Voto Salvini che Gioia. L’inchiesta de l’Espresso sugli opachi legami della Lega in Calabria

Giovanni Tizian e Stefano Vergine L’Espresso IL VOLTO PIÙ noto della Lega a Rosarno nasconde un imbarazzante segreto. Vincenzo Gioffrè, 37 anni, è il regista del successo elettorale di Matteo Salvini nel paese della piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria. Comune simbolo dello sfruttamento dei braccianti africani, sciolto due volte per mafia, dove il potere della ndrangheta è capillare. E dove la Lega ha raggiunto uno dei risultati più sorprendenti delle ultime elezioni, ottenendo il 13 per cento dei voti dopo che cinque anni prima il pallottoliere si era fermato a un misero 0,25 per cento. Il segreto di Gioffrè, dicevamo. Sul proi- lo Facebook, tra le decine di foto che lo immortalano abbracciato a Salvini, non c’è traccia dei suoi rapporti con un pezzo della ndrangheta locale. Ufficialmente Gioffrè si presenta come piccolo imprenditore attivo nel settore del verde pubblico. Un uomo che «ama il suo paese» e non tollera «la politica europea di abbattimento delle frontiere» definita causa principale della «massiccia ondata d’immigrazione clandestina da cui derivano le ampie sacche d’illegalità e di disagio sociale che ben conosciamo».

Esiste però una biograia non autorizzata del responsabile della Lega di Rosarno, candidato alla Camera alle ultime elezioni. Un curriculum riservato che L’Espresso ha ricostruito grazie a visure camerali e documenti giudiziari. Si scopre così che il paladino della legalità Gioffrè, allo scoccare del nuovo millennio ha fondato una società cooperativa con Giuseppe Artuso. Personaggio che la procura antimafia di Reggio Calabria ritiene vicinissimo al clan Pesce, una delle cosche più potenti della ndrangheta, che da Rosarno si è spinta fino a Milano e al Sud della Francia. I Pesce, per dire, controllano un’ampia fetta del mercato internazionale della cocaina, tanto che uno dei capi clan, Antonino Pesce, due anni fa riuscì persino ad assoldare un comandante di un mercantile per portare la droga dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro, regno incontrastato delle cellule mafiose dei paesi della Piana. La creazione della coop agricola non è l’unico affare che collega il capo dei leghisti rosarnesi alla cosca locale. Gioffrè ha creato infatti anche un altro consorzio di cooperative agricole al cui vertice fino al 2013 c’era Antonio Francesco Rao, uomo ritenuto dagli investigatori molto vicino al clan Bellocco, ailiato a quello dei Pesce. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini è consapevole dei legami d’affari che collegano il suo rappresentante a questi personaggi? Di sicuro il leader della Lega è stato ospite della sezione di Rosarno nei giorni immediatamente successivi al trionfo dello scorso 4 marzo.

D’altra parte lui è stato eletto proprio lì: senatore della Repubblica grazie ai voti raccolti in Calabria. Gioffrè era tra gli organizzatori della festa-comizio nel liceo di Rosarno. Evento al quale, come ha scritto Repubblica e hanno confermato fonti investigative all’Espresso, erano presenti esponenti dei clan. Un bagno di folla per il futuro titolare del Viminale e vicepremier. Un ringraziamento personale a Gioffrè, l’uomo che ha fatto affari con presunti ndranghetisti. Eppure non troppo tempo fa lo stesso Salvini dichiarava: «Mi sento molto meglio se chi puzza di mafia sta lontano da me». A parole, dunque, il leader sovranista dice di non voler avere nulla a che fare con persone che hanno legami con la criminalità organizzata. Senza fare distinzione tra indagati e condannati, tra sospetti e certezze. Discorsi da convinto antimafioso, da prefetto di ferro. Tra la teoria e la pratica, però, c’è una distanza siderale. Perché da quando è a capo del partito Salvini ha già dovuto fare i conti con le grane giudiziarie dei leghisti del Sud. E non ha detto una parola. Indagini sul voto di scambio in Sicilia. Finte minacce denunciate dal suo viceré sull’isola, Angelo Attaguile, che la procura di Catania ha chiesto di condannare a una multa salata per essersi inventato tutto. Senza dimenticare l’appoggio in Campania di ex fedelissimi di Nicola Cosentino, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica. E il pacchetto di voti offerti alla Lega da Giuseppe Scopelliti, pezzo da novanta della politica calabrese, ex governatore e già sindaco di Reggio, oggi in carcere per il dissesto delle casse del municipio e su cui pesano i sospetti della procura locale: secondo pentiti e magistrati Scopelliti è stato appoggiato nella sua ascesa politica dal clan De Stefano.

