Sigilli all’impero dei Piromalli, arrestato a Gioia Tauro l’imprenditore Annunziata

Claudio Cordova Ildispaccio.it  REGGIO CALABRIA  – Da vittima della criminalità a soggetto intraneo alla ndrangheta. La storia di Alfonso Annunziata, cristallizzata nell'indagine "Bucefalo" della Guardia di Finanza è da manuale nella ricostruzione della figura del tipico imprenditore mafioso in Calabria. Anche per questo l'indagine "Bucefalo", che porta all'arresto di Annunziata, ma, soprattutto, al sequestro di beni per 210 milioni di euro riconducibili alla potente cosca Piromalli di Gioia Tauro, ha una portata storica. Storica, lo ripetono più volte il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, e l'aggiunto Ottavio Sferlazza. Ma lo ripetono anche gli investigatori della Guardia di Finanza, che hanno attualizzato una serie di fatti e circostanze che emergevano già da passate indagini. Su tutte "Tirreno" e "Cent'anni di storia". Undici arresti (uno in carcere, sette ai domiciliari e tre obblighi di dimora), ma anche il sequestro di dodici società per il valore di 210 milioni di euro. Su tutti, il sequestro del centro commerciale "Annunziata", di Gioia Tauro.

Il protagonista è proprio lui, Alfonso Annunziata. Risponde di associazione mafiosa. Di origini campane, ma stabilitosi in Gioia Tauro sin dalla fine degli anni '80, Annunziata viene ritenuto organico a uno dei casati storici della ndrangheta della provincia di Reggio Calabria, quello dei Piromalli. Un'indagine, quella svolta dai pm Roberto Di Palma, Rosario Ferracane e Giulia Pantano, che viene in toto accolta dal Gip Domenico Santoro e che mette un punto fondamentale su anni di affari e di equilibri criminali su un centro nevralgico della ndrangheta: Gioia Tauro. Le indagini portate a termine dalle Fiamme Gialle hanno evidenziato che i rapporti tra l'imprenditore e il gruppo criminale risalgono agli albori dell'attività commerciale di Annunziata, ovvero ad oltre un trentennio, e che il suo iniziale ruolo di vittima, estorto dalla ndrangheta, si è poi trasformato nel tempo in un chiaro rapporto simbiotico, dal quale sia l'organizzazione criminale che l'imprenditore hanno tratto vantaggio indiscutibili. Difatti, le indagini hanno permesso di documentare attraverso la viva voce di Annunziata, intercettato mentre raccontava ai suoi congiunti ed al suo commercialista vari episodi del passato, come i primi rapporti dell'imprenditore con l'allora capocosca latitante Giuseppe Piromalli cl. 21, iniziano proprio a metà degli anni '80, allorquando l'imprenditore, da poco abbandonato il commercio ambulante di abbigliamento nei mercati rionali, apriva un negozio nel cuore della città di Gioia Tauro.

Proprio in quegli anni si verificavano i primi attentati che costringevano l'imprenditore ad allontanarsi da Gioia Tauro e a farvi rientro solo dopo aver chiesto personalmente il consenso al capocosca, durante la celebrazione di uno dei tanti processi che vedevano alla sbarra Piromalli. Ebbene, da quel momento, ottenuto il placet, l'Annunziata inizia la sua scalata imprenditoriale, che lo ha visto in poco tempo divenire unico proprietario di un vero e proprio impero con la creazione del più grande centro commerciale della Calabria e tra i primi del Sud Italia. Da ambulante a detentore di un impero. Con il consenso della ndrangheta. Col tempo, però, Annunziata diventerà un vero e proprio punto di riferimento imprenditoriale per i Piromalli. Da un lato, poteva lavorare in un regime sostanzialmente di monopolio, senza alcun tipo di problema "ambientale", anzi – ove necessario – ottenendo anche trattamenti di favore da parte della P.A. presso cui intervenivano pressioni da parte della cosca; quest'ultima, poi, poteva arricchirsi e svilupparsi nel settore imprenditoriale, cosa che altrimenti – considerata la normativa antimafia – le sarebbe stata assolutamente preclusa. Ma diventerà un avamposto della cosca anche per i rapporti con gli altri imprenditori.

