«Vi racconto io il delitto Dragone». Dal bazooka caduto dal cofano alle vedette nei cassonetti dei rifiuti con binocoli

Antonio Anastasi Quotidiano del Sud CUTRO – Se il bazooka cade dal cofano e si accende una inquietante lucina verde, oppure se la sentinella si nasconde col binocolo tra i rifiuti per spiare la vittima predestinata, non è Pulp Fiction ma drammatica realtà. Erano i “bravi ragazzi”di Cutro, Mesoraca e Marcedusa alle prese con i preparativi per l’omicidio del boss Antonio Dragone, assassinato il 10 maggio 2004 in contrada Vattiato mentre viaggiava a bordo di un’auto Lancia “K” blindata, speronata da un commando che puntò un lanciarazzi contro il dead man walking che pertanto scappò nella campagna limitrofa, fu inseguito e finito da uno dei sicari. A quanto pare da Ernesto Grande Aracri, fratello del boss Nicolino, che si accanì con una pietra. Parola del pentito Giuseppe Liperoti, che al pm Antimafia Domenico Guarascio ha raccontato che fece da vedetta per mesi, e che fu vagliata persino l’ipotesi di freddare Dragone davanti a una macelleria a due passi dalla piazza centrale della città degli scacchi, quella intitolata al Puttino. Ci sono nuove “cantate” agli atti dell’inchiesta Kyterion, in vista del processo d’appello per le 25 condanne del novembre 2016 fra le quali spicca quella a 30 anni per il super boss, ritenuto colpevole, tra l’altro, del delitto Dragone quale mandante. Un delitto spartiacque perché, eliminato il rivale storico, secondo convergenti dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, da allora il boss di Cutro subentrò ai cirotani al vertice della “provincia” di ndrangheta. Liperoti, suo nipote, avrebbe dato il suo contributo sin dal dicembre 2003, quando uscì dal carcere insieme a Giovanni Abramo, genero di Grande Aracri e già condannato a 20 anni in un altro procedimento per l’omicidio.

«Ricordo che i primi giorni di gennaio 2004 fummo convocati da Sergio Iazzolino (ex boss di Sersale ammazzato nel marzo 2004, ndr) e Pino Grano (esponente di spicco della cosca di Mesoraca, ndr) presso l’abitazione del primo, a Steccato di Cutro». I due giovani furono informati del diktat del boss e del fratello Ernesto: eliminare Dragone. «I sersalesi e i mesorachesi erano alleati della famiglia Grande Aracri nella faida che si stava combattendo contro i Dragone… proprio prima di uscire Abramo mi confidò che ad ammazzare Salvatore Arabia erano stati proprio Iazzolino e Grano». Il riferimento è all’uccisione di un fedelissimo di Dragone, freddato davanti a un ristorante sulla 106 nell’agosto 2003.

«Io e Abramo da subito ci attiviamo. Abramo assolda Salvatore Sestito, dimorante vicino casa di Dragone che poteva informarci dei suoi spostamenti mentre io riesco a trovare un magazzino di un certo Rosario, cugino della moglie di Ernesto. I preparativi furono molto meticolosi. Per i primi dieci giorni io, Iazzolino e Grano ci chiudevamo nel magazzino mentre Abramo con Sestito studiava i movimenti di Dragone. Poco dopo arrivarono Felice Onofrio e Maurizio Ferraro di Marcedusa, ndranghetisti alleati, che portarono una Passat azzurrina per l’agguato che ricoverammo nel magazzino. Studiavamo i movimenti di Dragone che dopo l’uccisione del figlio era molto guardingo e si spostava con una Lancia “K” blindata».

Si pensò pure di eliminarlo davanti a una macelleria «dove sostava pochi minuti» mentre «scendeva dalla vettura blindata» ma «ci rendevamo conto che era difficile». Dismessa la comunicazione con telefoni dedicati per eludere le intercettazioni, si passò a un’altra strategia. «Portai a Cutro una moto in uso a Iazzolino e che questi, insieme a Grano, mi diedero». Una Ducati “Monster” nascosta in un cespuglio del villaggio Eucaliptus, a Steccato, la stessa che, a detta dei due, sarebbe stata utilizzata per il delitto Arabia. Liperoti la trasferì nel magazzino di Salvatore Gerace, altro imputato del processo Kyterion.

Alla ricerca dell’occasione propizia, lo stesso Liperoti scrutava con un cannocchiale i movimenti di Dragone nascondendosi in un cassone dell’immondizia. Da questo privilegiato osservatorio, nei pressi dell’abitazione della vittima, il pentito avrebbe notato più volte membri delle famiglie di ndrangheta Arena di Isola Capo Rizzuto e Trapasso di San Leonardo di Cutro recarsi a casa di Dragone e avvisò Iazzolino. Perché «si diceva amico degli Arena ma era meglio temerli». Nel pieno dei preparativi fu ucciso Iazzolino, mentre entrava in un bar sulla 106. «Venni convocato di notte. Erano presenti Onofrio, Mario Ferrazzo (boss di Mesoraca, ndr), Grano, Ferraro, Sergio Pisano e Raffaele Bubba del Catanzarese e per noi di Cutro Alfonso Diletto. “Topolino” (nomignolo di Ferrazzo, ndr) disse a tutti, in special modo a me, che bisognava accelerare tant’è che Diletto mi disse di mettermi a completa disposizione degli amici mesorachesi e di Marcedusa».

