Dal 26 marzo nei cinema "La terra dei santi" un film del calabrese Fernando Muraca. "Solo le donne potranno sconfiggere la ndrangheta"

ROMA – Solo le don­ne pos­so­no scon­fig­ge­re la ndran­ghe­ta. È la tesi de La ter­ra dei san­ti, ope­ra pri­ma del cala­bre­se doc Fer­nan­do Mura­ca, in sala con Asap dal 26 mar­zo. Il film, trat­to dal libro di Moni­ca Zap­pel­li 'Il cie­lo a metà' (Bal­di­ni & Castol­di), co-sce­neg­gia­tri­ce insie­me a Mura­ca, rac­con­ta di come l'omertà del­le don­ne di mafia ven­ga meno di fron­te a prov­ve­di­men­ti lega­li che tol­go­no loro l'affidamento dei figli spes­so desti­na­ti a un desti­no di gale­ra e mor­te. Pro­ta­go­ni­sta di que­sta lot­ta, Vit­to­ria (Vale­ria Sola­ri­no) magi­stra­to a Lame­zia Ter­me. Una don­na tut­ta d'un pez­zo che si ritro­va a con­fron­tar­si con mafio­se come Assun­ta (Anto­nia Danie­la Mar­ra), alla qua­le han­no ucci­so il mari­to e che si tro­va costret­ta, sem­pre per le rego­le arcai­che del­la mala­vi­ta, a spo­sa­re il cogna­to Nan­do (Fran­ce­sco Colel­la).

Nel­la sto­ria rac­con­ta­ta nel film anche Cate­ri­na (Loren­za Indo­vi­na), sorel­la mag­gio­re di Assun­ta, che con­trol­la gli affa­ri di fami­glia, men­tre suo mari­to, il boss Alfre­do Raso (Tom­ma­so Ragno), è lati­tan­te. Fare la volon­tà di Alfre­do e, in fon­do, anche del­la sorel­la, è l'unico modo che Assun­ta ha per pro­teg­ge­re, come fareb­be qual­sia­si madre, i suoi due figli: il pic­co­lo Fran­ce­schi­no e l'adolescente Giu­sep­pe, che ha già voglia di pisto­la. Alfre­do, infat­ti, apprez­za già la scal­trez­za di Giu­sep­pe, pron­to all'iniziazione. A spez­za­re que­sta strut­tu­ra mala­vi­to­sa arcai­ca pro­va però Vit­to­ria che sco­pre di poter appli­ca­re un'ordinanza che toglie alle mam­me mafio­se l'affidamento dei pro­pri figli, la patria pote­stà. E qual­co­sa, gra­zie a que­sta leg­ge, comin­cia a muo­ver­si. "Sono di Lame­zia Ter­me – dice il regi­sta oggi a Roma. E so bene che per le don­ne di mafia c'è una gran­de pos­si­bi­li­tà che i loro figli mori­ran­no gio­va­ni o fini­ran­no in gale­ra. Così abbia­mo pen­sa­to insie­me a Moni­ca Zap­pel­li che la rispo­sta potes­se arri­va­re pro­prio dal­le don­ne".

"Per non par­la­re di ndran­ghe­ta nel­la soli­ta dimen­sio­ne di cro­na­ca, abbia­mo pen­sa­to al cine­ma e al suo lin­guag­gio uni­ver­sa­le – dice inve­ce Moni­ca Zap­pel­li. Le madri, da que­sto pun­to di vista, han­no un oriz­zon­te uni­co riguar­do ai figli, ma c'è sta­to un prov­ve­di­men­to del­la pro­cu­ra di Reg­gio Cala­bria che ha crea­to un pre­ce­den­te inte­res­san­te, toglien­do appun­to l'affidamento alle madri mafio­se, che ha cam­bia­to un po' le car­te in tavo­la. Dal­le don­ne così potreb­be arri­va­re una rivo­lu­zio­ne, per­ché quan­do è a rischio il desti­no anche dell'ultimo figlio maschio, nasce la voglia di sal­va­re, pro­teg­ge­re". "La cosa più dif­fi­ci­le è sta­ta quel­la di entra­re den­tro la testa di que­sto magi­stra­to – sot­to­li­nea la Sola­ri­no -. Mi pia­ce­va poi che nel film si par­las­se di don­ne di mafia e di scar­di­na­re il siste­ma dall'interno". Dal regi­sta, infi­ne, la spie­ga­zio­ne del tito­lo ("per i gre­ci-orto­dos­si la Cala­bria era una ter­ra pie­na di mona­ste­ri e di san­ti") e anche una pro­te­sta: "Que­sto film non è sta­to volu­to dal­la Cala­bria, non ci han­no affat­to aiu­ta­to. Così lo abbia­mo gira­to in Puglia e gra­zie alla sua Film Com­mis­sion che inve­ce l'ha dav­ve­ro soste­nu­to".