Cosa fa il boss in via Fani? Sparita e poi riapparsa la foto di un capo ndrangheta può riaprire il caso

Pao­lo Bion­da­ni L'Espresso ROMA – Il miste­ro di una foto. Scat­ta­ta in via Fani il 16 mar­zo 1978, poco dopo il seque­stro di Aldo Moro e l’eccidio del­la scor­ta. Un’immagine scom­par­sa dal palaz­zo di giu­sti­zia di Roma. E ritro­va­ta in copia a Peru­gia. Una foto che potreb­be dare un vol­to e un nome a uno dei col­pe­vo­li che da 40 anni resta­no impu­ni­ti. E riscri­ve­re uno dei capi­to­li più tra­gi­ci del­la nostra sto­ria. Per­ché l’uomo del­la foto non è uno dei bri­ga­ti­sti già iden­tii­ca­ti e con­dan­na­ti: asso­mi­glia ter­ri­bil­men­te a un maio­so del­la ndran­ghe­ta. Un boss di alto ran­go, che scam­bia­va favo­ri spor­chi con un mili­ta­re dei ser­vi­zi segre­ti. Una foto col­le­ga­ta ad altri miste­ri: la pre­sen­za in via Fani di due sco­no­sciu­ti, in moto, arma­ti di alme­no un mitra che ha spa­ra­to. E il recen­te ritro­va­men­to in Cala­bria di due mitra­gliet­te skor­pion, che i boss più poten­ti del­la ndran­ghe­ta col­le­ga­va­no pro­prio al caso Moro. Tut­to par­te dal­la sto­ria del­la moto, che è con­fer­ma­ta anche dagli stu­dio­si più scet­ti­ci. Vla­di­mi­ro Sat­ta è uno sto­ri­co che ha fir­ma­to vari sag­gi per smon­ta­re «i fal­si miste­ri del caso Moro». Sen­ti­to dall’ultima com­mis­sio­ne par­la­men­ta­re d’inchiesta, ha ricon­fer­ma­to la sua con­clu­sio­ne: «Moro è sta­to seque­stra­to e ucci­so dal­le Bri­ga­te Ros­se di Mario Moret­ti, che non era­no ete­ro-diret­te».

Le tan­te die­tro­lo­gie di que­sti anni, ha aggiun­to però lo stu­dio­so, han­no distol­to l’attenzione dall’unico vero miste­ro, che «meri­ta di esse­re appro­fon­di­to»: la «que­stio­ne del­la moto Hon­da». Di cosa si trat­ti lo ha spie­ga­to ai par­la­men­ta­ri il pm roma­no Anto­nio Mari­ni: «Un cit­ta­di­no mio omo­ni­mo, Ales­san­dro Mari­ni, che nel momen­to dell’agguato si tro­va­va sul suo moto­ri­no all’incrocio di via Fani, ha visto pas­sa­re una moto Hon­da di gros­sa cilin­dra­ta, da cui sono sta­ti esplo­si alcu­ni col­pi con­tro di lui». Il magi­stra­to roma­no sot­to­li­nea che la pre­sen­za del­la moto in via Fani «non è un’ipotesi, ma un fat­to accer­ta­to con sen­ten­za dei­ni­ti­va: «i bri­ga­ti­sti sono sta­ti con­dan­na­ti in tut­ti i gra­di di giu­di­zio anche per il ten­ta­to omi­ci­dio di Ales­san­dro Mari­ni». In con­cor­so con gli igno­ti moto­ci­cli­sti. La «moto Hon­da di colo­re blu» è sta­ta vista da altri tre testi­mo­ni ocu­la­ri, sem­pre accan­to a due soli bri­ga­ti­sti (poi con­dan­na­ti). Un teste ha nota­to anche «il cal­cio di un mitra». Il kil­ler che ha spa­ra­to, «quel­lo sedu­to die­tro», impu­gna­va «una mitra­gliet­ta di pic­co­le dimen­sio­ni» ed era «coper­to da un pas­sa­mon­ta­gna scu­ro». Per cui avreb­be potu­to tor­na­re sen­za pro­ble­mi a goder­si la sce­na in via Fani. I bri­ga­ti­sti del com­man­do han­no sem­pre smen­ti­to la pre­sen­za di qual­sia­si moto, riven­di­can­do di aver fat­to «tut­to da soli». Sul caso Moro però i ter­ro­ri­sti ros­si, dis­so­cia­ti com­pre­si, han­no ofer­to nel tem­po solo veri­tà par­zia­li, aggiu­sta­te dopo la sco­per­ta e le suc­ces­si­ve con­dan­ne di altri com­pli­ci, come Ales­sio Casi­mir­ri o il car­ce­rie­re Ger­ma­no Mac­ca­ri. Le pri­me inda­gi­ni sul­la moto, quin­di, seguo­no l’ipotesi più logi­ca: altri due bri­ga­ti­sti anco­ra igno­ti. Ma la pista ros­sa por­ta solo a due ex auto­no­mi, rico­no­sciu­ti total­men­te estra­nei al caso Moro.

