Estradato dall'Argentina Pantaleone Mancuso, narcotrafficante di Limbadi

FIUMICINO – Pan­ta­leo­ne Man­cu­so, 53 anni, det­to Zio Luni "L'ingegnere", espo­nen­te di spic­co dei Man­cu­so, una ndri­na di Lim­ba­di e Nico­te­ra che ope­ra nel set­to­re del traf­fi­co inter­na­zio­na­le di sostan­ze stu­pe­fa­cen­ti e con­si­de­ra­ta dagli orga­ni inve­sti­ga­ti­vi come la cosca più poten­te del­la Cala­bria sita ed ope­ran­te in pro­vin­cia di Vibo Valen­tia, è sta­to estra­da­to que­sta mat­ti­na a Roma da Bue­nos Aires. 

Accu­sa­to di dupli­ce ten­ta­to omi­ci­dio e asso­cia­zio­ne mafio­sa, il boss era sta­to arre­sta­to in lati­tan­za lo scor­so ago­sto a Puer­to Igna­zù, in Argen­ti­na, men­tre sta­va cer­can­do di oltre­pas­sa­re il con­fi­ne con il Bra­si­le a bor­do di un pull­man. Ad accom­pa­gna­re Man­cu­so in Ita­lia con un volo di linea dell'Alitalia par­ti­to da Bue­nos Aires ed atter­ra­to que­sta mat­ti­na a Fiu­mi­ci­no, fun­zio­na­ri dell'Interpol. Le manet­te ai pol­si, un giac­co­ne lun­go indos­sa­to sopra una tuta di colo­re azzur­ro, il boss, dopo il foto segna­la­men­to e la noti­fi­ca dell'arresto avve­nu­ta negli uffi­ci del­la Poli­zia Giu­di­zia­ria del Leo­nar­do da Vin­ci, ha quin­di lascia­to lo sca­lo con un cel­lu­la­re del­la Poli­zia Peni­ten­zia­ria ed è sta­to con­dot­to nel car­ce­re roma­no di Rebib­bia.

Pan­ta­leo­ne Man­cu­so era ricer­ca­to dal­lo scor­so apri­le, quan­do nei suoi con­fron­ti era scat­ta­to il fer­mo indi­zia­rio per il ten­ta­to omi­ci­dio ai dan­ni di Roma­na Man­cu­so e del figlio Gio­van­ni Riz­zo (rispet­ti­va­men­te sua zia e cugi­no). Il boss, det­to "l'ingegnere", e il figlio Giu­sep­pe sareb­be­ro i kil­ler che il 26 mag­gio del 2008 ridus­se­ro in fin di vita le due vit­ti­me per met­te­re fine ad una serie di dis­si­di nati all'interno del­la stes­sa "fami­glia". Fat­ti, que­sti, rico­strui­ti dagli inqui­ren­ti attra­ver­so al testi­mo­nian­za di Ewe­li­na Pytlarz, ex moglie di un altro cugi­no di Pan­ta­leo­ne, che da tem­po col­la­bo­ra con i magi­stra­ti. L'agguato avven­ne nel­la cam­pa­gna vibo­ne­se dove le vit­ti­me furo­no tro­va­te anco­ra vive, ma mas­sa­cra­te a col­pi di Ak47 e pisto­la. Cara­bi­nie­ri e poli­ziot­ti tro­va­ro­no sul ter­re­no 26 bos­so­li 7.62, 7 bos­so­li 9x9 e 2 ogi­ve defor­ma­te. Muni­zio­ni com­pa­ti­bi­li con armi cali­bro 9 e con i kala­sh­ni­kov. Il suc­ces­si­vo ritro­va­men­to di una pisto­la 9x21 con un col­po in can­na, di un ser­ba­to­io per Ak 47 e di una pisto­la Wal­ther 7.65 con matri­co­la pun­zo­na­ta, orien­ta­ro­no i sospet­ti su "l'ingegnere" e sul figlio, entram­bi irre­pe­ri­bi­li.

Giu­sep­pe si rife­ce vivo solo die­ci gior­ni dopo il ten­ta­to omi­ci­dio, il padre inve­ce dopo 29 gior­ni. For­ni­ro­no ver­sio­ni che gli inqui­ren­ti riten­ne­ro inve­ro­si­mi­li, ma le pro­ve a loro cari­co non era­no suf­fi­cien­ti per un'incriminazione imme­dia­ta. Ad apri­le scor­so, la testi­mo­ne di giu­sti­zia ha inve­ce con­sen­ti­to di ria­pri­re il caso. Nel frat­tem­po Giu­sep­pe Man­cu­so era fini­to in car­ce­re nell'ambito dell'inchiesta del­la Dda di Mila­no "Gril­lo par­lan­te 2", men­tre il padre si era dato alla mac­chia. Quan­do lo scor­so ago­sto è sta­to arre­sta­to a Puer­to Igna­zù, in Argen­ti­na, "l'ingegnere", secon­do gli inqui­ren­ti, si sta­va pro­ba­bil­men­te andan­do in Pata­go­nia dove la "fami­glia" è pro­prie­ta­ria di alcu­ni pos­se­di­men­ti.