Che dire poi del deputato di Lamezia Terme Domenico Furgiuele, il primo leghista calabrese doc a finire in Parlamento, sul cui conto si sommano i sospetti di una parentela ingombrante e di vicende poco chiare. Furgiuele è stato il primo ad accogliere Gioffrè nelle fila leghiste. Del resto è merito del neo deputato se Salvini ha potuto contare su una rete di consenso difuso in Calabria. In rete si può leggere ancora il discorso con cui Furgiuele dà il benvenuto al giovane rosarnese, descritto dal responsabile regionale della Lega come un «imprenditore onesto e uomo impegnato nel sociale, già candidato alle ultime amministrative conseguendo l’apprezzabile risultato di oltre 300 preferenze personali». Correva l’anno 2016, Gioffrè aveva appena lasciato Fratelli d’Italia per unirsi al leghismo non più padano. In cima all’agenda politica, manco a dirlo, la questione immigrazione. Rosarno è nota per la presenza di un alto numero di stranieri, nel 2010 le immagini della rivolta dei braccianti africani fecero il giro del mondo. All’epoca ministro dell’Interno era Roberto Maroni, il collega di partito dell’attuale capo del Viminale. È la terra, Rosarno, dei braccianti che lavorano dall’alba al tramonto nei campi per pochi euro l’ora. Sfruttati come schiavi. E vittime di angherie, colpiti spesso nel tragitto di ritorno verso le baracche da ragazzini in cerca di fama criminale e onore. La soglia di indignazione di Gioffrè  sull’immigrazione è molto bassa. Ben più tollerante si è invece dimostrato con la ndrangheta. Un esempio? La giunta dell’ex sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, qualche anno fa aveva pensato di realizzare, su un terreno confiscato ai clan, alcuni prefabbricati da destinare ai migranti. Alla fine l’opera è rimasta incompiuta, anche perché la ditta che stava facendo i lavori è stata bloccata dalla prefettura con un’interdittiva antimafia (l’impresa sarebbe stata condizionabile dalle cosche). Nell’ottobre del 2016, al grido di “Prima gli italiani”, la struttura è stata occupata da un gruppo di cittadini rosarnesi. Gioffrè era dalla loro parte, e il “villaggio della solidarietà” è stato presto trasformato nel “villaggio Italia”.

L’occupazione non è durata molto, ma la propaganda ha funzionato. Con un nemico così prossimo, per la Lega di Rosarno è stato un gioco da ragazzi crescere e radicarsi. Perché secondo i responsabili del partito, qui il problema principale sono i lavoratori africani. Non certo le ndrine, non il potere dei padrini che sofoca l’intera iliera dell’agroindustria sui cui si regge la città della piana di Gioia Tauro. Un settore economico strategico per tutta l’area, fortemente condizionato dall’inluenza della criminalità. Il dato emerge dalle decine di indagini dell’antimafia di Reggio Calabria, che negli anni ha spiccato mandati di cattura per numerosi imprenditori e ottenuto sequestri di terreni e aziende agricole. È proprio nell’ambito dell’agroindustria che Gioffrè muove i primi passi, giovanissimo. Classe ’81, a soli 19 anni costituisce la Agri 2000. Davanti al notaio, oltre a lui si presenta come fondatore della cooperativa sociale anche Giuseppe Artuso. Nel 2011 le cimici degli investigatori lo intercettano mentre parla con un amico. È Biagio Delmiro, affiliato al clan Pesce e condannato a 10 anni per mafia. Delmiro e Artuso discutono di latitanti. Di più: parlano del fuggitivo all’epoca più ricercato d’Italia, Francesco Pesce detto “Testuni”. Una coincidenza? Non sembra proprio. Artuso – ha raccontato un collaboratore di giustizia, affidabile secondo i detective – è insieme a Delmiro un componente dell’ala del clan che cura la custodia delle armi per i Pesce. Insomma, l’artefice del successo elettorale della Lega nella Piana di Gioia Tauro sarebbe stato per oltre dieci anni in affari con l’armiere di una delle più potenti cosche della ndrangheta.

