Sono stato interrogato dall’Antimafia Sembrava una corte fascista

Piero Sansonetti Ilgarantista.it SONO STATO convocato nei giorni scorsi dalla Commissione parlamentare antimafia per una audizione. Almeno, così avevo capito. In realtà sono stato sottoposto ad un interrogatorio, che è stato condotto dal vicepresidente della Commissione, Claudio Fava, è durato circa un’ora e mezza ed è stato costruito su domande tutte improntate alla stessa idea (o insinuazione): quella che i giornali che ho diretto in Calabria, e in particolare “Calabria Ora”, fossero subalterni al potere mafioso e che io stesso lo fossi. Mi è stato detto, in modo esplicito e anche un po’ sfrontato, che il mio modo di fare giornalismo senza censure, e senza neppure un po’ di subalternità alla Procura di Reggio, e senza limiti “etici” nello svolgere le polemiche, è un modo di fare giornalismo che fa il gioco della ndrangheta, mentre buonsenso vorrebbe che chi fa giornalismo in Calabria si occupi un po’ meno delle notizie e un po’ di più a spalleggiare la lotta alle ndrine.

Perché la Calabria non è il Piemonte, non è l’Emilia, e l’ossessione per lo stato di diritto può essere devastante per lo Stato. Non ho preso appunti durante l’interrogatorio. Perché sono stato colto di sorpresa. Io ero convinto che la Commissione volesse delle informazioni e delle valutazioni. Invece la Commissione le informazioni le aveva già tutte – anche se alcune erano false – delle valutazioni se ne infischiava, e voleva solo che io rispondessi della temerarietà e pericolosità – rispetto alla ragion di Stato – delle mie opinioni. Anche senza appunti però mi sono rimaste nella mente molte cose, che vorrei raccontare, perché voi lettori le giudichiate, e magari – se ne avranno tempo e voglia – le valutino anche le autorità. Mi è stato contestato, per iniziare, il fatto che nel momento in cui ho assunto la direzione di “Calabria Ora” il mio editore, che gestisce delle cliniche, avrebbe avuto immediatamente nove nuove convenzioni concesse dalla Regione. In cambio, mi è stato detto esplicitamente, della sospensione, da parte mia, di una campagna di stampa che il mio giornale stava facendo contro il Presidente della Regione.

La notizia mi ha sorpreso: non la conoscevo. Poi ho accertato che era assolutamente falsa. L’editore non aveva avuto nessuna nuova concessione. Non andrà molto lontano – penso, ma forse mi sbaglio – una Commissione antimafia che non accerta neppure le notizie che riceve da qualche consulente un po’ superficiale. Persino noi giornalisti, che abbiamo un po’ meno mezzi e po’ meno denari a disposizione di una commissione antimafia, siamo tenuti a verificare le notizie… Dopodiché è iniziata prima la fila di contestazioni su articoli, titoli, e scelte editoriali, e poi persino sui toni dei miei commenti e delle polemiche. Perché – mi è stato chiesto – hai avuto vari incontri, persino nel suo studio, con l’avvocato Titta Madia che assisteva Giuseppina Pesce (collaboratrice di giustizia che aveva accusato suo marito e i suoi parenti) il quale avvocato Madia vi fornì una dichiarazione della signora Pesce nella quale lei ritrattava le accuse e sosteneva che le erano state suggerite dai Pm in cambio di un suo trasferimento in un carcere più vicino alla Calabria e della possibilità di rivedere i suoi figli?

Sono rimasto senza parole: che in una sala del Parlamento italiano qualcuno non capisca che i giornalisti hanno l’obbligo di ascoltare gli avvocati, e soprattutto l’obbligo di riferire notizie come quella della quale sto scrivendo, vuol dire evidentemente che in queste sale del Parlamento almeno qualcuno dei parlamentari non ha mai gettato uno sguardo distratto sulla Costituzione, e non ha la minima idea di cosa sia il giornalismo in uno Stato liberale. E il fatto che successivamente la signora Pesce abbia ritrattato la sua ritrattazione – naturalmente non sta a me stabilire quale delle diverse versioni fornite dalla signora Pesce sia quella vera – non cambia affatto le cose. Oltretutto noi avevamo pubblicato non solo la lettera della Pesce, ma anche il verbale del suo interrogatorio, che era un verbale piuttosto inquietante. Ciliegina: anche qui le informazioni della commissione erano del tutto inesatte, perché io non ho mai incontrato l’avvocato Madia, né a casa sua, né al suo studio, né altrove. Ma possibile che questa Commissione non ne prenda una giusta? Non posso riferirvi tutte le contestazioni che mi hanno fatto (per la precisione le ha fatte tutte il vicepresidente Claudio Fava). Qualcuna però voglio raccontarla.

