Voto di scambio, nuovo arresto per l’ex consigliere regionale Santi Zappalà

ROMA – Dalle prime ore di questa mattina i carabinieri del Ros e i finanzieri del Gico stanno eseguendo a Reggio Calabria un'ordinanza di custodia cautelare, emessa su richiesta della Procura distrettuale antimafia reggina, nei confronti di cinque indagati in concorso per scambio elettorale politico mafioso. Al centro delle indagini gli accordi illeciti intercorsi tra la cosca ndranghetistica dei Pelle di San Luca (Reggio Calabria) e l'ex consigliere regionale Santi Zappala', per ottenere il sostegno elettorale in occasione delle consultazioni regionali del 2010. Nel corso dell'operazione, denominata Reale 6, è stato documentato il versamento di ingenti somme di denaro in cambio dei voti garantiti dal sodalizio mafioso. C'è anche l'ex consigliere regionale Santi Zappalà tra le cinque persone arrestate stamattina dai carabinieri del Ros e dai finanzieri del Gico con l'accusa di scambio elettorale politico-mafioso nell'ambito dell'operazione "Reale 6". Zappalà era già stato arrestato nel dicembre del 2010, quando era consigliere regionale in carica, con l'accusa di corruzione elettorale mafiosa, reato per il quale è stato condannato in via definitiva a due anni e otto mesi di reclusione. Zappalà, sorvegliato speciale ma attualmente in stato di libertà anche dopo la condanna definitiva per i fatti del 2010, dopo l'arresto di stamattina è stato nuovamente condotto in carcere. Dall'indagine condotta dai carabinieri del Ros e dalla Guardia di finanza, con il coordinamento della Dda di Reggio Calabria, è emerso che Zappalà, per ottenere nel 2010 l'elezione nel Consiglio regionale della Calabria, avrebbe messo a disposizione dei Pelle e di altre cosche della ndrangheta, complessivamente, 400 mila euro. Centomila euro sarebbero stati la quota parte dei Pelle, grazie ad un accordo diretto col capo del gruppo criminale, Giuseppe Pelle, detto "Gambazza", mentre altri trecentomila sarebbero serviti per ottenere il sostegno elettorale di altre cosche di ndrangheta. L'indagine mira adesso ad accertare la destinazione finale dei trecentomila euro che sarebbero stati sborsati da Zappalà. Le altre quattro persone arrestate stamattina insieme a Santi Zappalà sono esponenti della cosca Pelle.

 

zappala arrestoIldispaccio.it REGGIO CALABRIA – Alle prime ore del mattino, i Carabinieri del R.O.S. e i Finanzieri del Nucleo PT – G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, unitamente ai militari dei Comandi Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare in carcere e agli arresti domiciliari emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di cinque persone, indagate, in concorso tra loro, del reato di scambio elettorale politico-mafioso (artt. 110 e 416 ter cod. pen.). I soggetti coinvolti sono l'ex Consigliere regionale Santi Zappalà, Mesiani Mazzacuva Giuseppe Antonio, Pelle Giuseppe, Pelle Sebastiano, e Pelle Antonio. Il provvedimento scaturisce da specifici approfondimenti investigativi eseguiti nell'ambito della nota indagine "Reale". In particolare, le investigazioni hanno permesso di accertare che l'ex politico Santi Zappalà in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Calabria del 28 e 29 marzo 2010 alle quali era candidato nella lista PdL – con l'intermediazione di Mesiani Mazzacuva – aveva promesso e successivamente consegnato a esponenti della cosca di ndrangheta dei Pelle ramo Gambazza di San Luca (RC) una considerevole somma di denaro (consistita in 10 assegni di 10mila euro cd. emessi in forma libera dal politico a favore di Mesiani Mazzacuva e della moglie di questi) per ottenere a proprio vantaggio un pacchetto di voti che Pelle Giuseppe era in grado di procurare nell'area di influenza criminale del sodalizio mafioso. Zappalà veniva eletto con oltre 11.000 preferenze andando così ad occupare in prima battuta un posto da Consigliere alla Regione Calabria e, successivamente, anche quello di Presidente della IV Commissione Affari dell'Unione Europea e Relazioni con l'Estero. Con