Se questa è mafia. Un tritacarne mediatico durato anni, poi l’assoluzione. Marina di Gioiosa Jonica, il populismo antimafia ha sospeso la democrazia

Ermes Antonucci Ilfoglio.it SINDACO E ASSESSORI accusati di essere uomini della ndrangheta e sbattuti in carcere. La democrazia sospesa con lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. Poi, a distanza di sei anni, la sorpresa: tutti assolti. Non era mafia, abbiamo sbagliato. Ha dell’incredibile la storia di malagiustizia che ha travolto il comune calabrese di Marina di Gioiosa Jonica.

E’ l’alba del 2 maggio 2011 quando la polizia lancia la maxi operazione “Circolo formato” contro presunti esponenti della cosca Mazzaferro. Su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, vengono arrestate 40 persone. L’inchiesta decapita l’amministrazione comunale: nel clamore mediatico finiscono in manette anche il sindaco, Rocco Femia, e tre assessori della giunta comunale (Vincenzo Ieraci, Rocco Agostino e Francesco Marrapodi). In relazione ai quattro politici coinvolti, l’accusa ipotizza che le elezioni amministrative dell’aprile 2008, che li avevano portati alla guida della cittadina, fossero state pesantemente condizionate dalla cosca mafiosa, sia durante la campagna elettorale sia nella fase della formazione della giunta. I politici, in altre parole, non sarebbero stati nient’altro che un paravento dietro il quale si muoveva la cosca Mazzaferro, intenzionata a mettere le mani sugli appalti e a conseguire ogni possibile vantaggio economico, riconquistando il potere perso negli ultimi anni in coincidenza con l’ascesa della cosca rivale degli Aquino.

Nonostante le accuse siano ancora tutte da dimostrare, due mesi lo scoppio dell’inchiesta – con quattro componenti della giunta in carcere – il governo decide di decretare lo scioglimento del consiglio comunale per “ingerenze da parte della criminalità organizzata”. La città sarà retta da tre commissari straordinari per due anni, in barba al voto espresso dai cittadini in favore dell’amministrazione guidata da Femia.

Oggi, a distanza di oltre sei anni, sappiamo che le accuse di associazione mafiosa (416 bis) erano infondate e che non vi erano motivi per sospendere la democrazia del piccolo comune calabrese. Lo scorso 12 ottobre, la Corte di Cassazione ha infatti annullato con rinvio la sentenza di condanna a 10 anni che era stata inflitta all’ex sindaco Rocco Femia, disponendo per lui un nuovo processo di Appello, mentre ha annullato senza rinvio – assolvendoli definitivamente – l’ex assessore alle politiche sociali Rocco Agostino e l’ex assessore all’ambiente Vincenzo Ieraci. Prima di loro, con rito abbreviato, la Cassazione aveva assolto il quarto politico coinvolto, l’ex assessore ai lavori pubblici Francesco Marrapodi.

Nel frattempo, però, è scattato il solito tritacarne mediatico-giudiziario. Non aveva dubbi Nicola Gratteri, allora procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, secondo il quale si era di fronte “all’ennesima riprova di quello che diciamo da anni: c’è un’intima connessione tra ndrangheta e certa politica”. E sulle elezioni amministrative che si sarebbero svolte due settimane dopo, il magistrato auspicava “che gli arresti di oggi facciano riflettere cinque minuti i candidati a stare lontano dalla ndrangheta, anche se non è escluso che in qualche caso i giochi siano già fatti. Non so se ce la faranno a stare lontani dalla ndrangheta”. Non aveva dubbi neanche l’allora procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, convinto che l’inchiesta avesse svelato “uno spaccato di collusioni inquietante”.

