Sequestri di persona, il riscatto di Bovalino

Francesca Chirico Narcomafie via Stopndrangheta.it BOVALINO – Per benedire la consegna avevano scelto San Francesco da Paola. Il dovuto “per passare un buon anno” andava lasciato sul lungomare, tra l’erbetta dell’aiuola alla base della statua del santo. Erano convinti che alle 17.00 del 31 dicembre a Bovalino, in quello spiazzo di fronte al mar Jonio, ci sarebbe stato solo il patrono del paese, con il bastone in mano, il cappuccio in testa e il viso reclinato in basso: un testimone muto. Ma davanti ai lampeggianti delle volanti che li circondano anticipando i fuochi d’artificio di Capodanno, i due ragazzi capiscono che muto, in quella storia, non c’è rimasto nessuno e non si capacitano. Il più grande ha 19 anni, nel lavoretto si è trascinato un sedicenne di Benestare, e si chiama Francesco Pelle: con il nome onora il santo calabrese, con il cognome dice San Luca e ‘ndrangheta, un binomio che per decenni ha depredato Bovalino di uomini e futuro contando sul silenzio delle vittime. Fino al 31 dicembre 2009.

Dodici chilometri – Vicini, troppo vicini San Luca e Bovalino. A separare il paese delle faide e della Madonna di Polsi, raccolto in alto dove è già Aspromonte, dalla cittadina distesa in faccia al mare ci sono dodici chilometri spalmati tra statale 106 e provinciale. Un tragitto che si snoda nel cuore della Locride dei contrasti, quella che in una manciata di chilometri dà i natali agli scrittori Corrado Alvaro (San Luca) e Mario La Cava (Bovalino); la stessa che partorisce la strage di Duisburg e l’infamia dei sequestri di persona. Rapporto perverso tra Bovalino e San Luca, troppo vicini per ignorarsi, troppo diversi per amarsi. Negli anni Settanta il paese sul mare è l’orgoglio della Locride: ci sono due alberghi, due lidi, ci sono le fabbriche (la storica Primerano). Ad investire nella deliziosa cittadina ci sono venuti pure da fuori, dal resto della Calabria, dalla Campania. Sul corso principale scintillano gioiellerie, negozi di abbigliamento, galoppa il commercio. Calabria felix, insomma. Dodici chilometri più in alto San Luca emigra e fatica. Emigrano e faticano Africo, Platì. Alle famiglie di ‘ndrangheta arroccate là intorno i “cugini” che prosperano fanno invidia, ispirano pensieri criminali. Il 30 ottobre 1979 a Bovalino viene sequestrato Alfredo Battaglia. E’ il figlio di un gioielliere, trascorrerà in mano dei suoi rapitori 115 giorni e ha 13 anni. Il vento che ha cominciato a soffiare dalle montagne mette i brividi e non si arresta. Tre anni dopo tocca alla 37enne Luana Lizzi, moglie dell’imprenditore bovalinese Ferrigno. Nel 1983 a Giuseppe De Sandro, nel 1985 a Giandomenico Amaduri, nel 1987 al dentista Domenico Municchi e al gioielliere Mario Gallo. I ladri di uomini fanno razzia in tutta la Calabria, certo. Ma è Bovalino a pagare il prezzo più alto: 18 sequestrati, imprenditori e commercianti in fuga, negozi chiusi, la paura che diventa pane quotidiano. In compenso, c’è chi a Bovalino decide di costruire casa realizzando, forse, il giovanile sogno di riscatto: è gente che scende dall’Aspromonte e ha soldi liquidi da investire, da tramutare in mattoni. Spunta un intero quartiere: i bovalinesi lo battezzano con disprezzo “quartiere Paul Getty”, dal nome del nipote del magnate americano sequestrato dai calabresi (la circostanza viene riferita anche nella relazione parlamentare sui sequestri di persona). Quelle case puzzano dei soldi del riscatto: 1 miliardo e 700 milioni incamerati dall’Anonima calabrese nel 1973 dopo aver intenerito, mozzando un orecchio del ragazzo, il cuore duro del nonno petroliere. Nel frattempo dal paese della Locride si continua a sparire: il 12 settembre 1991 è la volta dell’imprenditore edile Domenico Antonio Gallo (si riuscirà a liberare un mese dopo nelle campagne di Bruzzano Zeffirio dopo aver cambiato tre covi), nel 1993 tocca ad Adolfo Cartisano che fa il fotografo, è conosciuto da tutti come Lollò, sarà l’ultimo bovalinese sequestrato e indietro non tornerà mai.

