Una holding mafiosa che regnava su politica ed affari

Il Crotonese CROTONE – Una mutazione genetica della cosca che, da organizzazione criminale specializzata nei più disparati traffici illeciti realizzati soprattutto con metodi violenti, si è trasformata in una holding imprenditoriale, capace di fare affari apparentemente puliti anche grazie alla forza di penetrazione nelle pubbliche amministrazioni. E’ la sintesi che il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Vincenzo Luberto fa dell’indagine sulla potente cosca Farao-Marincola di Cirò e Cirò Marina e che all’alba di lunedì 9 gennaio è sfociata nell’operazione ‘Stige’. Un terremoto non solo giudiziario ma anche politico giacché tra le 169 persone arrestate figurano oltre ai tradizionali capi bastone e alle nuove leve della cosca anche esponenti di primo piano della pubblica amministrazione, attualmente in carica o meno. A cominciare dal presidente della Provincia di Crotone Nicodemo Parrilla che attualmente rivestiva anche la carica di sindaco di Cirò Marina, il comune più falcidiato dall’operazione ‘Stige’: in manette sono finiti anche il vicesindaco Giuseppe Berardi, direttamente imparentato con il boss della cosca locale, l’ergastolano Giuseppe Farao, e il consigliere comunale, nonché ex presidente del Consiglio, Giancarlo Fuscaldo. Con loro sono stati attinti dalle misure cautelari in carcere l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio, che è stato anche lui assessore del Comune di Cirò Marina.

L’elenco degli arrestati prosegue con il sindaco di Strongoli Michele Laurenzano e il vicesindaco di Casabona, Domenico Cerrelli. Tutti accusati di associazione mafiosa ad eccezione di Laurenzano indagato per concorso esterno. Naturalmente il campionario delle imputazioni contestate a vario titolo alle 169 persone arrestate è molto più nutrito: oltre all’accusa di associazione mafiosa comprende quelle di tentato omicidio, estorsione, autoriciclaggio, porto e detenzione illegale di armi e munizioni, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena e illecita concorrenza con minaccia aggravata dal metodo mafioso. Il provvedimento, emesso dal gip Giulio De Gregorio su richiesta del procuratore della repubblica Nicola Gratteri, dell’aggiunto Vincenzo Luberto e dei sostituti Domenico Guarascio, Alessandro Prontera e Fabiana Rapino, è stato eseguito dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Crotone Tra Calabria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Lazio, Toscana, Campania e Germania, grazie alla collaborazione di Eurojust. Sequestrati anche beni per un valore di circa 50 milioni di euro. L’indagine, dunque, ha documentato assetto interno, alleanze e attività criminose della cosca Farao-Marincola, ancora saldamente diretta dal boss 71enne Giuseppe Farao malgrado stia scontando una condanna all’ergastolo. La cosca operava nell’area di Cirò, Cirò Marina e comuni circostanti, dove è stata verificata anche l’operatività di due ndrine satelliti: quella di Casabona, che faceva capo a Francesco Tallarico, e quella di Strongoli, guidata dalla famiglia Giglio. Ma contava su promanazioni anche nel nord Italia e in Germania, dove venivano gestite attività commerciali e imprenditoriali, frutto di riciclaggio e reimpiego dei capitali illecitamente accumulati. Sostanzialmente la cosca aveva infiltrato il tessuto economico e sociale dell’area cirotana mediante un radicale controllo mafioso degli apparati imprenditoriali, operanti soprattutto nei settori della produzione e commercio di pane, della vendita del pescato, del vino e dei prodotti alimentari tipici, nonché nel settore della raccolta e riciclo sia di materie plastiche sia di rifiuti urbani.