l'odierno provvedimento è stata applicata a Pelle Giuseppe, a Pelle Antonio cl. 1986 (entrambi già detenuti), a Mesiani Mazzacuva Giuseppe Antonio e a Zappalà Santi (attualmente sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di PS) la custodia cautelare in carcere, mentre a Pelle Sebastiano quella degli arresti domiciliari. Tutti i soggetti destinatari della misura sono stati già tutti colpiti, sempre nell'ambito dello sviluppo dell'indagine "Reale", da provvedimenti restrittivi emessi dall'A.G. di Reggio Calabria. In particolare: Pelle Giuseppe, Pelle Sebastiano E Pelle Antonio Cl. 1986 sono stati raggiunti da fermo di indiziato di delitto il 21 aprile 2010 nell'ambito dell'indagine denominata "Reale 1": i primi due per i delitti di partecipazione all'associazione mafiosa denominata cosca Pelle ramo Gambazza e trasferimento fraudolento di valori e, il terzo, per il solo trasferimento fraudolento di valori, tutti aggravati dalle finalità mafiose; Mesiani Mazzacuva Giuseppe Antonio, Zappalà Santi E Pelle Giuseppe sono stati attinti il 21 dicembre 2010 da ordinanza di custodia cautelare in carcere nell'ambito dell'indagine denominata "Reale 3" – che aveva a oggetto le condotte corruttive realizzate da candidati e partecipi dell'associazione mafiosa in occasione delle elezioni regionali calabresi del 2010 – tutt'e tre per il delitto di corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose, mentre venivano anche contestati a Mesiani Mazzacuva il delitto di associazione mafiosa e al politico Zappalà quello di concorso esterno ad associazione mafiosa, imputazione quest'ultima, in seguito annullata in sede di Riesame. I filoni di indagine denominati "Reale 1" e "Reale 3" – che venivano riuniti e trattati congiuntamente sotto il profilo processuale – hanno percorso tutti i gradi giudizio nei quali è stato confermato l'impianto accusatorio. In relazione a tale aspetto va tuttavia precisato che, nel giudizio di legittimità, la Suprema Corte di Cassazione, con pronuncia del 26 giugno 2014, ha parzialmente annullato la sentenza di secondo grado, con rinvio alla Corte di Appello di Reggio Calabria in relazione alla prova dell'esistenza della cosca Pelle Gambazza e conseguentemente circa l'applicazione a talune contestazioni dell'aggravante dell'art. 7 L. 203/1991 ad alcuni imputati, tra i quali Zappalà. Ai fini della completa ricostruzione di tutta la vicenda relativa all'illecito accordo elettorale tra Zappalà ed esponenti della cosca Pelle occorre sottolineare che essa, come anticipato, è strettamente collegata a quanto già emerso dall'indagine "Reale 3" nella quale erano state cristallizzate le condotte corruttive realizzate in occasione delle elezioni regionali calabresi del 2010. Per tale ragione occorre riportare brevemente le emergenze di tale indagine la quale ha consentito di accertare che, campagna elettorale durante: Zappalà Santi si era rivolto ai più importanti sodalizi mafiosi dei tre Mandamenti in cui è criminalmente suddivisa la Provincia di Reggio Calabria al fine di garantirsi il loro sostegno elettorale. In particolare, con tal fine, sono stati documentati contatti con le cosche Commisso Di Siderno, Barbaro Mano Armata E Barbaro Castanu Entrambe Di Platì (Rc), Pelle Gambazza Di San Luca (Rc), Cacciola E Bellocco Di Rosarno (Rc), Greco Di Calanna (Rc) E Con Esponenti Apicali Della Locale Di ndrangheta Di Natile Di Careri (Rc); nel corso di un incontro del 27 febbraio 2010 presso l'abitazione di PELLE Giuseppe, veniva stretto tra quest'ultimo, Zappalà Santi, E Mesiani Mazzacuva Giuseppe Antonio – che ricopriva il ruolo di interfaccia politico per conto della cosca PELLE – un preciso patto corruttivo in relazione al quale il candidato, per ottenere a proprio vantaggio un (primo) consistente pacchetto di voti nella disponibilità di Pelle Giuseppe, prometteva al boss varie utilità e, in particolare, una corsia preferenziale a favore delle imprese di riferimento della cosca nel settore dei lavori pubblici e il trasferimento in istituti penitenziari calabresi di