Non solo. Secondo gli investigatori, «il nipote di Artuso è tale Berrica, uomo a disposizione della famiglia Pesce». Va detto che Artuso non è mai stato condannato per mafia, né è mai inito in una retata contro la cosca Pesce. C’è però un dettaglio che emerge dai verbali di un processo in cui tra gli imputati c’era proprio Delmiro. Il 24 luglio 2012, al tribunale di Palmi viene chiamato a testimoniare Artuso. Prima che inizi la deposizione, il pubblico ministero gli dice: «La devo avvisare che lei è indagato per favoreggiamento della cosca Pesce». Dunque Artuso, per lo meno ino a cinque anni fa, era sospettato di aver aiutato la ndrangheta. La vicenda non ha avuto finora uno sbocco processuale, ma aggiunge un indizio ulteriore sulla vicinanza a certi ambienti dell’uomo con cui Gioffrè ha fondato una cooperativa ortofrutticola, la Agri 2000, chiusa per decisione del ministero dello Sviluppo economico nel 2013, dopo tredici anni di attività svolta senza mai depositare un bilancio. Ambienti, quelli dell’agroindustria calabrese iniltrata dalla ndrangheta, di cui fa parte anche un altro personaggio legato nel business al capo della Lega di Rosarno. In una seconda azienda, infatti, oltre ad Artuso e Gioffrè troviamo anche Antonio Francesco Rao. Si chiama O.p. Citrus Esperidio, una “organizzazione di produttori” agricoli con sede nel paese della Piana. Fino alla data di chiusura, avvenuta meno di un anno fa, il presidente del consiglio di amministrazione era Rao, presente anche all’atto di fondazione dell’impresa al ianco di Gioffrè e Artuso. Il nome di Rao, classe ’53, compare spesso negli atti giudiziari. In particolare nell’operazione Arca, quella sulla spartizione tra le cosche degli appalti per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ebbene, in quei documenti Rao è indicato come uno dei presenti all’incontro con un’ex superlatitante, Gregorio Bellocco, al vertice dell’omonima famiglia alleata dei Pesce. Ma c’è di più.

Dai bilanci della Citrus Esperidio emergono i nomi di alcuni soci del consorzio. Tra questi c’è la Clemkiwi dello stesso Antonio Rao, che dunque non era solo un manager dell’azienda. E c’è anche La Rosarnese, tra i cui fondatori spicca il nome di Vincenzo Cacciola, membro di una famiglia che, secondo il pentito Vincenzo Albanese, è un vero e proprio clan vicino alla cosca Bellocco. È dunque questo il contesto in cui Gioffrè, il leghista della Piana, l’artefice dell’exploit elettorale di Salvini a Rosarno, ha mosso i primi passi da imprenditore. Seppure senza mai inciampare in ostacoli giudiziari, restano scolpiti negli atti le frequentazioni e la contiguità dei suoi partner d’affari con il male peggiore della Calabria, la ndrangheta. Una puzza di commistioni tra impresa e mafia dalla quale Salvini non ha ancora preso le distanze. O meglio: dal palco di Pontida, il ministro dell’Interno ha lodato l’antimafia che lavora lontana dai riflettori. Ha ricordato il magistrato Rosario Livatino, il giudice ragazzino ucciso dalle cosche nel ’90. E citato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come gli esempi da seguire. Poi ha chiuso con uno slogan, uno dei suoi: per i mafiosi, ha urlato, «la pacchia è inita». Varrà anche per i partner d’affari dei leghisti calabresi?