Ma chi, più di tutti, non aveva dubbi era il sistema dell’informazione, che ha immediatamente messo alla gogna le persone coinvolte. Per i giornali, sindaco e assessori erano “scelti dalle cosche”, tanto che per aumentare il loro gradiente di mafiosità impazzavano sulle cronache i soprannomi utilizzati (da non si sa chi) per appellarsi agli esponenti politici (“u menzognaru”, “pichetta”, “gemello”). Un massacro sistematico, diffamante, compiuto in nome del diritto di cronaca. A distanza di sei anni, e a verità giudiziaria emersa, lascia senza parole la lettura dell’articolo a firma di Giuseppe Baldessarro, che il secondo quotidiano del paese (La Repubblica) decise di pubblicare sulla vicenda. La foto in evidenza di uno degli indagati arrestati, stretto tra due poliziotti, in sfregio alla deontologia giornalistica, e l’articolo che sentenzia: “I Mazzaferro si erano presi il Comune di Marina di Gioiosa Jonica. Erano loro a governare la cittadina della costa jonica reggina. Avevano eletto il sindaco, deciso buona parte degli assessori, stabilito ogni cosa. E ora gestivano tutto in maniera diretta. Ogni scelta passava dalle stanze di Rocco Mazzaferro e del resto del clan. Ogni appalto, ogni fornitura, era cosa loro. Se l’erano ‘guadagnato’ a suon di preferenze pilotate ‘in maniera militare’”. Insomma, proseguiva l’articolista, sindaco e assessori erano “tutti uomini della ndrangheta di Marina di Gioiosa, tutti ‘malacarne’”.

Restano poi, sul terreno, i danni del calvario giudiziario. L’ex sindaco Femia è rimasto detenuto in carcere per cinque anni, Agostino ha trascorso cinque anni tra carcere e domiciliari, Marrapodi, che stava cominciando a riprendersi da un gravissimo ictus, è stato dietro le sbarre per sessanta giorni e Ieraci per un anno e otto mesi. Una custodia cautelare in carcere durissima che si è rivelata ingiustificata: in sede processuale l’accusa non ha saputo dimostrare l’elargizione di un solo appalto, di una sola concessione o di un solo finanziamento da parte dell’amministrazione alla cosca Mazzaferro. Ma è toccato ai difensori degli imputati dover analizzare tutta l’attività amministrativa svolta fino ad allora dalla giunta, secondo uno schizofrenico ribaltamento dell’onore della prova: il giudice, su richiesta del pm, ti arresta e ti processa accusandoti di essere mafioso, ma devi essere tu a dimostrare che non lo sei. “Ho trascorso un’intera settimana all’interno degli uffici del comune ad esaminare gli atti emanati dalla giunta”, racconta al Foglio l’avvocato Francesco Macrì, legale di Marrapodi e Ieraci. “Abbiamo spulciato tutti gli atti dell’amministrazione, dimostrando che non vi era alcun atto che confermasse la presenza di un accordo con la cosca o condizionamenti esterni. Basti pensare – aggiunge Macrì – che in tema di appalti dopo tre mesi dalla vittoria elettorale l’amministrazione aveva delegato tutto a una stazione unica appaltante (Suap), tra l’altro partecipata dalla prefettura e nata proprio per evitare infiltrazioni e condizionamenti mafiosi e corruttivi. Insomma, l’amministrazione si era spogliata sin da subito della materia degli appalti”.

Nel caso dello scioglimento dei consigli comunali, siamo di fronte a un buco legislativo, che pone il prefetto di fronte a un dilemma. Ciò non ha impedito che si attivasse l’infernale procedura prevista dal Testo unico degli enti locali per lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Una procedura che prevede la nomina da parte del prefetto di una fantomatica commissione d’accesso agli atti, che, calandosi dall’alto, senza dialogare con nessun rappresentante dell’amministrazione, esamina per tre mesi (prorogabili di altri tre) gli atti emanati e redige una relazione per il prefetto stesso. Quest’ultimo redige poi a sua volta un’altra relazione che viene inviata al ministro dell’Interno, il quale può proporre lo scioglimento dell’ente al presidente della Repubblica, che emetterà il decreto di scioglimento, previa deliberazione del Consiglio dei ministri entro tre mesi a decorrere dalla presentazione della relazione del prefetto. Una tabella di marcia impetuosa, che non lascia alcuna voce in capitolo all’amministrazione coinvolta. “La legge non consente al comune di difendersi, se non quando arriva lo scioglimento da parte del Consiglio dei ministri”, conferma Macrì. Chissà, a questo punto, quali sono stati gli atti individuati da commissione d’accesso e prefetto a Marina di Gioiosa Jonica per segnalare l’esistenza di infiltrazioni mafiose, dato che gli amministratori sono stati poi tutti prosciolti.