PELLE Salvatore cl. 1957, altro elemento di vertice della consorteria di San Luca (RC), al tempo detenuto presso la casa circondariale di Roma Rebibbia . I rapporti tra la cosca Pelle Gambazza e il politicovenivano sviluppati in una serie di intercettazioni di conversazioni tra presenti registrate, come già evidenziato, nell'abitazione di Giuseppe Pelle nel 2010. Zappalà era perplesso della consistenza delle adesioni in suo favore nella zona di Bianco (RC) e in altre aree del Mandamento Jonico, dove effettivamente le locali cosche stavano canalizzando i voti a loro disposizione a favore di altri candidati, e si era nuovamente rivolto, su spunto di Mesiani Mazzacuva, a esponenti della cosca Pelle, i quali si sono subito resi disponibili a offrire al politico un ulteriore pacchetto di voti – da raccogliere sempre tra San Luca e Bovalino, aree di loro influenza criminale – per un controvalore di 100mila euro. Soldi poi consegnati agli stessi tramite gli assegni. Ma un importante passaggio per la ricostruzione della vicenda afferente lo scambio elettorale politico-mafioso è costituito dal contenuto dell'interrogatorio di garanzia reso da Mesiani Mazzacuva Giuseppe del 22 dicembre 2010 all'indomani dell'arresto in esecuzione della misura cautelare relativa all'operazione "Reale 3", nella quale era indagato per il delitto di partecipazione ad associazione mafiosa e corruzione elettorale, reato quest'ultimo commesso in concorso con il politico bagnarese, con riferimento all'accordo corruttivo elettorale del 27 febbraio 2010. Nel corso della deposizione lo stesso – manifestando l'intenzione di precisare gli estremi delle intercettazioni che lo avevano riguardato, quindi anche quelle del 12 marzo 2010 che contenevano elementi utili alla configurazione delle condotte corruttive – dichiarava, senza che alcuna contestazione gli fosse mossa sul punto dall'AG, che la cifra di 100mila euro che compariva nei dialoghi era da ricondurre a un prestito intercorso tra lui e Santi Zappalà. In realtà, le intercettazioni sopra sintetizzate hanno dato conto di un quadro molto diverso: la somma richiamata nelle registrazioni e che Mesiani solo nel corso dell'interrogatorio di garanzia quando era già in stato di custodia cautelare attribuiva a un contratto di prestito, veniva invece da egli stesso chiaramente indicata come strumentale al perseguimento di finalità politiche del candidato Zappalà, necessarie per superare la debolezza elettorale di quest'ultimo in alcune zone della Locride. E' Stata così rintracciata copia di una scrittura privata avente ad oggetto la concessione di un prestito di denaro – pari a € 100mila consegnati con 10 assegni circolari emessi in forma libera – recante la data del 25 marzo 2010, tra le parti ed erogato per far fronte a delle difficoltà economiche nascenti da un mancato incasso sorto nell'ambito dell'attività imprenditoriale di Mesiani. Tale scrittura privata è risultata essere ideologicamente falsa in ordine alle finalità della transazione: non un prestito, ma il pagamento di un pacchetto di voti. In sostanza il politico e Mesiani Mazzacuva avevano precostituito unazappalaa lecita giustificazione al passaggio di denaro. Si è potuto accertare che i citati assegni circolari erano stati negoziati in data 26 marzo 2010, da Errante Anna – Moglie di Mesiani Giuseppe – mediante versamento effettuato sul c/c intestato a "Il Punto edile S.r.l." di Bova Marina (RC), di cui era amministratore proprio la donna, contabilizzandole in fittizie voci di bilancio in modo da non renderne identificabile l'illecita provenienza. Particolare importanza hanno assunto le intercettazioni eseguite nell'ambito dell'indagine "Inganno", sviluppata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabriacon i Carabinieri del Gruppo di Locri, all'indirizzo, tra gli altri, di Giorgi Sebastiano, all'epoca dei fatti Sindaco del Comune di San Luca, il quale, il 4 dicembre 2013, è stato tratto in arresto in esecuzione di misura cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta di questo Ufficio di