L’idea di una “cosca imprenditrice” proveniva direttamente da Peppe Farao che dal carcere impartiva direttive a figli e nipoti sollecitandoli a reperire nuovi e sempre più remunerativi canali di investimento economico, limitando al massimo il ricorso ad azioni violente ed evitando gli scontri interni ritenuti pregiudizievoli per la conduzione degli affari. Il controllo mafioso del territorio, in assenza dei boss detenuti, i fratelli Peppe e Silvio Farao e Cataldo Marincola, era stato invece demandato ad una serie di reggenti, fedelissimi del capo cosca: Vito Castellano, Giuseppe Sestito, Salvatore Morrone, Martino Cariati, Giuseppe Spagnolo (costituitosi mercoledì al carcere di Siano). Le indagini hanno consentito di ricostruire la ramificata rete di imprenditori compiacenti e collusi che ottenevano rapidi pagamenti dalle pubbliche amministrazioni, recuperi crediti, lavori e commesse, pubbliche e private, riconoscendo di contro al sodalizio, i più diversificati favori: dalle assunzioni, ai finanziamenti, all’elargizione di somme di denaro, contribuendo efficacemente e consapevolmente all’accrescimento del potere mafioso sul territorio. Fondamentale è stata anche la collaborazione con le autorità tedesche nel ricostruire gli affari illeciti gestiti dalla cosca in Germania. Nello specifico, la cosca controllava la produzione e distribuzione dei prodotti da forno (pane e affini), per cui i commercianti al dettaglio venivano costretti ad acquistare solo il pane prodotto dal forno di uno dei sodali e, nel contempo, gli altri concorrenti, mediante minacce, venivano allontanati dal territorio. Con identico modus operandi, il sodalizio si era infiltrato anche nella gestione di servizi funebri mediante la creazione di un’agenzia ad hoc. La cosca, poi, commerciava direttamente i prodotti vinicoli sia in Italia che in Germania, dove esercitava pressioni, specie sui ristoratori calabresi, per indurli ad acquistare i prodotti vinicoli ma anche alimentari di imprese controllate dal sodalizio. Si era inoltre infiltrata nel settore della raccolta e riciclo di materie plastiche e della carta, nonché della raccolta dei rifiuti solidi urbani, anche grazie a una serie di complicità di pubblici amministratori.

E ancora nei servizi portuali di Cirò e Cariati e nel commercio di pesce proveniente dalla flotta che opera in quei porti; nel servizio di lavanderie industriali in favore delle strutture alberghiere e dei ristoranti della zona. La cosca aveva quindi messo le mani, grazie alla collusione di appartenenti alle amministrazioni pubbliche locali, anche nel settore dell’accoglienza dei migranti, utilizzando un immobile come centro d’accoglienza gestito da una serie di cooperative compiacenti che ottenevano finanziamenti e autorizzazioni dagli enti pubblici. E non era estranea neppure alla raccolta del legname nelle aree boschive. Attraverso imprese mafiose collegate, con violenze e minacce ai concorrenti, l’organizzazione riusciva a pilotare le aste pubbliche per l’assegnazione di lotti di terreno boschivo.

 

Siciliani e Parrilla sindaci a disposizione della cosca Farao

Il Crotonese.it CROTONE – “A me una cosa sola mi interessa: il Comune e basta. Cirò… Cirò Marina, poi del resto che cazzo vogliono fare fanno”. Sono le parole con le quali Cataldo Marincola, capo della cosca dei cirotani si rivolge a Mario Siciliani in una intercettazione captata in auto dalla Dda. Parole che fanno capire chiaramente l’interesse della cosca nel governare il territorio anche dal punto di vista amministrativo. Per questo dal 2006, per la Procura distrettuale antimafia c’è stata “una non casuale alternanza tra le Amministrazioni comunali di Cirò marina” guidata per due volte (2006 e 2016) da Nicodemo Parrilla e una volta da Roberto Siciliani (eletto nel 2011). Entrambi sono stati arrestati con la pesante accusa di essere parte delle cosca. “La ndrangheta cirotana – è la tesi dei magistrati catanzaresi – si è sempre organizzata per porre a capo dell’amministrazione comunale di Cirò Marina un soggetto che, a prescindere dall’appartenenza politica, è stato asservito alle proprie volontà”. Una tesi che la Dda dimostra nell’operazione Stige andando a recuperare intercettazioni, osservazioni ambientali, colloqui in carcere vecchi anche di anni ma che, messi uno dietro l’altro dimostrerebbero come la cosca Farao-Marincola abbia sempre avuto le mani nell’Amministrazione comunale.

