dal gip. Secondo il pm, «la lettura degli atti acquisiti nel corso delle indagini porta a ritenere ragionevolmente che il Salsano, ma anche gli altri indagati, ognuno col proprio ruolo istituzionale, politico e religioso, secondo la loro percezione diretta dei fatti e la propria elaborazione critica degli stessi, opinabile o meno, ritenessero che durante la processione di San Procopio non si fossero verificati fatti analoghi rispetto a quelli verificatisi ad Oppido Mamertina qualche giorno prima…»

Il gip ha, dunque, accolto la tesi della Procura. E questa è la notizia. Se poi qualcuno, come accaduto nelle ultime ore, ha inteso leggere significati ulteriori o, peggio, ha ritenuto di dover interpretare le parole del pm («… va detto che le indagini delegate alla Squadra mobile di Reggio, ai carabinieri della Compagnia di Palmi… consentivano di accertare la veridicità della notizia narrata dall’Inserra…») con conclusioni del tipo “la notizia non era vera”, ne risponderà alla sua intelligenza o alle poco sviluppate capacità di discernere. Intanto la pagina più brutta (non è reato, ma non necessariamente le cose brutte sono contemplate dal codice penale) è stata scritta e certificata: la processione si è fermata per venti secondi davanti all’abitazione della moglie di quello (Nicola Alvaro) che la Procura definisce un «capo indiscusso» di una cosca di ‘ndrangheta per consentire a lei di fare un’offerta. È accaduto chissà quante centinaia e centinaia di volte in Calabria. Ci sono stati vescovi e preti che anche recentemente (ma non solo) hanno rifiutato soldi da certi ambienti criminali (nei paesi si conoscono), ma non sempre è stato così. Non è per buttare la croce addosso a questo o quel prete, questa o quella processione (men che meno su questa o quella comunità, giacché una interpretazione libera del genere apparterrebbe a chi ritenesse che tutti i calabresi siamo mafiosi solo perché la ndrangheta esiste). E’ un fatto che riguarda la Chiesa prima di tutto. Ed è un fatto minimo minimo di obbedienza al Papa (che a marzo del 2016 ha ricordato che «la Chiesa non ha bisogno di soldi sporchi»), per non tirare in ballo tante di quelle altre argomentazioni (a partire dai preti ammazzati dalle mafie) che hanno una rilevanza un tantino più alta di campanilismi con tanti ismi e garantismi a buon mercato.

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