Procura, poiché indagato per il delitto di cui all'art. 416 bis c.p. (Opz. "INGANNO"). Dalle indagini era candidamente emerso che Giorgi – da poco condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa – era il referente politico/amministrativo dell'articolazione della ndrangheta operante in San Luca e aveva costanti contatti con esponenti di spicco di importanti casati mafiosi del piccolo centro aspromontano. Egli quindi, in virtù dei rapporti intrattenuti con ambienti ndraghetistici e del suo inserimento nel contesto politico locale, disponeva di un patrimonio conoscitivo tale da consentirgli di comprendere bene le dinamiche interne all'organizzazione mafiosa e di essere costantemente informato dei rapporti fra la ndrangheta di San Luca e la politica. Infatti, da alcune intercettazioni è emerso che l'ex Sindaco di San Luca era al corrente che Zappalà aveva ottenuto un risultato definito "sorprendente" in quanto aveva pagato soggetti appartenenti alla ndrangheta per ottenerne il sostegno elettorale, e che lo stesso naveva erogato alla ndrangheta di San Luca una somma di 400mila euro in cambio di un pacchetto di voti di cui evidentemente la somma di € 100mila rappresentava la quota spettante alla cosca Pelle Gambazza. Tale assunto trova peraltro riscontro proprio nel dato di natura temporale sopra evidenziato: gli assegni mediante i quali il politico erogò la somma di 100mila euro ai Pelle Gambazza entrarono nella disponibilità di Mesiani proprio in data 26 marzo 2010. Da ultimo, altra parte dell'approfondimento investigativo ha mirato alla verifica delle modalità con le quali Zappalà venuto nella disponibilità di una così ingente somma di denaro. A tal fine sono stati eseguiti articolati accertamenti patrimoniali all'indirizzo del politico, dei suoi familiari e della FISIOKINESITERAPIA BAGNARESE Srl, società di capitali questa di cui era amministratore unico la moglie dello stesso. È emerso che la citata società – all'interno della quale il politico rivestiva un ruolo di dominus occulto – intratteneva rilevanti rapporti commerciali con numerose altre società alcune delle quali risultate essere c.dd. società cartiera, le quali avevano emesso, per un lungo periodo, proprio a favore della FISIOKINESITERAPIA BAGNARESE Srl, fatture per operazioni inesistenti per un valore di vari milioni di euro. L'effetto economico finale di tali operazioni – da considerarsi un artifizio di natura contabile funzionale all'evasione delle imposte sui redditi – è stato quello di drenare denaro (anche contante), creando un "fondo nero", dal quale attingere per poter affrontare esigenze legate alle affermazioni elettorali del politico bagnarese. Tali illecite disponibilità liquide così create, sono state allocate fuori dal bilancio della FISIOKINESI TERAPIA BAGNARESE Srl per entrare nella materiale disponibilità dello ZAPPALÀ attraverso ulteriori artifizi contabili e con la complicità e la consulenza di appositi professionisti.


zappalaClaudio Cordova Ildispaccio.it REGGIO CALABRIA – Si sarebbe rivolto a mezza ndrangheta. Pur di essere eletto nel 2010 alla carica di consigliere regionale, Santi Zappalà avrebbe coinvolto alcune tra le famiglie storiche della criminalità organizzata reggina. Lo spaccato che emerge dall'indagine "Reale 6", condotta da Ros dei Carabinieri e Guardia di Finanza, con il coordinamento dei pm antimafia Nicola Gratteri, Antonio De Bernardo e Giovanni Musarò lascia spazio a pochi dubbi circa i rapporti intessuti dall'ex sindaco di Bagnara Calabra. Zappalà si sarebbe rivolto solo ai Pelle di San Luca, ma aveva richiesto un appoggio nella campagna elettorale anche ad altre storiche cosche di ndrangheta, del mandamento jonico (Barbaro di Platì, Commisso di Siderno), di Reggio centro (Greco di Calanna), e tirrenico (Gallico di Palmi e Bellocco-Cacciola di Rosarno) Il fatto che Santi Zappalà si fosse rivolto ai Barbaro emergerebbe chiaramente dalle risultanze già compendiate nella sentenza pronunciata dal G.u.p. presso il Tribunale di Reggio Calabria nel giugno 2011. Sarebbe stato il