“A partire dalle consultazioni elettorali dell’anno 2006, sino alle recenti elezioni del giugno 2016, sia i candidati a sindaco, che tanti candidati al consiglio comunale sono stati scelti ed appoggiati direttamente dai vertici del “locale” di ndrangheta cirotano” sostengono i pm della Dda. L’attenzione è concentrata su Nicodemo Parrilla e Roberto Siciliani che nel 2006 erano alleati tanto che Nevio Siciliani, fratello di Roberto, entra a far parte della giunta Parrilla. La ricostruzione degli inquirenti parte dai continui rapporti che la famiglia aveva con il clan dei cirotani mettendo a disposizione dei capi il suo patrimonio immobiliare. La Dda ricostruisce minuziosamente le vicende legate a cessioni di case e magazzini da parte dei Siciliani ai vari Farao, Spagnolo, Morrone. Ma è la capacità della cosca di gestire i voti che fa davvero impressione nella ricostruzione della Dda. L’indagine si avvale di testimonianze di collaboratori di giustizia come Domenico Bumbaca che riferisce di una cena alla quale partecipava nella quale Giuseppe Spagnolo dice apertamente che avrebbe aiutato Nevio Siciliani ad essere eletto al Comune nel 2006. In questo frangente Bumbaca ricorda che nel corso di una cena un prete di Cirò avrebbe chiesto a Spagnolo di aiutare il fratello ad essere eletto invece di portare a Nevio i voti: “Aiuta a mio fratello che bisogna dare l’aiuto ai poveri” . Spagnolo per tutta risposta dice: “aiutiamo a quelli con i soldi”.

Le elezioni del 2006 sono quelle nelle quali la cosca si infiltra prepotentemente tanto da proporre anche suoi candidati al Consiglio comunale: “Dammi due cristiani che io voglio vincere” dice Giuseppe Spagnolo a Nevio Siciliani nel corso della preparazione delle liste. Lo stesso Nevio Siciliani, in una intercettazione, riferisce al fratello Mario che Pirillo Vincenzo (reggente del clan poi ucciso) era pronto a dirottargli 700 voti. Una intercettazione di Mario Siciliani svela anche che il fratello Nevio doveva versare a Pirillo i 1.000 euro dell’indennità di assessore. La gestione del potere amministrativo da parte della cosca si evince da un’altra intercettazione del novembre 2016: “Cenzo Pirillo è incazzato, non ci “cugghiuniasse” Parrilla perché  quello della ditta la scelgo io” riferisce Mario Siciliani al fratello Roberto in auto spiegando le lamentele di Pirillo nei confronti del sindaco Parrilla per la scelta della ditta che doveva gestire i rifiuti. Nell’indagine, infine, la Dda riferisce di una serie di atti amministrativi grazie ai quali ottenevano benefici esponenti dell’organizzazione criminali con l’acquisizione di appalti pubblici e licenze rilasciate e/o assegnate ad imprese rientranti nella  sfera di controllo degli ndranghetisti cirotani.

 