Perché – mi è stato chiesto – su “Calabria Ora” avete pubblicato la lettera del figlio di un boss mafioso che protestava perché a suo padre era stato negato il funerale in Chiesa? Beh, son caduto dalle nuvole, non capivo la domanda. Mi hanno spiegato che il figlio di un mafioso non è un cittadino normale, che anche se è incensurato è sempre il componente di una famiglia di mafia, e poi c’è tanta gente che non è stata condannata per mafia, ma insomma, si sa che è mafiosa, e quindi, insomma, la lettera del figlio di un mafioso non si pubblica… Anche perché – mi ha spiegato Claudio Fava – pubblicando quella lettera si mette a repentaglio la sicurezza personale del sacerdote che ha rifiutato il funerale, e dei rappresentanti di “Libera” che hanno chiesto di non celebrare il funerale. Ho cercato in tutti i modi di spiegare che un cittadino è un cittadino (Gertrude Stein…), e che la legge italiana, la dichiarazione dei diritti dell’Uomo, la Costituzione repubblicana, eccetera eccetera eccetera, non permettono di considerare un cittadino colpevole dei reati del padre.

Non c’è stato niente da fare: per gli onorevoli, il figliolo di un boss è, comunque, almeno un po’, colpevole, e in ogni caso non ha il diritto di scrivere qualcosa a difesa di suo padre. Ho chiesto agli onorevoli se loro avrebbero mai pubblicato una lettera di Peppino Impastato (il ragazzo reso famoso dal film I cento passi, figlio di un mafioso e morto combattendo la mafia, ucciso dalla mafia) ma loro mi hanno detto che Impastato poteva parlare perché combatteva la mafia, mentre questo ragazzo (si chiama Alvaro) che ha scritto su “Calabria Ora” non ha le carte in regola per parlare. Capito bene: l’antimafia (in questo caso, parlando di parlamentari stipendiati, possiamo ben dire: i professionisti dell’antimafia, e mandare un pensiero disperato alla memoria di Leonardo Sciascia…) decide a chi assegnare e a chi no il diritto di parola. Come faceva una volta il Fascio. Infine il vicepresidente mi ha fatto notare che la lettera del figlio del boss finiva così: «Per fortuna giustizia terrena e giustizia divina non sono la stessa cosa». E questa frase, che chiunque interpreterebbe come una frase di pietà e di speranza sul destino ultraterreno del padre (è diritto di tutti quello di credere nell’aldilà) era in realtà una minaccia mafiosa. Non ha capito bene a quale ndrina si sospettasse l’affiliazione di Dio, ma ho lasciato perdere… Non posso tediarvi troppo.

Però voglio dirvi che mi è stato contestato un editoriale intitolato “La mafia si combatte con lo Stato di diritto e non con le forche” (o qualcosa del genere) e mi è stato spiegato che la mia teoria sul garantismo da applicare anche in Calabria, e addirittura i miei dubbi sull’uso che talvolta i magistrati fanno dei pentiti, sono teorie e dubbi inaccettabili e che denotano una indubbia corrività con la mafia. Credo che la domanda finale sia stata la più clamorosa. Insistentemente il vicepresidente ha chiesto di sapere se mi ero pentito di aver dato le notizie sulla Pesce, sulla Cacciola eccetera. Questa del pentimento deve essere una mania. Gli ho dovuto spiegare – ma senza successo – che i giornalisti, di solito, non si pentono di aver dato le notizie. Casomai si pentono di avere fatto o subito la censura. Mi si è fatto capire che io dovrei provare rimorso per il suicidio (o forse omicidio) della signora Maria Concetta Cacciola (anche lei collaboratrice di giustizia che ha accusato la famiglia, poi ha ritrattato e poi è tornata ad accusare, infine è misteriosamente morta).

Gli ho fatto notare che “Calabria Ora” aveva aperto una polemica (che non è stata fornita alla Commissione insieme al pacco di articoli che mi hanno contestato) perché la Cacciola – che si sapeva a rischio – non aveva goduto del programma di protezione. Circostanza sulla quale, finora, nessuno ha risposto. E infine mi si è chiesto di spiegare perché avevo dedicato cinque pagine al caso Cacciola, mi è stato detto che cinque pagine sono troppe. Ho risposto che, in genere, su come faccio il giornale io rispondo in riunione di redazione, e non in antimafia, né al Parlamento, né al governo, né al prefetto, né alla Procura della repubblica. Il vicepresidente si è mostrato stupito. Gli ho detto che nella Ddr (la Germania dell’Est prima che cadesse il muro) i giornalisti rispondono al potere politico sul modo nel quale fanno i giornali, ma qui in Europa non è così. Gli ho detto che il Minculpop (che svolgeva durante il fascismo funzioni simili a quelle che ora svolge l’antimafia: cioè il controllo su giornali e giornalisti) è stato chiuso nel 1945. Fava ha continuato a chiedermi il perché di quelle cinque pagine. Mi sono rifiutato di rispondere e sono andato via.

P.S. Non avevo mai assistito ai lavori di questa Commissione. Il modo nel quale si sono svolti in mia presenza è in violazione piena della Costituzione e dimostra una scarsissima conoscenza dei principi democratici. Di più: è stata una vera e propria intimidazione di un giornalista, e un invito esplicito a mettersi agli ordini delle Procure. Si tratta di un comportamento eversivo e illegale. Mi chiedo se il Presidente della Camera e il Presidente del Senato vorranno intervenire, e se vorrà intervenire l’ordine dei giornalisti, o il sindacato. Temo che sia una domanda retorica: so che non vorranno intervenire. Spero di sbagliarmi.

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