Il coraggio di Lollò – Cartisano a Bovalino aveva deciso di restare nonostante tutto. Pure se qualche anno prima, quando gli avevano chiesto di “mettersi in regola”, pagando alle cosche il permesso di esistere e tenere aperto il suo negozio di fotografia, aveva risposto denunciando e facendo arrestare i suoi estortori. La sera del 22 luglio 1993 lo prelevano dalla casa al mare insieme con la moglie Mimma Brancatisano, rilasciata poche ore dopo. Nonostante i 200 milioni raccolti dagli amici, nonostante la rivolta dei giovanissimi al fianco di Deborah, la figlia di Lollò, nel comitato “Pro Bovalino libera” che invoca l’attenzione delle istituzioni nazionali (la commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante visiterà Bovalino proprio nel 1993), il fotografo non tornerà a casa. A dieci anni dal sequestro sarà la lettera di un rapitore pentito a rivelare che Lollò era morto per un colpo accidentale ricevuto alla testa durante un trasferimento, il corpo sepolto all’ombra di Pietra Cappa, sulle montagne di San Luca. E’ il 2003: la famiglia Cartisano, che non aveva mai smesso di invocare la verità, ha finalmente una tomba su cui piangere, Bovalino, invece, sembra ormai essersi arresa all’assedio. Non fa più domande. Guarda spuntare due centri commerciali (Center Gross e “I gelsomini”) su una popolazione di 8mila abitanti e pare non sorprendersi, anche se in paese mancano un cinema, un teatro e un luogo qualunque di aggregazione. Alla fine ha ceduto pure il suo mare. D’estate i ragazzi si bagnano nelle acque della vicina Bianco perché tanto pure la spiaggia è diventata dei sanlucoti.

“Buon Natale e Buon Anno” – “Carissimi, vi faccio gli auguri di un buon Natale fatto e se ascoltate passerete anche un buon anno perché noi questo vogliamo. Sentite bene quello che vi diciamo. La sera del 29 dicembre alle 17.00 dovete mettere in una busta da lettere gialla almeno 3mila euro. Voglio fare un regalo. Se non ti presenti faccio un macello. Attenzione, si deve pagare e basta. Non scherziamo”. La mattina del 29 dicembre 2009 otto commercianti leggono la stessa, sgrammaticata “letterina d’auguri” lasciata nel corso della notte all’entrata dei rispettivi negozi. Qualcuno ha già pagato quattro volte e ora non ce la fa più. Un altro pensa all’immane fatica per sbarcare il lunario in tempo di crisi ed è preso dalla rabbia. Sono parrucchieri, edicolanti, titolari di ricevitorie. Maturano in pochi minuti la stessa decisione, ma non lo sanno. Dopo qualche ora Luciano Rindone se li ritrova tutti in sala d’attesa mentre si scrutano a vicenda con sorpresa, la stessa lettera in tasca da denunciare. Da quando comanda il commissariato di Polizia di Bovalino una cosa del genere non gli è mai capitata. Roba da cancellare in un istante il problema dell’organico ridotto all’osso e le richieste di ferie per il Capodanno. Soprattutto perché, anche se usano un italiano stentato, gli autori delle richieste estorsive sanno destreggiarsi bene con la benzina. La notte del 29 ne danno prova sulla Lancia Y che Vincenzo Marzano, titolare di una centralissima e storica ricevitoria di Bovalino, tra gli otto commercianti ribelli e già vittima di intimidazioni (nel 2009 gli avevano sforacchiato a colpi di pistola la vetrina dell’agenzia), non ha ancora finito di pagare. La notte del 30 dicembre il postino gli recapita puntualmente una nuova missiva che chiarisce il messaggio incendiario, rafforza le richieste e fissa alle 17.00 presso la statua di San Francesco l’ora e il luogo dove lasciare il “dovuto”. Gli attestati di solidarietà seguiti all’incendio, insomma, non fermano gli estortori. Non si ferma neppure Marzano, però, che per la seconda volta in due giorni varca la soglia del commissarito di Bovalino e si mette nelle mani degli “sbirri”. E così, mentre il paese si appresta a vivere l’ultima notte del 2009, i poliziotti fanno scattare la trappola della falsa consegna, guastando il Capodanno di Francesco Pelle e del suo complice minorenne. Figlio di un sorvegliato speciale imputato a Locri nel processo sulla faida di San Luca tra i Pelle-Vottari e i Nirta-Strangio, nipote del capobastone Antonio Pelle (‘Ntoni Gambazza) – patriarca dell’omonimo clan e morto di infarto poco più di un mese prima – Francesco, da buon “rampollo”, aveva evidentemente rispettato la tradizione familiare elegendo Bovalino naturale terreno di razzia. Non aveva messo in conto la rivolta.