Dal carcere il boss commentava: ora Roberto deve comportarsi bene

“E’ contento, è sindaco… sul giornale con la fascia”. Giuseppe Farao commentava così in carcere il 26 maggio del 2011 l’elezione a sindaco di Roberto Siciliani attendendo poi che il neo sindaco portasse benefici all’organizzazione: “Co – munque ora Roberto si deve comportare bene bene, senza promettere… fare, sennò…”. Frasi che per la Dda dimostrano come nel 2011 la cosca Farao-Marincola, in seguito alla contrapposizione
tra Parrilla e Siciliani si fosse schierata con quest’ultimo. Nella stessa conversazione il boss si assicurava poi con la moglie che l’appoggio elettorale dell’organizzazione da lui capeggiata fosse stato garantito a “Giuseppe nostro” (Giuseppe Berardi). Proprio sul ruolo di Giuseppe Berardi nella giunta comunale nascono i primi attriti tra la cosca e Siciliani che, per la Dda confermano l’appoggio che la cosca aveva dato per eleggere Siciliani a sindaco. In un colloquio intercettato in auto tra Berardi e Vittorio Farao (figlio di Silvio) si discute sul ruolo dell’assessore Sergio Ferrari a cui Siciliani aveva dato ampi poteri di firma mentre a Berardi erano stati limitati: Berardi si mostrava particolarmente contrariato per il ruolo marginale: “Io devo andare da lui, se lui dice che li fa passare e li vista… e poi piano piano li facciamo noi. Gli ho detto che non mi può stare bene così all’opinione pubblica, all’opinione della gente: io sono lo sciacquino”. “Giusè deve capire che il piacere lo stiamo facendo noi a lui, a Roberto, che lui a noi piaceri non ce ne sta facendo per niente. È venuto lui da noi, da me. Questo glielo devo dire io: eravamo rimasti che sei venuto tu che mi hai chiesto il piacere a me che se no noi politicamente eravamo tutti da un’altra parte, che sei venuto tu da noi caso mai qua stiamo invertendo le cose se ti conviene agli accordi che avevamo fatto, siccome gli accordi li ho presi io e siccome gli accordi non li stanno mantenendo se non mantenete gli accordi noi ce ne andiamo e ci puoi menare con una mazza gli dico a questo giro”. L’intervento dei reggenti della cosca presso il sindaco Siciliani riusciva quando venivano revocati gli assessori e nominata una nuova giunta nella quale a Berardi era conferito l’incarico di assessore ai lavori pubblici con il potere di firma di tutti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione propri del sindaco. Poteri grazie ai quali Berardi assegnava appalti e somme a aziende indicate dalla cosca.

 

Parrilla al summit con i mafiosi per essere rieletto sindaco nel 2016

Già sei mesi prima della loro elezione, la ‘ndrangheta cirotana sembrava aver scelto il futuro candidato a sindaco di Cirò Marina nonché alcuni dei principali componenti del Consiglio e della Giunta comunale. La Dda non ha dubbi che, dopo lo scioglimento del Consiglio comunale guidato dalla giunta Siciliani per le dimissioni dei consiglieri, si erano messi in moto gli esponenti delle cosche per riportare sulla poltrona di sindaco Nicodemo Parrilla. La conferma la procura distrettuale la trova in un incontro documentato dai carabinieri il 13 gennaio 2016 a Torre Melissa al quale partecipano i futuri amministratori Nicodemo Parrilla, Giuseppe Berardi e Antonio Gallella, vari esponenti del locale di Cirò (Salvatore Morrone, Giuseppe Spagnolo, Martino Cariati e Vittorio Bombardiere), un rappresentante della ’ndrangheta reggina (Pasquale Morabito), e due rappresentanti di un consorzio di servizi: Letizia Bonelli e Massimiliano Buonocore che risulta anche tra i fondatori di Forza Italia. La finalità dell’incontro, secondo i carabinieri, era quella di creare un organo imprenditoriale, comprendente aziende ed imprese riconducibili alla ndrangheta cirotana e reggina, capace di accaparrarsi finanziamenti pubblici per la realizzazione di corsi di formazione professionale. La presenza di Parrilla, Berardi e Gallella, secondo la Dda “appariva strumentale ad una loro futura carica istituzionale”. Il sostegno a Parrilla della cosca nelle elezioni del 2016 per la Dda viene provato da alcune intercettazioni ambientali tra Berardi e Spagnolo che rivelava la determinazione della cosca: “noi portiamo a te ed a qualcuno di voi altri che con una mano sola: questo è stato scritto”.