boss Peppe Pelle dei "Gambazza", a conoscenza dei voti che poteva gestire Francesco Barbaro, ad agevolare l'incontro fra quest'ultimo ed il candidato Santi Zappalà. Dal riferimento fatto da Zappalà nel corso della conversazione ad un certo Luca, non meglio identificato, il quale gli aveva "portato" Francesco Barbaro, proprio perché quest'ultimo era in grado di portargli un notevole numero di voti: ("Luca me lo ha portato, mi ha detto no riunisce tutte le famiglie, cinquecento, seicento voti… ee… non so! Ve l'ho raccontato, mi sembra, no?") confermato da Pelle ("Si, si, si!") si desume che Pelle e Zappalà si fossero già incontrati per discutere della candidatura di quest'ultimo alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale. Già nella motivazione della sentenza si faceva riferimento al fatto che Santi Zappalà "si era rivolto ai Commisso, casato storico della ndrangheta di Siderno senza avere necessità di avere presentazioni da parte di Pelle e Mesiani. Tale circostanza emergerebbe da una conversazione tra Mesiani Mazzacuva e Pelle "Gambazza": in particolare Mesiani Mazzacuva riferiva a "Gambazza" che Santi Zappalà aveva stretto accordi anche con la famiglia mafiosa Commisso di Siderno (RC): "Allora loro sono riusciti a lavorare ad … entrare con i Commisso, no? Ed io non sapevo niente di questo fatto …". E Zappalà sarebbe stato consapevole di rivolgersi a famiglie mafiose, i cui componenti avevano precedenti specifici per reati di mafia con conseguente perdita del diritto di elettorato. Zappalà avrebbe precisato che chiedeva appoggio nella qualità non di candidato, ma di imprenditore, cioé di soggetto disposto ad acquistare un "pacchetto di voti" e che, per tale ragione, aveva necessità di conoscere con precisione il numero di voti che avrebbe conseguito: " … loro non è che pretendevano … "sappiamo che siamo … il candidato è estraneo rispetto ad una cosa, quindi non andiamo a pretendere … e … però vogliamo un dato ora in questa situazione, ok? Tutti gli altri discorsi che dobbiamo fare" – dice – "Io non vengo più nella qualità di candidato di coso, ma di imprenditore. Se devo venire io, andate voi, se vengono loro, qua non ci sono problemi". Un rapporto di genere do ut des per l'acquisto di un pacchetto di voti pari a 70-80 da parte di Zappalà con la famiglia mafiosa dei Commisso. Non solo famiglie della fascia ionica. L'indagine avrebbe consentito di dimostrare che in occasione delle elezioni regionali del 2010 la candidatura di Santi Zappalà fu sostenuta anche dalla cosca Gallico, storico sodalizio di ndrangheta operante in Palmi. Tale circostanza é emersa nel corso dell'interrogatorio di Francesco Cardone, avvocato del foro di Palmi, ritenuto uno dei consigliori della consorteria palmese e che attualmente é imputato per il medesimo reato davanti al Tribunale di Palmi. In sintesi, il CARDONE riferiva: che nella Primavera dell'anno 2010 Rocco Gallico e Teresa Gallico si erano recati presso il suo studio legale per una questione di natura professionale; é opportuno precisare che all'epoca dei fatti i due Gallico ricoprivano il ruolo di "reggenti" dell'omonima cosca, che verso la fine dell'incontro, Rocco Gallico chiese a Cardone di appoggiare la candidatura di Zappalà e si dichiarò disponibile a procurargli un appuntamento con il politico: "Gallico Rocco mi disse che se ero interessato a conoscere a ZAPPALÀ potevano insomma contattarlo e farlo venire in studio". Circostanze che Cardone confermerà poi nel procedimento d'Appello contro Zappalà. Dalle dichiarazioni dell'Avvocato Cardone, quindi, emerge la conferma del fatto che in occasioni delle elezioni regionali dell'anno 2010 la ndrangheta appoggiò la campagna elettorale di Santi Zappalà; non é privo di significato il fatto che Rocco Gallico si era mostrato certo di portare il candidato al cospetto dell'Avvocato Cardone, circostanza che conferma la particolare spregiudicatezza dello ZAPPALA', il quale anche in tale occasione aveva evidentemente avuto un contatto diretto con il boss di turno. Da qui la notevole fiducia