Il pri­mo a par­la­re di com­pli­ci ester­ni è un super pen­ti­to del­la ndran­ghe­ta, Save­rio Mora­bi­to, arre­sta­to in Lom­bar­dia nei pri­mi anni ’90. Le sue con­fes­sio­ni han­no per­mes­so al pm mila­ne­se Alber­to Nobi­li e alla Dire­zio­ne inve­sti­ga­ti­va anti­ma­ia di otte­ne­re più di cen­to con­dan­ne nel maxi-pro­ces­so Nord-Sud. Mora­bi­to, giu­di­ca­to nel­le sen­ten­za «di asso­lu­ta atten­di­bi­li­tà», rive­la che un maio­so impor­tan­te, Anto­nio Nir­ta, nato a San Luca l’8 luglio 1946, negli anni ’70 ave­va lega­mi incon­fes­sa­bi­li con un cara­bi­nie­re di ori­gi­ne cala­bre­se, Fran­ce­sco Deli­no, poi diven­ta­to gene­ra­le dei ser­vi­zi. Il pen­ti­to ne par­la con pau­ra e aggiun­ge che il suo capo, Dome­ni­co Papa­lia, gli rive­lò che «Nir­ta fu uno degli ese­cu­to­ri mate­ria­li del seque­stro Moro»: un segre­to di maia con­fer­ma­to­gli anche dal boss Fran­ce­sco Ser­gi. Il pm Nobi­li tra­smet­te il ver­ba­le al col­le­ga Mari­ni, che ria­pre l’indagine sui due in moto. E ria­scol­ta una tele­fo­na­ta inter­cet­ta­ta duran­te il seque­stro Moro. Un nastro del 1978, ma tenu­to segre­to fino al 1982. Un par­la­men­ta­re cala­bre­se del­la Dc, Beni­to Cazo­ra, impe­gna­to come tan­ti a cer­ca­re il covo bri­ga­ti­sta, spie­ga al segre­ta­rio di Moro che la ndran­ghe­ta può aiu­ta­re, ma vuo­le qual­co­sa in cam­bio: «Quel­li giù, dal­la Cala­bria» chie­do­no di «far spa­ri­re una foto del 16 mar­zo, pre­sa lì sul posto», per­ché si vede «uno di loro… un per­so­nag­gio noto a loro». L’inchiesta accer­ta che la pro­fe­zia cala­bre­se si è avve­ra­ta. Un foto­gra­fo, Ghe­rar­do Nuc­ci, ha scat­ta­to nume­ro­se foto in via Fani subi­to dopo l’agguato. Il rul­li­no risul­ta con­se­gna­to all’allora pm roma­no Lucia­no Infe­li­si, ma non si tro­va più: è spa­ri­to.

