Il magistrato Bruno Giordano: «Caporalato, poche denunce ma processi in aumento»

Anto­nio Maria Mira Avvenire.it «LA LEGGE sul capo­ra­la­to appro­va­ta nell’ottobre 2016 sta fun­zio­nan­do. Pri­ma i pro­ces­si per que­sto rea­to era­no sta­ti solo una tren­ti­na in tut­ta Ita­lia. Oggi inve­ce sono cen­ti­na­ia in varie pro­cu­re dal Nord al Sud. Inol­tre que­sta leg­ge sta per­met­ten­do di attac­ca­re tut­te quel­le con­di­zio­ni che ledo­no la digni­tà del lavo­ra­to­re, i dirit­ti socia­li, sin­da­ca­li e del­la sicu­rez­za». Ne è con­vin­to Bru­no Gior­da­no, magi­stra­to di Cas­sa­zio­ne, pro­fes­so­re alla Sta­ta­le di Mila­no ed ex con­su­len­te del­la Com­mis­sio­ne par­la­men­ta­re d’inchiesta sul­la sicu­rez­za del lavo­ro. E tra gli esper­ti ascol­ta­ti nel­la ste­su­ra del­la leg­ge.

«L’applicazione in que­sto anno e mez­zo – ci spie­ga – ha dimo­stra­to che lo sfrut­ta­men­to del lavo­ro va da Nord al Sud e non solo in agri­col­tu­ra. È un rea­to pre­sen­te in edi­li­zia, nel set­to­re metal­mec­ca­ni­co, nei can­tie­ri nava­li, nei ser­vi­zi, come gli appal­ti di puli­zia, di tra­spor­to, spes­so attra­ver­so coo­pe­ra­ti­ve. Si sca­ri­ca ver­so il bas­so il rispar­mio dei costi facen­do­lo paga­re a chi deve lavo­ra­re per pochi euro e con pochi dirit­ti». La sua è un’analisi mol­to dura. «Il capo­ra­la­to è un pro­fi­lo cri­mi­na­le. Non pos­sia­mo par­la­re di un feno­me­no per­ché feno­me­no è ciò che non si può spie­ga­re men­tre qui si può spie­ga­re tut­to benis­si­mo». Ora, insi­ste il magi­stra­to, «la leg­ge per­met­te di puni­re non solo il capo­ra­le ma anche il dato­re di lavo­ro. E non incri­mi­na sol­tan­to le per­so­ne fisi­che, ma anche le impre­se per­ché sta­bi­li­sce la loro respon­sa­bi­li­tà pena­le diret­ta».

È «un vero e pro­prio accer­chia­men­to», lo defi­ni­sce Gior­da­no, «non solo con l’incriminazione pena­le, ma anche col seque­stro e la con­fi­sca del­le azien­de e di tut­to il patri­mo­nio dell’imprenditore». Per evi­ta­re poi «il ricat­to occu­pa­zio­na­le», è pre­vi­sta «la nomi­na da par­te del giu­di­ce di un con­trol­lo­re giu­di­zia­rio per con­sen­ti­re il man­te­ni­men­to del patri­mo­nio dell’azienda e il livel­lo occu­pa­zio­na­le». E que­sto è mol­to impor- tan­te per­ché «il lavo­ra­to­re è il pri­mo 'com­pli­ce' del suo sfrut­ta­men­to per non per­de­re il lavo­ro. Sono raris­si­mi i casi in cui ci si ribel­la. Così le denun­ce sono mol­to rare».

Anche per­ché gli impren­di­to­ri diso­ne­sti in que­sti mesi han­no pre­so le con­tro­mi­su­re, truc­chi per aggi­ra­re la nor­ma. «Oggi è dif­fu­sis­si­mo, anzi ormai è la rego­la, non ave­re dei lavo­ra­to­ri in nero ma in gri­gio, cioè for­mal­men­te assun­ti, che han­no una busta paga rego­la­re ma per un nume­ro di ore di gran lun­ga infe­rio­re a quel­le effet­ti­ve. Il resto vie­ne paga­to a nero oppu­re rego­lar­men­te ma il lavo­ra­to­re deve resti­tuir­ne una par­te. E così si crea­no dei fon­di neri. In caso di con­trol­lo il lavo­ra­to­re, pur­trop­po, non ha nes­sun inte­res­se a dichia­ra­re agli ispet­to­ri che risul­ta lavo­ra­re due ore al gior­no men­tre in real­tà ne fa die­ci. E l’ispettore guar­da caso l’ha tro­va­to pro­prio nel­le due ore in cui lavo­ra…».

Non basta, dun­que, la pur otti­ma leg­ge. «Non ser­vo­no più con­trol­li, quan­to più coor­di­na­men­to. Sono sta­ti affi­da­ti all’Ispettorato nazio­na­le del lavo­ro che avreb­be dovu­to riu­ni­re gli ispet­to­ri dell’Inps, dell’Inail e del Mini­ste­ro del Lavo­ro, facen­do con­trol­li incro­cia­ti, ma non sta decol­lan­do». Piut­to­sto, sot­to­li­nea il magi­stra­to, «è dimo­stra­to che solo un’attività mas­sic­cia di poli­zia può sco­pri­re que­sti rea­ti. Quan­do devi entra­re in un can­tie­re edi­le non basta­no due ispet­to­ri e così in un’azienda agri­co­la di deci­ne di etta­ri. I lavo­ra­to­ri scap­pa­no dall’altra par­te. Ho coor­di­na­to un bli­tz per con­to del­la Com­mis­sio­ne in un’azienda agri­co­la pon­ti­na, ma sia­mo anda­ti con 40 cara­bi­nie­ri».

Gior­da­no è ori­gi­na­rio di Vit­to­ria, pro­prio la zona che Avve­ni­re ha rac­con­ta­to nei gior­ni scor­si. «Lo sfrut­ta­men­to dei lavo­ra­to­ri extra­co­mu­ni­ta­ri e comu­ni­ta­ri, come i rome­ni, ha favo­ri­to anche quel­lo degli ita­lia­ni. Il brac­cian­te sici­lia­no si deve ade­gua­re a quel tipo di paga, total­men­te ille­ci­ta, frut­to anche di un mer­ca­to agri­co­lo che subi­sce la for­te con­cor­ren­za dal nord Afri­ca e dal­la Cina, con un crol­lo del prez­zo che spin­ge il dato­re di lavo­ro ad abbat­te­re in pri­mo luo­go i costi dei sala­ri». La mafia «ha altri inte­res­si eco­no­mi­ci, non si basa sul­lo sfrut­ta­men­to del migran­te. Sono inve­ce inte­res­sa­ti al mer­ca­to orto­frut­ti­co­lo, soprat­tut­to all’indotto, tra­spor­ti e imbal­lag­gi. Non è un caso che gli atten­ta­ti incen­dia­ri degli ulti­mi mesi han­no col­pi­to que­ste azien­de». Ma il capo­ra­la­to è uti­le per altri fini, per­ché «lo sfrut­ta­men­to del lavo­ro com­por­ta non solo la cono­scen­za e il con­trol­lo del­le per­so­ne, ma anche del ter­ri­to­rio. E con­trol­la­re le per­so­ne e il ter­ri­to­rio è il Dna del­la mafia».

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