Così Liperoti rubò insieme a Francesco Frontera un camion che doveva servire per speronare l’auto blindata. Sempre a Liperoti, Onofrio, Ferraro e un certo “Sandrino” consegnarono una Lancia “Thema”, con nel cofano le armi poi usate per l’agguato. Un fucile automatico, un kalashnikov, due pistole e un bazooka, quest’ultimo procurato dai mesorachesi poiché Grano durante l’ispezione ne spiegò il funzionamento. Ma quando Ernesto fu scarcerato stabilì che il camion non andava bene così come i magazzini per ricoverare la Passat e la Thema con le armi, sicché scelse il garage di Domenico Brugellis, fuori dal centro abitato. Ernesto pensò a quel punto di affidare il raid a una “squadra” di soli cutresi di cui avrebbe fatto parte anche il pentito e in questa fase per poco non andò a segno un tentativo di omicidio nell’azienda Iples di Salvatore Scarpino (recentemente confiscata nell’inchiesta Kyterion). Abramo avvisò il commando «ma per un’inesattezza sull’indicazione dell’auto non incrociammo Dragone».

«In quel periodo a sostenerci economicamente c’era fra gli altri la famiglia Oliverio soprannominata “Casseruola” dimorante a Mantova ma che aveva stretti legami con Grande Aracri»; a dire del pentito, «odiavano i Dragone» per gli strascichi di una vecchia faida. «In quei giorni scesero a Cutro Alfonso Diletto con Giuseppe e Francesco Oliverio». Avrebbero consegnato 15mila euro ad Ernesto che trattenne tutto per sé. Liperoti, scontento per una gestione da cui non lucrava nulla, se ne andò a Reggio Emilia. La notizia dell’omicidio la apprese mentre cenava con i parenti della moglie, Rosanna Grande Aracri. «Arrivò una telefonata da Cutro… brindammo e facemmo festa».

 

I killer persi di vista dai complici. L’alterco in carcere tra i due rivali durante l’ora d’aria davanti alle guardie

CUTRO – I dettagli li apprese dopo dallo zio Ernesto Grande Aracri, previa riappacificazione dopo una “fuga” a Reggio Emilia, avvenuta perché nonostante un meticoloso lavoro di mesi da vedetta durante i preparativi per l’agguato al boss Antonio Dragone non stava guadagnando nulla; e li apprese pure dagli altri componenti del commando. Almeno questo è quello che ha raccontato al pm Antimafia Domenico Guarascio il pentito Giuseppe Liperoti, ex cassiere della super cosca. Esecutori materiali, stando alla sua versione, storici componenti del gruppo di fuoco già emersi in vari processi. Ernesto Grande Aracri, Francesco Frontera, Vito Martino, Maurizio Ferraro e Felice Onofrio di Marcedusa e un “sanmaurese” che potrebbe essere Lino Greco. Vedette: Abramo e Sestito. “Scappotto”: Carmine Sarcone, presunto nuovo reggente emiliano del clan, che avrebbe portato i cellulari ai killer per comunicare quel giorno. Ernesto Grande Aracri, Ferraro e Onofrio sarebbero stati a bordo dell’auto Lancia “Thema”, sulla Volkswagen “Passat” azzurrina, guidata da Frontera, erano anche Gianluigi Sarcone, Vito Martino e il “sanmaurese”. L’auto di Dragone era preceduta da Giovanni Trapasso, capo dell’omonimo clan della frazione San Leonardo e qualcuno dei suoi figli. «L’agguato è avvenuto sulla strada che porta a Cutro in località Vattiato.

Nella macchina di Dragone era il sangiovannese (Giovanni Spadafora, ex calciatore del Cutro e presunto capobastone di San Giovanni in Fiore, ndr) e Antonio Ciampà, nipote di Dragone». Ecco le concitate fasi del delitto. La Thema sperona la Lancia “K” blindata di Dragone, Ferraro scende e impugna il bazooka. Onofrio arriva con una mazza che doveva servire a scardinare la blindatura. Sono tutti a volto coperto. Ernesto Grande Aracri, in particolare, indossa un casco nero fornito da Liperoti che lo aveva utilizzato nei vari appostamenti. Alla vista del bazooka Spadafora apre lo sportello e scappa. Dragone fugge dirigendosi verso un burrone. Ernesto Grande Aracri lo insegue con la pistola e gli spara. Lo finisce con una pietra trovata nel dirupo. Gli occupanti della Passat inseguono i Trapasso, ma perdono tempo sicché tornano sul luogo del delitto ma non trovano più Ernesto e i marcedusani. I tre, risaliti dal burrone, fermano pertanto l’auto di uno che transitava per caso, gliela rubano e fuggono. Carmine Sarcone li avrebbe poi recuperati. Che il mandante fosse Nicolino Grande Aracri, Liperoti lo sa, oltre che per esperienza diretta, perché questo era l’ordine dato a lui e a sodali più anziani ai tempi della detenzione patita nel processo Scacco Matto, anche perché ebbe modo di assistere a un litigio tra titani nel carcere di Siano.

«Io e Nicola e gli altri del clan Grande Aracri eravamo detenuti al terzo piano – racconta – Dragone al quarto. Nell’ora d’aria ho proprio sentito Dragone minacciare Grande Aracri che, una volta libero, gli avrebbe dato soddisfazione per tutto il casino che era successo». Era stato sterminato il gruppo Dragone, compreso il figlio del boss, del resto. Grande Aracri rispose che se avesse voluto «aggiustare le cose» avrebbe dovuto uccidere suo genero Gaetano Ciampà (poi assassinato nel settembre 2005). Dragone obiettò che non erano argomenti di cui parlare davanti alle «guardie». E Grande Aracri: «ormai sono cose che sanno tutti, te la stai cantando e ti preoccupi delle guardie?». Sempre secondo Liperoti, tutta la famiglia Grande Aracri sapeva. Dai fratelli del boss, Domenico, l’avvocato, a Francesco Rosario, alla moglie e la figlia Isabella, «costantemente aggiornate».

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