A recu­pe­ra­re alcu­ne copie di quel­le foto, anni dopo, sono i magi­stra­ti di Peru­gia che inda­ga­no sull’omicidio del gior­na­li­sta Mino Peco­rel­li. Visto che «i cala­bre­si di giù» par­la­va­no di un’immagine pub­bli­ca­ta, le verii­che si con­cen­tra­no su una foto appar­sa su un quo­ti­dia­no del 17 mar­zo. È lo scat­to ripro­dot­to in que­ste pagi­ne. In via Fani, davan­ti al bar Oli­vet­ti e ai cor­pi del­le vit­ti­me, c’è un uomo che fuma una siga­ret­ta. Gia­co­mo Lau­ro, un altro gran­de pen­ti­to cala­bre­se, vede la foto e con­fer­ma: «È Anto­nio Nir­ta». La somi­glian­za è riscon­tra­ta anche da una peri­zia dei cara­bi­nie­ri del Racis. Per fare un con­fron­to, L’Espresso ha recu­pe­ra­to due foto segna­le­ti­che di Nir­ta del 1968 e del 1975. Tra il boss e l’uomo di via Fani coin­ci­do­no tut­ti i det­ta­gli visi­bi­li: capi­glia­tu­ra, for­ma del naso, orec­chio, occhi, soprac­ci­glia… Se non è lui, è un sosia. La pista del­la ndran­ghe­ta è accre­di­ta­ta anche dall’ex pro­cu­ra­to­re di Reg­gio Cala­bria, Fede­ri­co Cafie­ro De Raho, e dal suo aggiun­to Giu­sep­pe Lom­bar­do. Sen­ti­ti dal­la com­mis­sio­ne il 28 set­tem­bre scor­so, i due magi­stra­ti pre­met­to­no che la fami­glia Nir­ta “la mag­gio­re” fa par­te di «un livel­lo altis­si­mo del­la ndran­ghe­ta», una cupo­la segre­ta con refe­ren­ti nell’economia, poli­ti­ca e ser­vi­zi. E in que­sto qua­dro inse­ri­sco­no i lega­mi tra Anto­nio Nir­ta e il gene­ra­le Deli­no.

I pro­cu­ra­to­ri cala­bre­si aggiun­go­no che un armie­re impor­tan­te del­la ndran­ghe­ta, quan­do si è pen­ti­to, ha fat­to ritro­va­re un arse­na­le mici­dia­le, con due armi spe­cia­li. Due «mitra­gliet­te tipo skor­pion» che un boss poten­tis­si­mo gli die­de da «custo­di­re con par­ti­co­la­re cura e atten­zio­ne, per­ché sono simi­li a quel­le usa­te per Moro». Dicen­do «simi­li», sot­to­li­nea­no i pm, il pen­ti­to e il suo boss non par­la­no del­le armi usa­te dai bri­ga­ti­sti, ma le col­le­ga­no comun­que al caso Moro. I due in moto, secon­do i testi­mo­ni, non era­no del com­man­do: face­va­no da coper­tu­ra ester­na ai ter­ro­ri­sti. A tutt’oggi solo un ex bri­ga­ti­sta, Rai­mon­do Etro, ha par­la­to del­la moto. Etro non era in via Fani, ma dopo l’agguato ha rice­vu­to le armi in custo­dia da Ales­sio Casi­mir­ri. Men­tre glie­le con­se­gna­va, pro­prio Casi­mir­ri gli par­lò di «due in moto», non pre­vi­sti da altri bri­ga­ti­sti, tan­to da dei­nir­li «due cre­ti­ni». Al pro­ces­so Moro, quan­do si sco­prì un viag­gio di Mario Moret­ti a Reg­gio Cala­bria, altri bri­ga­ti­sti rea­gi­ro­no con stu­po­re. Oltre al capo del­le Br, chi potreb­be cono­sce­re que­sti segre­ti è Casi­mir­ri, che però non è mai sta­to arre­sta­to ed è lati­tan­te dal 1982 in Nica­ra­gua. La com­mis­sio­ne Moro ha recu­pe­ra­to un docu­men­to del 1982 da cui risul­ta che fu fer­ma­to dai cara­bi­nie­ri, ma incre­di­bil­men­te rila­scia­to. Lo stes­so Etro, che era suo ami­co e scap­pò con lui, oggi sospet­ta una fuga favo­ri­ta dai ser­vi­zi. Anto­nio Nir­ta, inter­vi­sta­to dall’autore di que­sto arti­co­lo duran­te un pro­ces­so, non ha mai ammes­so nul­la, ma ha rispo­sto con una fra­se allu­si­va: «Cosa vole­te da noi? In Ita­lia coman­da­no gli ame­ri­ca­ni». Deli­no, che dopo il caso Moro lavo­rò alla Nato e poi a New York, era sopran­no­mi­na­to «l’americano». Pur­trop­po il gene­ra­le è mor­to il 2 set­tem­bre 2014, por­tan­do con sé tut­ti i suoi segre­ti.

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