di Zappalà nelle conversazioni intercettate a casa Pelle: "Poi abbiamo Villa che siamo fortissimi, Palmi che siamo fortissimi"). Ma di Santi Zappalà parlava anche la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, che apparteneva ad una famiglia mafiosa da sempre vicina alla cosca Bellocco. La giovane testimone di giustizia morirà nell'estate 2011 per ingestione di acido muriatico e diverse sentenze certificheranno tanto la sua attendibilità, quanto i tentativi della famiglia di metterla a tacere: "Ricordo che la mia famiglia ne appoggiava la candidatura" dice Cetta Cacciola. "Sono a conoscenza di tale circostanza perché mio zio e mio cugino ne parlavano spesso con mio padre, con mio fratello Giuseppe e con mio zio Giovanbattista Cacciola: nell'occasione era pacifico che le famiglie Cacciola e Bellocco avrebbero appoggiato la candidatura di Santi Zappalà". La giovane testimone di giustizia preciserà inoltre che alla base dell'appoggio elettorale vi sarebbe stato l'accordo do ut des di cui si parlava: "Quando all'interno della "famiglia" si decide di appoggiare un certo candidato, ciò accade perché quest'ultimo promette in cambio qualcosa. Non so cosa, nel caso di specie, avesse promesso lo Zappalà ma sulla base di un dato di esperienza posso affermare con certezza che qualcosa in cambio aveva promesso o addirittura già dato, altrimenti i Cacciola ed i Bellocco non ne avrebbero mai appoggiato la candidatura e non si sarebbero mai impegnati per la sua campagna elettorale: l'appoggio, infatti, presuppone necessariamente un corrispettivo. Del resto, in un paese come Rosarno le famiglie Cacciola e Bellocco sono in grado di spostare un considerevole numero di voti, si tratta di una sorta di "patrimonio" che non viene certo regalato al politico di turno: per essere appoggiati da certe famiglie bisogna dare o almeno promettere qualcosa in cambio. Di solito il candidato si impegna a far eseguire lavori pubblici ad imprese edili in qualche modo riconducibili alla cosca o, comunque, si impegna a fare "favori" in qualche modo connessi con la sua funzione pubblica". Ma anche il collaboratore Giuseppe Greco renderà dichiarazioni a carico di Santi Zappalà. Fino al momento della collaborazione, Greco é soggetto che ricopre un ruolo di vertice all'interno dell'articolazione della ndrangheta operante in Calanna. Giuseppe Greco è un personaggio da tempo risalente ritenuto il capo locale della ndrangheta di Calanna, con ruolo ereditato dal padre, nonché svariatamente colpito da inchieste volte a comprovare l'operatività in quel territorio di manovre illegali per il controllo del voto. Nel corso dell'interrogatorio del 2.07.13 Greco affermava in modo esplicito che in occasione delle elezioni regionali dell'anno 2010 Santi Zappalà si recò al suo cospetto, accompagnato dall'Avv. Antonio Marra, e, nel corso di un incontro durato circa un'ora, si dichiarò disponibile ad acquistare un pacchetto di cinquecento voti in cambio della somma di € 30.000,00; la proposta non fu accolta dal boss perché non ritenuta conveniente ("non valeva la pena"). Nella circostanza Greco affermava che lui era in grado di "pilotare" senza alcun problema 500 voti, "non solo a Calanna, pure in giro", grazie alla forza intimidatrice promanante dal ruolo ricoperto all'interno della locale, tale non richiedere neanche l'utilizzo di minacce esplicite, essendo sufficiente che la richiesta provenisse da un personaggio del suo calibro, appartenente ad una famiglia di ndrangheta storicamente radicata su quel territorio ("per la nostra educazione e rispetto"). Il collaboratore, inoltre, precisava di aver avuto modo di constatare in precedenti consultazioni che la sua famiglia era in grado di spostare un ingente "pacchetto" di voti senza alcun problema ed affermava di aver raggiunto il grado di santista. Dichiarazioni, quelle di Greco, che gli inquirenti riscontrano grazie rapporto di conoscenza fra Santi Zappalà e l'Avv. Antonio Marra, le medesime dichiarazioni risultano riscontrate dai tabulati telefonici relativi all'utenza in un