A tutto ciò si aggiunge l’ennesimo paradosso: dopo due anni di commissariamento (ingiustificato) e nuove elezioni comunali nel 2013, il governo starebbe pensando di sciogliere anche la nuova amministrazione di Marina di Gioiosa Jonica, come se non avesse imparato la lezione. “Sei mesi fa il comune ha avuto la visita della commissione di accesso e ora siamo in attesa di sapere se il Consiglio dei ministri scioglierà di nuovo il comune – racconta Macrì – e questo nonostante sia stata la campagna elettorale più trasparente a cui si è mai assistiti. La lista elettorale vincente svolgeva le sue riunioni nei saloni della parrocchia e le scelte dei candidati sono avvenute pubblicamente per alzata di mano”. Anche stavolta la procedura per lo scioglimento è stata caratterizzata dal solito taglio assolutista: “Anche su questa ipotesi di scioglimento non conosciamo i motivi. Da sei mesi c’è una spada di Damocle sulla testa dell’amministrazione, ma non se ne conoscono le ragioni”, ribadisce Macrì.

Di fronte all’incredibile esito della vicenda di Marina di Gioiosa Jonica, appare però inevitabile, quasi doveroso, interrogarsi sul modo con cui una misura così drastica come lo scioglimento del consiglio comunale sia spesso adottata con imbarazzante leggerezza. “Vi sono situazioni in cui l’autorità amministrativa ha il compito piuttosto arduo di leggere del materiale probatorio ancora incandescente, non ancora utilizzato né talvolta neanche filtrato da un giudice, per assumere decisioni che nulla hanno a che vedere con la giustizia penale”, spiega al Foglio Cotantino Visconti, docente di Diritto penale all’Università di Palermo e autore di un libro coraggioso e controcorrente contro il populismo antimafia, intitolato La mafia è dappertutto. Falso! (Laterza, 2016). “Nel caso dello scioglimento dei consigli comunali, siamo di fronte a un buco legislativo, che pone il prefetto di fronte a un dilemma: o tutto o niente, o sciolgo o non faccio niente. Andrebbero praticate, però, soluzioni meno draconiane, con una certa gradualità di intervento. Si potrebbe riconoscere la possibilità di attivare forme di monitoraggio e tutoraggio, cioè di sostegno ai consigli comunali di cui si sospetta la condizionabilità”, sottolinea Visconti, citando un esempio: “Abbiamo avuto un caso virtuoso qualche tempo fa con il comune di Roma. Di fronte a una pressione molto forte dell’opinione pubblica e un’inchiesta che a quei tempi ruotava attorno alla connotazione mafiosa degli indagati (quella sulla cosiddetta “Mafia Capitale”, ndr), il governo trovò una soluzione meno invasiva, attivando una specie di tutoraggio”. In quel caso il Consiglio dei ministri optò per un “affiancamento” del prefetto Franco Gabrielli all’allora sindaco di Roma Ignazio Marino. Una scelta che si è rivelata essere sapiente, dato che ai fatti oggetto dell’inchiesta gli stessi giudici romani hanno poi escluso l’applicabilità del reato di associazione mafiosa.