 

L’onorevole Furgiuele tiene famiglia

G.Tiz. e S.V. SUL SACRO PRATO di Pontida, e pure sul sacro palco a fianco di Matteo, domenica scorsa c’era anche lui, Domenico Furgiuele. Il primo deputato calabrese della Lega di Salvini. Con il suocero, Salvatore Mazzei, rinchiuso in carcere per estorsione aggravata dal metodo maioso. E con i beni coniscati in primo grado dal tribunale di Catanzaro, su richiesta del pubblico ministero antimafia Elio Romano che la ora nella procura guidata dall’esperto magistrato Nicola Gratteri. Ma questi sono evidentemente dettagli di poco conto per il leader sovranista. Perché le colpe dei suoceri, si sa, non possono ricadere sui generi. E allora ben venga il 35 enne Furgiuele, un passato in Alleanza Nazionale e ne La Destra di Francesco Storace, imprenditore edile con laurea in Scienze dell’educazione, volto giovane scelto quattro anni fa da Salvini come coordinatore del partito in Calabria e arteice dell’inatteso 6 per cento raggiunto alle ultime elezioni nazionali. A Pontida, aveva scritto Furgiuele qualche giorno prima del tradizionale raduno, «porremo le fondamenta per la costituzione immediata di una task-force che rilanci le speranze di un Sud tradito da decenni di politiche fallimentari».

Colpa della politica, dunque, se la Calabria è la regione più povera d’Italia. Nessun accenno all’invadenza della criminalità organizzata, allo strapotere economico delle cosche. E nemmeno al suocero Mazzei che, come si legge nel decreto di sequestro, «non ha fatto altro negli anni se non veicolare somme inquinate nelle società di famiglia». A Salvini non importa neppure se in questa vicenda di promiscuità con la mafia a inire nei guai per colpa del padre è stata anche la moglie di Furgiuele, Stefania Mazzei, iglia, appunto, di Salvatore. Alla donna gli inquirenti hanno infatti sequestrato un immobile e le quote della società Fornace Maricello. Una storiaccia per Stefania, speranzosa che alla fine, in secondo grado, i giudici diano ragione a papà Salvatore, il quale continua a rigettare con forza l’accostamento ai clan di Lamezia benché gli inquirenti definiscano «strutturale» la contiguità del suocero del parlamentare alle cosche del territorio. I rapporti tra Furgiuele e la famiglia Mazzei vanno oltre la semplice parentela. Per capirlo meglio è necessario tornare al febbraio corso, quando L’Espresso pubblica l’inchiesta dal titolo “Legami pericolosi”. Si raccontava, tra le altre cose, di quando nell’estate 2012 tre killer di ndrangheta, subito dopo aver commesso un omicidio, furono ospiti nell’hotel della famiglia Mazzei. Ospiti non paganti, perché il pernottamento fu offerto da Furgiuele in persona. Il deputato leghista era ignaro che quelli fossero dei sicari: si era idato di un amico, ha assicurato. Di certo l’hotel era lo stesso dove tre anni dopo si recherà Salvini per annunciare lo sbarco della Lega in Calabria.

E a distanza di un anno dalla visita del leader, anche la società che gestisce l’albergo è inita nell’elenco dei beni sequestrati dall’antimafia a Mazzei. Tutta acqua passata? Furgiuele ha deciso di ridurre al minimo i suoi legami pericolosi da quando è diventato onorevole? Non proprio. Fino a maggio scorso il deputato leghista era azionista di un’azienda di ingegneria, la Terina, sede legale a Lamezia. Due mesi dopo l’elezione in Parlamento, il segretario della Lega in Calabria ha lasciato ogni carica e ha trasferito le sue quote. L’obiettivo non era però quello di evitare possibili conlitti d’interesse. Il controllo dell’azienda è infatti passato nelle mani del figlio di Salvatore Mazzei, Armando. Non proprio una scelta lungimirante, visto che anche quest’ultimo era interessato dal sequestro dell’antimafia. Sulla pagina Facebook del parlamentare una foto li ritrae insieme a cena, subito dopo le elezioni. Armando Mazzei e Domenico Furgiuele sorridenti. E un commento: «Alla conquista di Roma».