uso allo Zappalà, dal cui esame emergono, in particolare, 52 contatti fra il candidato ed il legale proprio nel periodo riguardante la campagna elettorale dell'anno 2010: Di Santi Zappalà parla anche il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli, il quale nel corso dell'interrogatorio reso in data 01.04.2011 riferiva numerosi elementi di considerevole valore investigativo riguardanti proprio l'odierno indagato. Il collaboratore riferiva di essere stato organico alla ndrangheta ed in particolare alla locale di Natile di Careri, paese di cui era originario. Entrato nella ndrangheta con il grado di picciotto all'età di ventidue anni circa, prima dell'arresto avvenuto nell'anno 2006, aveva completato tutto il percorso della Società Minore ("… avevo fatto tutto il percorso della Minore, tutta, e poi si era fermato …"): Prima di affrontare l'argomento relativo ai rapporti di Santi Zappalà con esponenti della ndrangheta, il collaboratore precisava di essere a conoscenza dei rapporti mafia – politica dell'area di provenienza, Natile di Careri (RC), e dei relativi meccanismi di interazione: "La Maggiore, cioè la società Maggiore, si riunisce per decidere i candidati da appoggiare e da indicare agli elettori, per farli votare non solo in occasione delle elezioni comunali di Natile, ma anche in occasione delle competizioni elettorali di livello superiore, cioè provinciali, regionali o politiche. Ovviamente l'uomo politico appoggiato dalle famiglie mafiose, qualora eletto, doveva ricambiare mediante l'adozione di provvedimenti favorevoli cioè delibere, appalti, progetti e simili, alle cosche che avevano contribuito alla sua elezione". Al collaboratore verrà mostrato un album riportante le effigi fotografiche di vari soggetti tra cui alcuni candidati alle competizioni elettorali tenutesi il 28 e 29 Marzo 2010, oggetto dell'informativa di reato "Reale 3", tra le quali veniva riconosciuta quella di Santi Zappalà. In particolare, Varacalli dichiarerà di conoscere Santi Zappalà: "… E' quello dei voti … omissis … è quello dei voti … omissis … Adesso me lo ricordo che lo avevo visto nella …, come si dice, quando fai pubblicità dei voti … omissis … Si è uno di quelli, è anche di quelli che avevano dato dei voti". Varacalli chiarirà di avere avuto, con specifico riferimento alla candidatura di Santi Zappalà , precise disposizioni dalla "famiglia" ("Che la famiglia aveva raccolto dei voti per questo signore"): … omissis … VARACALLI R.: E' quello dei voti. Dott. MUSARÒ: E che vuol dire che è quello dei voti? VARACALLI R.: Adesso me lo ricordo che lo avevo visto nella …, come si dice, quando fai pubblicità dei voti. Dott. MUSARÒ: Le locandine elettorali. Lo conosce questo signore? VARACALLI R.: Si è uno di quelli, è anche di quelli che avevano dato dei voti. Dott. MUSARÒ: Cioè? VARACALLI R.: Che la famiglia aveva raccolto dei voti per questo signore. … omissis … La ndrangheta di Natile di Careri (RC) avrebbe dunque appoggiato Santi Zappalà in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale di Reggio Calabria, a seguito delle quali lo stesso era stato eletto: "Zappalà Santi lo conosco perché mio cugino Pipicella Antonio, alias Maranguni, appartenente alla ndrangheta, mi indicò questo nominativo a me ed ai miei familiari che doveva essere appoggiato". Proseguendo, il collaboratore evidenzierà che Zappalà "è uno che aiutava, uno di quelli che ci aiutava quando noi abbiamo bisogno di qualcosa" ed era considerato un "amico": "si, si, che questo è uno dei nostri che ci aiutava, dei nostri amici, adesso non so se faceva parte della ndrangheta, uno dei nostri", non escludendo che fosse formalmente affiliato alla ndrangheta. La parte dell'interrogatorio concernente Santi Zappalà si concludeva con l'ennesima affermazione di VARACALLI Rocco che non lasciava alcun dubbio sulla tipologia del rapporto instaurato dal politico con soggetti appartenenti alla ndrangheta: "Che era uno che appoggiava a noi della ndrangheta, se avevamo bisogno".

 

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