Addirittura Spagnolo  affermava di essersi opposto anche ad una candidatura non gradita al sodalizio. Il proselitismo elettorale di Spagnolo per Parrilla viene ribadito quando imponeva ad una donna di votare il suo candidato: “Allora metti una freccia qua, Parrilla vedi. Che solo i voti tuoi ho di qua, che se non prendo il voto tuo e di (…) te ne puoi scappare”. L’elezione a sindaco di Parrilla, secondo la Dda consentiva al “locale di Cirò” di richiedere immediatamente l’assunzione di alcuni familiari presso enti comunali, ma anche di assegnare appalti a ditte vicine alla cosca come quello per i rifiuti affidati alla Ecoworks&trans di Giuseppe Clarà proposta da Tallarico a Sestito al posto della Derico. Dopo l’esito del voto i carabinieri
registrano una conversazione tra Spagnolo, Martino Cariati, Mario e Roberto Siciliani. Una sorta di chiarimento nel corso del quale Cariati
ricorda prima l’appoggio a Nevio Siciliani nel 2006 ed a Roberto Siciliani nel 2011 e poi sottolinea a proposito della tornata elettorale del 2016: “Roberto i voti nostri non li ha voluti, perché Roberto i voti nostri non li ha voluti, Roberto ha fatto, te lo spiego, ha puntato a fare la politica, la politica si fa… il politico fa il politico, senza la malavita, Roberto ha puntato a fare questo”. Alla fine, però, all’organizzazione criminale di Cirò non interessava chi avesse vinto: interessava esclusivamente ottenere benefici per la cosca. Lo si capisce da una intercettazione di Spagnolo: “Ma a noi che cazzo ce ne frega a noi… che va Roberto, va quello, va quell’altro che cazzo me ne frega a me”.

 

“Giuseppe nostro” faceva da collante con la ndrangheta

“Giuseppe nostro”. Così dal carcere Giuseppe Farao chiamava Giuseppe Berardi chiedendo al figlio Vittorio quanti voti aveva preso alle elezioni
comunali. D’altronde Berardi era imparentato con i Farao avendo sposato una figlia del defunto Vittorio Farao fratello proprio del boss Giuseppe e di Silvio. Di Giuseppe Berardi che è stato sempre assessore comunale di Cirò Marina nelle ultime tre amministrazioni (2006, 2011 e 2016), la Dda
ritiene che “oltre ad essere ingerito nella gestione dell’impresa di ndrangheta che monopolizza i servizi di lavanderia (…) rappresenta il collante con la pubblica amministrazione”. In questo modo “anche per tramite degli altri amministratori intranei al sodalizio, ordisce una politica amministrativa comunale che persegue, innanzitutto, gli interessi imprenditoriali e non della cosca Farao Marincola”. L’assessore Berardi, poco più di un anno fa (il 24 novembre 2016) si metteva anche a disposizione di Pino Sestito (uno dei reggenti della cosca cirotana) per assicurare la continuità della gestione della piscina comunale a Giuseppe Sprovieri cugino del Sestito nonostante questi fosse moroso con il Comune. “Garantisco io” dice Berardi a Sestito sulla vicenda anche se poi l’assessore – come si evince dalle trascrizioni nell’ordinanza – ha ripetutamente chiesto a Sprovieri di protocollare al comune le fatture dei lavori eseguiti alla piscina ricordandogli che era moroso verso il Comune per il canone non pagato. La Dda evidenzia che ancora oggi per la piscina, assegnata all’associazione di Sprovieri, non è stato pagato il canone né risulta stipulato alcun contratto. Per la Dda, Berardi “è sempre presente in Consiglio comunale per ordine di Giuseppe Farao” (di cui ha sposato una nipote) e dalle diverse posizioni di giunta si interessava di far emettere “indebitamente mandati di pagamento” per aziende considerate intranee alle cosche. Alcuni di essi sono riferiti alla Derico New geo. Berardi, come si rileva nell’indagine, veniva interpellato da Vittorio Farao (figlio di Silvio assunto presso la Derico) per ottenere, in assenza di mandati, il pagamento in favore dell’azienda che si occupava della raccolta dei rifiuti a Cirò Marina. A gennaio del 2016 Berardi, insieme con il sindaco Parrilla, è stato ripreso dai carabinieri, mentre a Torre Melissa partecipava ad un summit con vari esponenti del locale di Cirò (Salvatore Morrone, Giuseppe Spagnolo, Martino Cariati e Vittorio Bombardiere) ed un rappresentante della ndrangheta reggina: Pasquale Morabito. Berardi è anche accusato di intestazione fittizia di beni per essersi intestato la titolarità della lavanderia Wash Plus gestita da Giuseppe Farao per eludere eventuali sequestri

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