“Un segno di speranza per la Locride” – «La mia è stata la normale, umana e dignitosa reazione di un uomo che, nella sua solitudine e con le sue amarezze, ha dato seguito ad uno scatto d’orgoglio per difendere il proprio lavoro». Vincenzo Marzano respinge etichette e rapide banalizzazioni. Degli otto commercianti “ribelli” è quello che le circostanze hanno esposto di più, è quello che il lungo impegno socio-culturale (è regista teatrale, promotore della compagnia “Gruppo spontaneo” e presidente della fondazione “Ciccio Marzano”) rende più noto, ma non ci sta a farsi affibiare per questo la patente di eroe. “Ad arrivare alla stessa conclusione siamo stati in otto, spontaneamente, per stanchezza delle angherie subite e per dignità”. Una collettiva alzata di testa che Deborah Cartisano, oggi tra i promotori del movimento “Nova Bovalino”, saluta come “un fatto senza precedenti”. “Vent’anni fa – commenta – mio padre denunciò i suoi estortori e li fece arrestare, ma tutto in assoluta solitudine: oggi otto commercianti sono arrivati contemporaneamente alla decisione di rivolgersi alle forze dell’ordine e hanno ricevuto da più parti solidarietà sincera. E’ forse il segnale che a Bovalino e nella Locride si respira un’aria diversa, si cominciano a raccogliere i frutti del lavoro compiuto sul territorio da realtà come Libera, di decisioni come quella del Comune di Locri che ha offerto un posto di lavoro a un testimone di giustizia. Si tratta di messaggi positivi che la gente recepisce, mattoni sui quali si può costruire una realtà diversa”. In questo lavoro di costruzione la famiglia Cartisano è impegnata da anni. La villetta al mare da cui Lollò fu strappato alla sua vita oggi è diventata luogo di accoglienza per ragazzi in difficoltà, Pietra Cappa non è più l’oscuro monolite dei sequestrati, ma la meta del cammino della memoria che da anni, il 22 luglio, familiari e amici del fotografo condividono con la società civile della Locride. Come quello tra i boschi dell’Aspromonte, però, anche il percorso di rinascita di Bovalino è tortuoso e impegnativo. “E’ arrivato il momento di ritrovare l’orgoglio, di ricompattarsi – dichiara Deborah -. La situazione non è certo facile: molti giovani sono andati via, quelli che potevano investire non lo hanno fatto per paura dei sequestri, e per anni abbiamo lasciato il paese in mano ad altri, gli abbiamo lasciato campo libero. Ora si tratta di riprendere il controllo sulla propria vita e sui propri diritti”. La direzione è quella giusta. Ne è convinto anche il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, padre Giuseppe Fiorini Morosini, che ha supportato la ribellione bovalinese inviando a tutte le parrocchie della Locride un messaggio da leggere durante le messe: «Recentemente alcune persone, sottoposte a violenza attraverso minacce di vita ed estorsione, (…) hanno avuto fiducia nello Stato ed hanno denunciato tale violenza. E’ un gesto che la comunità cristiana deve accogliere come segno di speranza per la Locride. Dobbiamo, pertanto lodare il coraggio di queste persone, ringraziarle e star loro vicino in ogni modo», soprattutto con «l’arma della preghiera continua». Alle fine, dal vescovo arriva l’esortazione a «quanti sul nostro territorio subiscono la stessa violenza, ad avere coraggio e a denunciare i soprusi ai quali sono sottoposti. Quanto più si allarga la cerchia di chi denuncia, tanto più si rendono impotenti coloro i quali hanno scelto la via dell’illegalità e della sopraffazione».

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