Un’altra donna rompe il muro di omertà nella Piana di Gioia Tauro

Ildispaccio.it REGGIO CALABRIA – Dopo Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Multari, un'altra donna infrange il muro di omertà che soffoca Rosarno e i territori della Piana di Gioia Tauro, inghiottiti dallo strapotere delle cosche di ndrangheta. Si chiama Annina Lo Bianco, 34enne ma già madre di tre figli. Legata sentimentalmente a Gregorio Malvaso, considerato uomo forte della ndrangheta di San Ferdinando. Da alcuni mesi, la Lo Bianco avrebbe iniziato a collaborare con il sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giulia Pantano. A raccontare la storia di Annina Lo Bianco è stato, negli ultimi giorni, il quotidiano "Il Garantista". Una scelta devastante, quella della Lo Bianco, perché matura in un contesto di ndrangheta. Ancora una volta da parte di una donna: "Mi trovo qui per i miei figli, non voglio che crescano secondo ideali e valori sbagliati come quelli che sono stati finora impartiti loro dal padre. Ero a conoscenza del fatto che mio figlio maneggiasse armi, ma non potevo impormi con il mio compagno perché glielo impedisse, perché non so che fine avrei fatto. Il mio compagno è un tipo pericoloso per sé e per gli altri".

Il compagno della donna, Gregorio Malvaso, è finito in manette nell'operazione "Eclissi", eseguita dalla Dda reggina contro i clan Bellocco, Cimato, Pesce e Pantano. E dal racconto della donna emerge, ancora una volta, uno spaccato inquietante sulle angherie subite dalle donne in quei territori. I suoi guai iniziano nel 2004 quando fu arrestata per possesso di armi e droga: "Sono stata condannata e finita ai domiciliari perché ero incinta, nonostante questo ho deciso di attribuirmi la responsabilità del fatto per amore di mio marito, armi e droga erano sue in realtà. A casa fu rinvenuta una pistola, erba e droga in polvere. Al momento della perquisizione, pensai di prelevare le cose illecite che custodivamo in casa per disfarmene e mi misi addosso munizioni e droga nel reggiseno". Fatti, violenze e soprusi ricorrenti nei racconti delle donne di ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Frasi simili a quelle già messe nero su bianco da Giusy Pesce, Cetta Cacciola e Giusy Multari: "Mi ha alzato le mani solo due volte – dice Lo Bianco alla Dda – una solo perché io gli facevo fare ciò che voleva. Accettavo tutto in silenzio. Nelle due circostanze gli rinfacciavo eccessiva confidenza che aveva con Viki e Milena, insinuando che potesse avere una relazione extraconiugale, di cui ho avuto certezza con l'operazione Eclissi. Una volta mi ha messo le mani addosso a mò di soffocamento e un'altra volta lo stesso gesto è stato compiuto sulle scale di casa davanti a sua mamma e ai miei figli minori. (…) Io non avevo diritti sui miei figli. Mi metteva contro i bambini dicendomi che ero pazza solo perché non volevo che i bimbi frequentassero le persone adulte e delinquenti che frequentava lui. Ho chiesto un colloquio con il magistrato perché non vogliono che i miei figli crescano da ndranghetisti, spacciatori o sappiano utilizzare le armi".

Violenze fisiche e psicologiche. Anche per via delle umili origini della famiglia della giovane donna: "In effetti i miei non hanno potuto sostenere le spese di matrimonio e Gregorio mi ripeteva: "allora la soddisfazione di farti vedere con l'abito bianco da tuo padre non te la do". "Non voglio che i miei figli crescano in questi ambienti di ndrangheta" dice Annina Lo Bianco. Racconta dettagli drammatici della propria esistenza, ma anche fatti di ndrangheta puri. Per questo verrà ascoltata nel processo contro Aurora Spanò, ritenuta un elemento di vertice della ndrangheta di San Ferdinando. Per quasi 15 anni ha respirato aria di ndrangheta: "Mio marito è inserito in circuiti di criminalità organizzata, era ed è affiliato ai Bellocco. Quando rimasi incinta del mio primo figlio, prese una brutta strada frequentando assiduamente Umberto, Antonio e Domenico Bellocco, figli di Aurora Spanò e Giulio Bellocco, mentre in passato le frequentazioni erano un po' più rade". Parla quindi del controllo oppressivo della ndrangheta sul territorio di San Ferdinando: "La famiglia Bellocco è stata la rovina di San Ferdinando. Io stessa ho frequentato casa Bellocco, quando Malvaso iniziò a frequentarli assiduamente". Ed è per questo che la giovane dice con fermezza che " a San Ferdinando qualunque fatto delittuoso era riconducibile ai Bellocco e agli affiliati. La famiglia Bellocco è una famiglia mafiosa e fa paura. Se si sbaglia qualcosa con loro possono accadere fatti brutti. Per motivi banali, se non si fa ciò che dicono, ci sono ritorsioni. Ho assistito a commenti di fatti delittuosi (…) Tutta la gente teme la famiglia Bellocco, perché anche per una parola sbagliata questa gente utilizza armi".

Dinamiche interne al clan, reati, ma anche – stando a quanto si apprende – particolari sui presunti legami tra la ndranghete e le istituzioni locali: "Ricordo che quando vi fu un attentato a San Ferdinando circa 14 anni fa ai danni di un negozio sportivo, l'unico che faceva angolo nella villa, sentii che era stato uno dei fratelli Bellocco con Gregorio Malvaso. In un'altra circostanza eravamo a casa della Spanò con mio marito, i figli della signora Domenico, Umberto, Carmelo e Antonio, il marito di Angela Bellocco, attualmente divorziata, sentii che parlavano di mazzette da chiedere in paese". Annina Lo Bianco fa nomi e cognomi. A guidare il gruppo degli strozzini ci sarebbe la storica compagna del boss Giulio Bellocco. "La "capa" che teneva il conto delle estorsioni era la signora Spanò che indirizzava i figli a chiedere tangenti a commercianti e proprietari terrieri. So che lei prestava anche soldi ad usura e quando la gente non riusciva a restituirli, arrivava a impossessarsi anche delle loro case. Lo sentivo in casa, parlando con mia suocera".

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*