 

Tutte le bugie di Matteo sui soldi

G.Tiz. e S.V. «QUEI SOLDI NON ci sono, non li ho mai visti. Possono sequestrarmi la camicia, le scarpe, il telefonino, i cappellini, le spillette». Così ha risposto martedì scorso Salvini a chi gli chiedeva dei 48,9 milioni di euro frutto della truffa leghista. Soldi pubblici, che dunque dovrebbero tornare allo Stato, ma che inora la magistratura non è riuscita a sequestrare se non in minima parte (3,1 milioni). Questo perché sui conti della Lega non c’è più niente, ripete da mesi Salvini. Come dire: mi dispiace, cari magistrati e cittadini truffati da Bossi, ma siamo un partito con tanti voti e pochi soldi. Dai bilanci appena pubblicati emerge però una realtà un po’ diversa da quella descritta dal ministro dell’Interno. E pure dal tesoriere leghista Giulio Centemero, che ha risposto alla sentenza della Cassazione (cercare «ovunque» e «presso chiunque» i milioni della truffa) affermando che sui conti del partito alla ine del 2017 c’erano solo 41 mila euro. Centemero è un esperto commercialista. È stato proprio lui qualche anno fa a decidere di dotare ogni sezione regionale del partito di un proprio codice iscale, e dunque di autonomia patrimoniale. Che questo sia stato fatto per mettere al riparo dal possibile sequestro i denari leghisti dovrà essere stabilito dai magistrati, i quali intanto stanno continuando la caccia al tesoro in Italia e Lussemburgo. Di sicuro Centemero non dice la piena verità quando cita i 41 mila euro in cassa.

Sommando la liquidità del partito nazionale a quella delle varie sezioni regionali, si giunge infatti a un totale di 1,9 milioni di euro. Non proprio il valore di una manciata di cappellini e qualche spilletta. Ma a smentire la tesi di una Lega poverissima non c’è solo questo. Ci sono i denari dell’associazione Più Voci, la porta girevole creata da Centemero quando l’inchiesta per truffa era già avviata. I 3,5 milioni incassati dal partito quest’anno grazie alle donazioni dei suoi parlamentari. E un patrimonio immobiliare che la Lega stessa valuta 7,1 milioni di euro. Insomma, se Salvini volesse proprio restituire agli amati italiani i soldi truffati, o almeno una parte, potrebbe farlo subito. I bilanci aiutano anche a capire la strategia scelta per evitare il sequestro. Nel 2015, con Salvini segretario, il patrimonio netto della Lega nazionale passa infatti da 13,1 milioni dell’anno precedente a 6,7 milioni. Motivo: la liquidità è stata trasferita alle sezioni locali. Una partita di giro proseguita anche negli anni successivi. Resta poi da chiarire la polemica sulle responsabilità del leader sovranista nella truffa firmata Bossi-Belsito. «Non ho mai visto i 49 milioni», continua a ripetere Salvini. Falso. I documenti rivelati per la prima volta da L’Espresso nell’ottobre 2017 dimostrano un fatto: sia Roberto Maroni che l’attuale vicepremier hanno usato i soldi della truffa. E lo hanno fatto ino a quattro anni fa, quando per quel reato Bossi e Belsito erano già stati rinviati a giudizio.

L’Espresso ha anche pubblicato in esclusiva una lettera del 29 ottobre 2014, ricevuta da Salvini e Centemero, in cui lo storico avvocato di Bossi, Matteo Brigandì, suggeriva ai nuovi vertici leghisti di non usare i soldi della truffa depositati sul conto. Perché, spiegava Brigandì, se lo avessero fatto avrebbero commesso il reato di ricettazione. La conferma, dunque, che il ministro da almeno quattro anni è a conoscenza dell’origine crminale di quel denaro. E del rischio che avrebbe corso usandolo.

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