Torino, maresciallo condannato. Soffiate alle ndrine: patteggia ma rimane nei Carabinieri

Andrea Giambartolomei Il Fatto Quotidiano TORINO – Due pubblici ufficiali passavano notizie a uomini legati alla ndrangheta. Accedevano ai database riservati alle attività di indagine e poi davano informazioni a uomini delle cosche o a un investigatore privato i fatto al loro servizio. Ora devono risarcire lo Stato. Lo ha deciso il 20 dicembre la Corte dei conti del Piemonte nei confronti di Giovanni Bocchino, all’epoca dei fatti maresciallo capo alla stazione di Beinasco, che dovrà risarcire 10 mila euro di danni di immagine all’Arma dei Carabinieri Nello stesso procedimento i giudici hanno accolto il “patteggiamento” di Pietro Tiengo, ex ispettore capo della polizia municipale di Torino, che ha pagato 7 mila euro al ministero della Giustizia e al Comune.

I lor nomi erano emersi nell’inchiesta “San Michele” condotta dal Ros dei carabinieri e dalla Direzione distrettuale antimafia contro la cosca Greco di San Mauro Marchesato distaccata in Piemonte. I due erano indagati per diversi episodi di accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio, reati per i quali nel 2015 hanno patteggiato: dieci mesi e quindici giorni di reclusione il maresciallo Bocchino; un anno Tiengo. Il Ros era giunto a loro indagando su alcuni uomini della cosca Greco. Hanno così scoperto che l’ispettore della municipale, in servizio al Tribunale, era molto vicino ad alcuni componenti della fami-glia Greco che non esitavano a chiedergli dei favori. Lui, all’interno del Palazzo di giustizia, si dava da fare per l’amico Domenico Greco, poi condannato in primo grado a 4 anni e 10 mesi per associazione mafiosa come capo dell’organizzazione: una volta si è occupato dei guai del figlio del presunto boss con l’Agenzia delle Entrate; in un’altra occasione si dava da fare per ottenere i certificati con le condanne pregresse e i carichi pendenti, ma soprattutto dai pc del tribunale accedeva al Re.Ge., il registro informativo della Procura, sempe per passare informazioni a Greco. Dalla piccola stazione dei carabinieri di Beinasco, il maresciallo capo Bocchino invece entrava sullo Sdi (“Sistema d’indagine”), l’archivio delle forze dell’ordine, su richiesta dell’investigatore privato abusivo (perché sospeso dalla prefettura) Giovanni Ardis, che operava per conto di alcuni imprenditori, Vincenzo Donato e Nicola Mirante, che poi si sono rivelati uomini della cosca.

Ardis è stato condannato in primo grado in abbreviato a un anno e 4 mesi per concorso in accesso abusivo e rivelazione di segreto d’ufficio, mentre Donato e Mirante sono stati condannati rispettivamente a 9 anni e 6 mesi e a 9 anni per associazione mafiosa e altri reati. Volevano informazioni sulle denunce contro di loro da parte di clienti e fornitori, ma non solo. Nel giugno 2011, alcuni giorni dopo la maxi-operazione “Minotauro” contro la ndrangheta a Torino, Mirante voleva capire se lui e alcuni suoi amici fossero indagati: per questo si rivolge ad Ardis e a Bocchino. Bocchino e Tiengo hanno patteggiato nel 2015 e, quando la sentenza è diventata definitiva, il Tribunale ha inviato gli atti al procuratore regionale della Corte dei conti Giancarlo Astegiano, il quale ha chiesto al primo 10 mila euro e al secondo 20 mila.

Tiengo, assistito dall’avvocato Davide Gallenca, ha ottenuto un “patteggiamento” a 7 mila euro, mentre Bocchino è finito davanti ai giudici che lo hanno condannato a pagarne 10 mila. Secondo loro, la vicenda ha mortificato i colleghi, “impegnati quotidianamente, con sacrificio e abnegazione, nello svolgimento dei complessi servizi assicurati dall’Arma dei carabinieri (…) spesso mettendo a rischio la stessa incolumità personale”. La stessa Arma sottopose Bocchino a un procedimento disciplinare concluso con la sanzione della sospensione per due mesi, con lo stipendio dimezzato, prevista per le condanne inferiori ai due anni. E così nell’Arma è tornato, è stato trasferito e non dovrebbe più avere accesso ai database.

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