Nel caso di Marina di Gioiosa Jonica, però, inquirenti, prefetto e governo non hanno avuto dubbi: si trattava di mafia. Sarà che ormai in alcune aree del Paese è difficile, se non impossibile, sfuggire alla retorica antimafia. “Il populismo dell’antimafia è ormai una realtà evidente”, nota Visconti. “Ne abbiamo avuto l’ultima manifestazione con l’errore madornale di estendere le misure di prevenzione alla corruzione. E’ un errore frutto del populismo antimafia, cioè di chi ritiene che se uno strumento ha funzionato lo si può usare per tutto. Invece, bisognerebbe vedere quanto e come ha funzionato nel campo dell’antimafia, ma lo si deve fare con serietà e rigore, senza aver paura di dire che ci sono stati degli errori, delle storture e delle deviazioni. Anche perché se tutto è mafia, niente è mafia”.

Ma la diffusione di questo populismo antimafia non è da attribuire solo all’operato di una certa magistratura, anche perché – prosegue Visconti – “se c’è un dominio da parte della magistratura vuol dire che qualcuno glielo ha lasciato”. In primis la classe politica: “Nel dibattito sul codice antimafia, ad esempio, per i critici c’è stato bisogno di utilizzare la posizione di Raffaele Cantone. Una voce autorevolissima, certo, ma c’è una sorta di ossessione volta ad accreditare le proprie posizioni di carattere politico con una copertura giudiziaria”. Senza dimenticare, poi, il ruolo dell’informazione: “Se non ci fosse questa corsa continua alla giustizia penale come piatto forte da offrire all’opinione pubblica, in maniera quasi sempre schematica e rozza, sarebbe un grande passo in avanti. Il giornalista dovrebbe guardare con distacco critico al provvedimento giudiziario, ma mi pare che questo sia ancora una rarità”, aggiunge Visconti.

Chi non ha mai risparmiato parole di fuoco contro il populismo antimafia e contro il meccanismo, spesso infernale, dello scioglimento dei comuni, è Vittorio Sgarbi, sindaco della cittadina trapanese di Salemi dal 2008 al 2012, prima che il comune venisse sciolto per presunte infiltrazioni mafiose: “Il prefetto di Trapani – racconta Sgarbi al Foglio – non era neanche mai venuta a Salemi ma propose lo scioglimento del comune sulla base del referto di un carabiniere che voleva far passare per condizionamento il fatto, ad esempio, che io avessi proibito una festa per bambini per Natale e che poi questa si fosse svolta lo stesso. Se la mafia è fare le feste per Natale siamo arrivati veramente al delirio. Non risultava altro. Non risultavano condizionamenti che riguardavano appalti”. “Tutti i mafiosi di Salemi erano morti da almeno vent’anni”, aggiunge Sgarbi, “Mandare avvisi di garanzia o minacciare scioglimenti quando sono tutti morti è fuori dal mondo. Tant’è che nessuno di Cosa nostra è stato indagato e io ho dovuto patire un danno di immagine enorme, sulla base di un fumus non basato sui fatti”.

In quanto amministratore di una città sciolta per mafia, infatti, Sgarbi fu costretto ad andare incontro a una diatriba giudiziaria per potersi candidare successivamente alle elezioni comunali a Cefalù, tanto da essere bollato come “incandidabile” dal tribunale di Marsala: “Mi sono candidato lo stesso – racconta Sgarbi – e i ricorsi fatti poi in tribunale non sono riusciti a stabilire che io fossi incandidabile. Ma questa incandidabilità, che loro supponevano, riguardava solo i comuni in Sicilia. Ciò vuol dire che se avessi voluto candidarmi in Calabria avrei potuto farlo senza alcuna limitazione. E’ quindi una legge demenziale, fatta da governi che volevano solo intimidire con la violenza”.

Inevitabile, anche alla luce dell’esperienza di Salemi, commentare la vicenda di malagiustizia che ha travolto gli ex amministratori del comune di Marina di Gioiosa Jonica. Anche qui Sgarbi non usa mezze misure: “Lo sbaglio non è del sindaco o degli assessori ma del magistrato che ha sequestrato delle persone innocenti. Siccome il vero reato è il sequestro di persona, l’enormità della pena presuppone che chi l’ha comminata vada in carcere per un tempo altrettanto lungo. Non è tollerabile che chi sbaglia nel suo mestiere, giocando con la libertà degli altri, possa far finta di niente”.

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