Stragi, la pista dei killer di Stato ora riemerge all’Antimafia

Giuseppe Lo Bianco Sandra Rizza Il Fatto Quotidiano PALERMO – Scartata dalla Procura di Caltanissetta, la “pista Donadio” che teorizzò l’intervento di ambienti para-istituzionali a Capaci e in via D’Amelio rimbalza ora sui banchi della Commissione Antimafia. Il deputato Pd Davide Mattiello ha depositato a Palazzo San Macuto il verbale dell’8 ottobre 2014 nel quale l’ex sostituto della Direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio, spiega al pm di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, la sua indagine sulle stragi, ipotizzando il protagonismo dell’ex poliziotto Giovanni Aiello, detto Faccia di Mostro, e di una donna, tale Antonella, addestrata ad Alghero dove Gladio aveva una base. “Uno spunto utile – dice Mattiello – per comprendere se in Italia i siano tuttora garanti di quelli che il compianto Loris D’Ambrosio definì “indicibili accordi”. Ora il deputato Pd chiede un ’inchiesta parlamentare “per capire cosa è accaduto tra il 2012 e il 2013, quando un magistrato della Dna è diventato bersaglio di attacchi concentrici col risultato di azzerare una ricostruzione dello stragismo che allarga l’o b i e ttivo fuori da Cosa Nostra”. Una proposta raccolta dal vicepresidente dell’Antimafia Claudio Fava, che rilancia: “È riduttivo affrontare solo il capitolo Donadio, sul quale non mi pronuncio: dopo il 5 dicembre, avvieremo l’a p pr ofondimento su stragi e depistaggi, per saldare il debito di verità nei confronti di una stagione ancora oscura”.

Torna a galla, stavolta in sede politica, l’indagine che per sei anni, secondo lo stesso Donadio, è stata il core business della Procura nazionale al l’epoca diretta da Piero Grasso, oggi presidente del Senato. Ben 130 colloqui investigativi e 30 atti di impulso inoltrati alle Procure di Palermo, Caltanissetta, Catania, Reggio Calabria e Firenze con un obiettivo: “Seguire la pista sull’operatività di  un’organizzazione terroristica che ha affiancato Cosa Nostra nelle stragi”. Al centro degli approfondimenti ci sono sempre Faccia di Mostro e la misteriosa Antonella, “di origine campana”: indicati da alcuni pentiti palermitani (Vito Galatolo, Francesco Marullo), catanesi (Giuseppe Di Giacomo) e calabresi (Nino Lo Giudice e Consolato Villani) come ferocissimi “killer di Stato”. Una donna, peraltro, ricorda Donadio nel suo verbale, “venne vista a Milano in via Palestro, e tracce di un soggetto femminile furono riscontrate anche in via Farro (Fauro, ndr) e in via dei Georgofili”. Scavando sulle “guerriere” addestrate ad Alghero nei campi di Gladio, la Dna identifica la donna del mistero e invia il suo nome datato 2014 Donadio non lo rivela, limitandosi a dire: “Il nome di battesimo è compatibile con la prima parte della dichiarazione di Lo Giudice” che all’inizio parla di una certa Maria Grazia, per poi ribattezzarla Antonella. E poi? Tra il 2012 e il 2013 l’indagine finisce sotto attacco: Donadio, che dice di aver sempre agito “dietro autorizzazione di Grasso”, si ritrova sotto procedimento disciplinare del Csm che gli imputa di aver pregiudicato il lavoro delle Procure con indagini “parallelle”. Nel frattempo, il pentito di ndrangheta Lo Giudice, detto “il Nano”, in un video accusa il magistrato della Dna di avergli estorto le dichiarazioni su Aiello e sparisce. Riappare un anno dopo e spiega la retromarcia con le minacce di misteriosi 007 che gli avrebbero intimato di “dimenticare”le rivelazioni sull’uomo sfregiato: “Ho avuto paura”. Dice ora Mattiello: “Grave che Lo Giudice racconta di essere stato indotto a calunniare Donadio. Da chi e perché? Credo debba interessare l’Antimafia”.

E non è ancora tutto. Nell’agosto del 2013, quando Franco Roberti si insedia alla Dna, per prima cosa avoca a Donadio le indagini sulle stragi. E pochi giorni dopo, le notizie riservate su Faccia di Mostro finiscono sui giornali bruciando la pista fino ad allora top secret.  Risultato? Dopo 11 anni, il sostituto lascia via Giulia (oggi è consulente della commissione Moro) e la sua ricostruzione viene demolita nelle aule del Capaci bis e del Borsellino quater: i pm di Caltanissetta escludono un’i nterferenza dei servizi deviati nelle stragi (“al momento non è provata”) e attribuiscono l’intera responsabilità degli attentati a Cosa Nostra. La questione, però, non sembra chiusa. Pochi mesi fa, parlando delle stragi, Grasso ha fatto riferimento a “intuizioni laceranti” che non si sono mai trasformate in indagini: “Quella di Cosa Nostra – ha detto il presidente del Senato – è storia di misteri irrisolti, forse per questo resta sempre un dubbio sui veri mandanti”. E se Fava annuncia l’apertura di un ampio capitolo sulle stragi, Mattiello è convinto che la nuova indagine possa partire proprio dagli spunti di Donadio: “Le sentenze penali – dice – le scrivono i giudici, ma le Commissioni  d’inchiesta hanno il dovere di comprendere se qualcuno ha cercato di usare lo Stato per chiudere arbitrariamente la porta della giustizia

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