Vorrei andare dal detenuto Giulio. Sono mafioso?

Piero Sansonetti Ilgarantista.it DA QUALCHE MESE ho un rapporto telefonico coi parenti di un signore, di nome Giulio, accusato di mafia, imprigionato, in attesa di sentenza definitiva e che con tutte le sue forze si dichiara innocente. I parenti di Giulio, che è un calabrese e che di mestiere fa l’imprenditore, mi chiedono di incontrare il detenuto (detenuto da diversi anni, e che recentemente è stato ricoverato in una clinica per ragioni molto gravi di salute) ma io finora non lo ho fatto. È stata colpa mia se non ho ancora incontrato Giulio, sono stato pigro, non ho preparato i documenti che servivano, ho perso tempo, sono stato assorbito dai miei impegni di giornalista e di direttore di un quotidiano.

Però non è una giustificazione, visto che io penso che tra gli impegni – dove- rosi – di un giornalista, ci sia anche quello di incontrare le persone che stanno in carcere. Persone che vogliono vederti, parlarti, fornire dei documenti che aiutino a credere alla loro innocenza. Il diritto, per tutti, di parlare, di esprimersi, di difendersi, di farsi ascoltare, specialmente se si è convinti di avere ricevuto una grave ingiustizia, e ancor più specialmente se questa ingiustizia ha avuto origine da una azione dello Stato, beh penso che dovrebbe essere il primo di tutti i diritti, in un paese libero, in democrazia. Spessissimo non è così.

Per i detenuti quasi mai è così. Proprio per questo credo che i giornalisti dovrebbero avere una sensibilità particolare, ancor più forte se questi giornalisti, come me, lavorano per un giornale che ha avuto la faccia tosta di chiamarsi Il Garantista. Proprio l’altro giorno mi è arrivata un plico, inviatomi dai parenti di Giulio, che contiene carte su carte, le quali, mi pare, depongono tutte e favore dell’imputato e della sua innocenza. E così, avendo anche ricevuto delle telefonate dai parenti di Giulio – alle quali, come spesso mi capita – non ho risposto, avevo deciso di rompere gli indugi, chiamare io i parenti di Giulio e chiedere di avere il colloquio.

Poi, come ho raccontato ieri sul giornale, sono stato convocato dalla commissione parlamentare antimafia e interrogato a lungo, e “sospettato” di comportamento giornalistico non consono alla direttiva ufficiale, che è quella di mettersi al servizio delle procure e di militare nel loro esercito, che è stato mandato da Dio e ha il compito supremo di combattere e radere al suolo il male. Vi ho già detto che mi sembrava di essere interrogato da una corte fascista più che da una commissione parlamentare di un paese repubblicano e democratico. Il senso di questa convocazione e di questo interrogatorio in antimafia a me è sembrato chiarissimo: una intimidazione, secca brutale, con l’obiettivo di limitare le mie iniziative e la mia libertà professionale.

Tanto più che “avvisi” simili, o anche più gravi (dei quali torneò a parlare nei prossimi giorni ) già mi sono arrivati nei mesi scorsi da alcuni settori della Procura di Reggio Calabria. E infatti ieri ho pensato: se ora io chiedo di incontrare Giulio, e poi lo incontro, e stabilisco rapporti con lui e la sua famiglia, è molto probabile che ne riceverò nuovi guai, nuovi sospetti e nuove accuse da parte dell’antimafia militante, politica o giudiziaria. E ho deciso di rinunciare, di non chiamare i parenti di Giulio. Di aspettare tempi più sereni. Vi pare una cosa bella? Edificante? Chiaro che non lo è. E perciò prima di scrivere queste righe ci ho ripensato di nuovo: me ne infischio della commissione antimafia e delle Procure, domani telefonerò ai parenti di Giulio e se mi sarà possibile lo andrò a trovare. E se i parenti di Giulio mi autorizzeranno vi dirò anche il cognome di questo detenuto.

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