Sud e Mezzogiorno, le lotte dimenticate

Rocco Lentini Quotidiano del Sud QUASI TRE QUARTI di secolo non sono bastati per scrivere una storia della Resistenza nel Mezzogiorno. Di tutto quanto avvenne nel 1943 sotto la linea di Montecassino, si ricordano soltanto le quattro eroiche giornate di Napoli della fine di settembre. Eppure nel breve periodo dell’occupazione tedesca, in Calabria, Campania, Puglia, Lucania, Sicilia e Abruzzi si verificarono numerosi episodi spontanei di resistenza militare e civile ai tedeschi.

Pochi sanno di dell’eccidio di Acquappesa – cinque giovani militari, tutti della Piana di Gioia Tauro, fucilati in piena notte, tra l’8 e il 9 settembre, in prossimità del cimitero – e la risposta popolare che ne seguì, o della sollevazione dell’8 settembre a Coccorino, Coccorinello e Caroniti di Joppolo – 82 arresti e un manifestante ucciso – o dello scontro armato di Limbadi dove, all’arrivo degli alleati, trecento persone, assaltano il comune con bombe a mano, moschetti e fucili e nella battaglia resta ferito un giovane dimostrante e sedici persone vengono arrestate, di Taurianova e della fucilazione di Cipriano Scarfò, di Delianuova dove i tedeschi uccidono una donna, di Locri dove viene fucilato un giovane che tenta di unirsi agli inglesi, del bombardamento nazista su Rizziconi che causò 17 morti. Qui iniziarono le fucilazioni, gli eccidi nazisti e i rastrellamenti effettuati con largo uso di lanciafiamme e bombe a mano come quello del 28-29-30 e 31 agosto 1943, tra l’Amendolea e Melito Porto Salvo, che costò la vita a tre persone e lasciò sul campo, dopo gli scontri, nove soldati inglesi gravemente feriti. In Calabria e nel Mezzogiorno siamo senza memoria.

Eppure sono sufficienti i report canadesi, le carte d’archivio tedeschi, inglesi, canadesi, americane, per capire che queste zone sono state messe a ferro e fuoco da alleati e tedeschi e documentare la nostra Resistenza. Per quasi 75 anni una schiera di intellettuali perpetuò l’ipocrisia storiografica più diffusa nella storia italiana del ‘900: il pesante giudizio dello storico Federico Chabod che seppellì la Resistenza a Sud di Napoli. Insomma il solito pregiudizio antimeridionale e l’ipocrisia delle ricostruzioni storiche che non tengono conto di una realtà documentale sconosciuta o deliberatamente negata. Oggi qualcosa diversi studiosi lavorano per colmare questo vuoto e questo pregiudizio si va smontando grazie all’apporto dell’Anpi nazionale e degli Istituti per la storia della Resistenza che hanno promosso, a Napoli, in occasione del 70°, una ricerca sulla liberazione nel Mezzogiorno. Resistenza meridionale documentata anche nell’Atlante delle stragi naziste in Italia pubblicato proprio in questi giorni.

Non vi è dubbio che dal Sud è partita la prima Resistenza e le regioni meridionali, hanno costituito il laboratorio, o l’incubatore, della transizione dal fascismo alla Repubblica con quasi 2 anni di anticipo rispetto al resto del Paese. Il Mezzogiorno, e la Calabria, teatro dell’Operazione Baytown per lo sbarco in Continente, diventarono, nel 1943, centrali nelle vicende belliche e politiche mondiali tese ad abbattere il regime fascista in un contesto sociale ed economico che era mutato rispetto agli anni del consenso al regime. La fame e i bombardamenti avevano distrutto la credibilità del fascismo, i meridionali erano stanchi della guerra e desideravano la pace. I primi episodi Resistenza si erano registrati già dal 1942 nelle campagne della Calabria con la ribellione alle violenze squadriste. Si trattò di movimenti che assunsero maggiore consistenza dopo lo sbarco alleato e che ebbero un prevalente carattere di lotta sociale.

A Reggio Calabria un gruppo di professionisti reggini e della provincia, 19 persone, furono arrestati perché attraverso il giornale “Il Semaforo” lanciavano le basi di un movimento insurrezionale che si proponeva di abbattere il fascismo. Presso uno degli arrestati, l’avv. Rosario Rovere di Serrata furono sequestrati alcuni fogli contenenti il programma del movimento ed i piani per le operazioni atte ad assicurarsi il possesso di tutte le opere militari delle coste calabresi (areoporti, caserme, ferrovie etc). I casi di eccidi di civili o di militari da parte dei tedeschi furono assai numerosi, in ogni parte del Sud, ma a differenza delle stragi tedesche nel centro-nord che nel dopoguerra sono state oggetto di indagini giudiziarie e di commemorazioni ufficiali, nel Mezzogiorno vi è stato un generale processo di rimozione della memoria di questi episodi. Certo la resistenza meridionale non fu un fenomeno di massa. Dopo l’8 settembre in gran parte del Mezzogiorno mancò il tempo di organizzare una resistenza popolare armata ai nazisti – la Calabria è libera il 22 settembre 1943 – e l’occupazione tedesca, anche se feroce, ebbe breve durata.

E’ imortante però superare l’immagine di un Mezzogiorno conservatore e filofascista e il lavoro di recupero della memoria degli episodi di resistenza meridionale colloca alla pari il Sud nel contesto nazionale e fa della guerra di Liberazione un valore corale, “italiano”, nella partecipazione alla guerra di Liberazione, nei valori di solidarietà, pace, libertà, democrazia, nell’esaltazione dei diritti della persona contro la prevaricazione. Tutti valori trasfusi nella Carta Costituzionale. E’, senza pregiudizi, in questa chiave di lettura che ha un senso celebrare la Liberazione come la più importante azione di popolo della storia del Novecento e l’evento fondante della Repubblica Italiana.

 

L’autore è presidente dell’Istituto Ugo Arcuri

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