Suicidio, i Logiudice non ci stanno. Il legale della famiglia: «Si è tolta la vita non per il cognome ma per la percezione all’esterno»

Fabio Papa­lia Quo­ti­dia­no del Sud REGGIO CALABRIA – Sarà effet­tua­ta doma­ni l'autopsia sul cor­po di Maria Rita Logiu­di­ce, la 25en­ne pro­ve­nien­te da una nota fami­glia di ndran­ghe­ta che dome­ni­ca scor­sa è mor­ta, appa­ren­te­men­te sui­ci­da, dopo una cadu­ta dal bal­co­ne al secon­do pia­no del­la sua abi­ta­zio­ne. A chie­de­re di effet­tua­re l'esame autop­ti­co è sta­ta la madre del­la ragaz­za, con­vin­ta che qual­cu­no le abbia fat­to inge­ri­re qual­che dro­ga e che solo sot­to l'effetto del­lo stu­pe­fa­cen­te la gio­va­ne si sia tol­ta la vita. La fami­glia non cre­de che il moven­te del gesto sia ricon­du­ci­bi­le, per come in un pri­mo momen­to le inda­gi­ni si sono indi­riz­za­te, nel disa­gio pro­va­to dal­la gio­va­ne, che si era lau­rea­ta a pie­ni
voti in Eco­no­mia e ave­va fre­quen­ta­to uno sta­ge a Bru­xel­les, per il cogno­me che por­ta­va.

«E’ vero il con­tra­rio – affer­ma l’avvocato Rena­to Rus­so, lega­le del­la fami­glia – la ragaz­za era a disa­gio non per il cogno­me che por­ta­va, ma per la let­tu­ra che di quel cogno­me veni­va fat­ta all’esterno. Maria Rita – pro­se­gue l’avvocato – era fer­ma­men­te con­vin­ta dell’innocenza di suo padre e del­la sua ingiu­sta con­dan­na». Né sareb­be­ro pesa­te le paren­te­le dei due zii più tri­ste­men­te noti, il col­la­bo­ra­to­re di giu­sti­zia Nino Logiu­di­ce e suo fra­tel­lo Lucia­no. «La gio­va­ne – dichia­ra l’avvocato Rus­so – non ave­va alcun rap­por­to con gli zii». Nel frat­tem­po, dopo l’accorato appel­lo, «cre­do che sia­mo tut­ti respon­sa­bi­li» ave­va det­to mar­te­dì il pro­cu­ra­to­re capo del­la Dda di Reg­gio Cala­bria, Fede­ri­co Cafie­ro De Raho, richia­man­do all’importanza di recu­pe­ra­re i gio­va­ni pro­ve­nien­ti da fami­glie mafio­se che voglia­no imboc­ca­re la via del­la lega­li­tà, ieri si è tenu­ta in cit­tà, pron­ta­men­te con­vo­ca­ta dal pre­fet­to Miche­le Di Bari, la riu­nio­ne del comi­ta­to pro­vin­cia­le per l’ordine e la sicu­rez­za pub­bli­ca, per atti­va­re un focus sul disa­gio socia­le e psi­co­lo­gi­co che vivo­no, appun­to, alcu­ni gio­va­ni appar­te­nen­ti a fami­glie di ndran­ghe­ta. Le isti­tu­zio­ni si sono inter­ro­ga­te su come pre­fi­gu­ra­re per­cor­si di accom­pa­gna­men­to per una “nuo­va cit­ta­di­nan­za”.

Nel cor­so del­la riu­nio­ne è sta­to richia­ma­to il pro­to­col­lo d’intesa sot­to­scrit­to in Pre­fet­tu­ra lo scor­so 8 feb­bra­io 2017 per assi­cu­ra­re la pie­na attua­zio­ne del­le fun­zio­ni di tute­la dei mino­ri desti­na­ta­ri di prov­ve­di­men­ti giu­di­zia­ri civi­li e pena­li. «Non si par­te dall’anno “zero” – ha sot­to­li­nea­to il pre­fet­to Miche­le Di Bari – per­ché biso­gna dare atto alla socie­tà civi­le reg­gi­na che è diven­ta­ta anch’essa pro­ta­go­ni­sta atti­va nel­la lot­ta alla ndran­ghe­ta: il cam­bia­men­to cul­tu­ra­le cui si auspi­ca – evi­ta­re la dop­pia mar­gi­na­liz­za­zio­ne di chi sce­glie di cam­bia­re stra­da – par­te da una sen­si­bi­liz­za­zio­ne di cui le stes­se isti­tu­zio­ni stan­no sce­glien­do oggi, respon­sa­bil­men­te, di far­si cari­co».