Tornare a Di Vittorio nell’era digitale
di Aboubakar Soumahoro

Aboubakar Soumahoro, l’Espresso “IO SO, CARI COMPAGNI, che la vita del militante sindacale, dell’attivista sindacale di base, è una vita di sacrifici; conosco le amarezze, le delusioni, le ore che richiede l’attività sindacale, molto spesso con risultati non del tutto soddisfacenti. Io conosco bene questo perché anch’io sono stato attivista sindacale. E quindi tutto quello che voi fate, che voi soffrite, di cui qualche volta anche avete soddisfazione, io l’ho fatto e conosco quindi ciò che si richiede agli attivisti sindacali […] La nostra causa è veramente giusta, nell’interesse di tutti, nell’interesse della società, nell’interesse dell’avvenire dei nostri figlioli. E quando la causa è così alta merita di essere servita anche a costo di enormi sacrifici […] Pensate sempre che la nostra causa è la causa del progresso generale, della civiltà della giustizia fra gli uomini”.

Era con voce appassionata ed appassionante che Giuseppe Di Vittorio pronunciò queste parole in occasione dell’inaugurazione della Camera del Lavoro di Lecco, la mattina del 3 novembre 1957. Di Vittorio, nonostante le sue condizioni precarie di salute, desiderava esortare la platea gremita di delegati a intensiicare l’impegno sindacale per difendere le lavoratrici immiserite e i lavoratori impoveriti nonostante i gravi sacrifici e i violenti attacchi a cui è spesso sottoposto l’attivista sindacale. Alla fine di quest’esortazione, salutata calorosamente dai presenti, Di Vittorio, visibilmente affaticato, rientrò in albergo dove il suo cuore cessò di battere. Giuseppe Di Vittorio, padre del sindacalismo italiano, si spense a Lecco alle 18 e 10 del 3 novembre 1957 dopo aver portato a termine la sua nobile e alta missione, ovvero stare al fianco alle donne e agli uomini ridotti in una condizione d’inferiorità sociale.

A distanza di sessantadue anni dalla sua scomparsa, viene naturale domandarsi quali siano le lezioni ereditate da Giuseppe Di Vittorio, un sindacalista bracciante che sapeva immedesimarsi nei dolori, nei bisogni e nei desideri dei lavoratori e delle masse popolari. Nell’attuale contesto, dove la politica sembra ballare sulle onde del mare agitato delle disuguaglianze sociali causate da un modello economico che crea sistemicamente disparità e squilibrio sociale, viene spontaneo interrogarsi su ciò che avrebbe fatto Di Vittorio dinanzi ad una società disarticolata e ad un mondo di lavoro disintermediato, con tutele decrescenti e con diritti compressi. Il patrimonio culturale di Di Vittorio, che ha caratterizzato il suo innovativo agire sindacale e la sua radicale azione politica, sembra essere di attualità in questa epoca segnata da un lato dalla precarietà del lavoro e dalla vulnerabilità dell’esistenza, e dall’altro dalla bulimia della massimizzazione del profitto da parte dei grandi players globali strutturati e uniti in veri cartelli.

A questo proposito, camminare sulle orme tracciate da Giuseppe Di Vittorio, cercando nel contempo di portare avanti la sua eredità, sarebbe il modo migliore per onorare la sua memoria. In questa prospettiva, l’agire sindacale deve essere capace di unire i bisogni frammentati dei lavoratori e di immaginare risposte concrete radicate nei sogni e nei desideri delle persone alle prese con forme di alienazione ed impoverimento fisico ed intellettuale. Per fare ciò, occorre condividere l’odore del fango tipico dei luoghi delle sofferenze, avere una sensibilità umana per le umiliazioni dei bisognosi e saper trasformare la soddisfazione di bisogni individualistici in processi capaci di soddisfare bisogni generali. Tutto questo richiede la capacità di mettere l’“io” al servizio del “noi” in una prospettiva umana di ampio respiro.

Ricordare Giuseppe Di Vittorio è anche aver il coraggio di affrontare l’attuale crisi sistemica, generata da un modello economico incentrato sul capitalismo finanziario digitale, con l’ambizione di trasformarlo, costruendo alternative radicate sul perseguimento di una felicità collettiva per salvaguardare il bene comune della nostra comunità umana. Per affrontare questa sfida occorre agire nella prospettiva di un’unità sindacale capace di rispettare il pluralismo in ottica internazionale e di ricercare la confederalità. Se riusciremo in questa causa saremo riusciti a rendere omaggio a Giuseppe Di Vittorio, un rivoluzionario nell’animo che ha messo la propria esistenza al servizio dei lavoratori e delle masse popolari in un cammino collettivo e che, autodidatta, ha raffinato le sue lotte con la lettura di molti grandi pensatori tra cui Antonio Gramsci. 

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