Ma verrà addirittura interpellato da chiunque voglia intraprendere un'attività economica all'interno dell'omonimo centro commerciale, non già per discutere di vincoli contrattuali o commerciali, ma per avere dallo stesso rassicurazioni sulla tranquillità ambientale, garantendo il suo fattivo contributo quale referente della ndrangheta locale. Gli inquirenti documentano almeno tre episodi. Più in particolare, l'attività investigativa ha dimostrato che già il primo terreno, sul quale è stato costruito l'originario capannone del Centro Commerciale "Annunziata", è stato in realtà acquistato nel 1993 dall'allora capocosca Giuseppe Piromalli cl. 45, ma intestato proprio all'imprenditore gioiese, e che la costruzione dei capannoni realizzati nel tempo – e tutt'ora in fase di ampliamento – era appannaggio di imprese legate o autorizzate dalla cosca di ndrangheta di Piromalli. E i Molè, l'altra cosca egemone su Gioia Tauro? Non ci avrebbero capito sostanzialmente nulla. Dalle indagini dei pm Di Palma, Ferracane e Pantano, infatti, emergerà che tra le motivazioni dell'omicidio di Rocco Molè, avvenuto nel febbraio del 2008 e che ha fatto da spartiacque nei rapporti tra le due cosche, vi fossero anche i contrasti per accaparrarsi la costruzione dei capannoni del centro commerciale Annunziata. Decidevano tutto i Piromalli. Dalle indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria è anche emerso che l'imprenditore gioiese non ha avuto alcuna voce in capitolo in tale affare, non potendo decidere neanche la ditta cui affidare i lavori in quanto tale decisione era appannaggio esclusivo della locale malavita, non per mera e semplice imposizione mafiosa, ma nella piena compartecipazione alle scelte strategiche della cosca Piromalli, attesa la consapevolezza che tale progetto imprenditoriale fosse una loro creatura.

Tale dato risulta, peraltro, corroborato da quanto si è potuto accertare circa la disponibilità di numerosi appezzamenti di terreno nella zona circostante il centro commerciale ed adiacente lo svincolo autostradale di Gioia Tauro. Un dato che riporta alla mente quanto sostenuto nel processo "Cent'anni di storia", ossia l'agevolazione dell'allora sindaco Giorgio Dal Torrione (che verrà assolto) nello spostamento dello svincolo della A3. Agli arresti, dunque, finisce dunque Alfonso Annunziata. Ma a essere coinvolti nell'operazione della Guardia di Finanza è il nucleo familiare dell'imprenditore. La prima compagine facente capo e promossa da Alfonso Annunziata – ha operato (ed opera) più propriamente nell'ambito delle attività commerciali della società Annunziata s.r.l. e della omonima ditta individuale, e costituisce un sodalizio criminoso, che annovera tra i partecipi, oltre anche il fratello Fioravante, la moglie Domenica Epifanio, le figlie Valeria, Rosa Anna e Marzia Annunziata, nonché Carmelo Ambesi.

L'altra associazione capeggiata da Claudio Pontoriero (genero di Annunziata e marito della figlia di quest'ultimo Rosa Anna) è attiva più specificatamente nell'ambito degli interessi economici della società MAIPON LINE SNC di Pontoriero Claudio & C., con punto vendita aperto, anch'esso, all'interno del Parco commerciale Annunziata. Tale sodalizio criminale contempla quali partecipi, oltre a Pontoriero e alla moglie Rosa Anna Annunziata nonché i sodali Roberta Bravetti (con il ruolo di promotrice ed organizzatrice), Andrea Bravetti e Andrea Fanì. Nel corso delle investigazioni è stato possibile documentare, altresì, l'esistenza di una parallela e fiorente attività criminosa, finalizzata alla vendita di articoli di abbigliamento ed accessori (e/o prodotti affini) recanti marchi o segni distintivi contraffatti (artt. 473, 474 e 648 c.p.), nonché – in taluni casi – alla consumazione del delitto di frode nell'esercizio del commercio (art. 515 c.p.) ovvero della fattispecie di "vendita di prodotti industriali con segni mendaci" (art. 517 c.p.).

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