IL MARTIRE SOUMAYLA SACKO E NOI di Giuliano Ferrara

Giu­lia­no Fer­ra­ra, il Foglio È DIFFICILE SCRIVERE di Sou­may­la Sac­ko. Mar­ti­re per­ché nero, ucci­so da un bian­co. Mar­ti­re per­ché sin­da­ca­li­sta, difen­so­re dei mise­ra­bi­li di San Fer­di­nan­do, dal­le par­ti di Rosar­no e Gio­ia Tau­ro. Mar­ti­re spe­cia­le per­ché abbat­tu­to come un cin­ghia­le a San Calo­ge­ro, e San Calo­ge­ro in Agri­gen­to è raf­fi­gu­ra­to nero, il san­to ere­mi­ta nero, sta­tua bel­la e neris­si­ma come quel­le del­le Madon­ne Nere di Tin­da­ri o Sara­goz­za, que­sta una del­le leg­gen­de agio­gra­fi­che. Mar­ti­re per­ché ladro di fer­ra­glia puni­to con la mor­te. Mar­ti­re per­ché la fer­ra­glia era un rima­su­glio di una cava di ladri che ave­va­no inqui­na­to la ter­ra, seque­stra­ta da anni, per­ché non era un ladro ma un malia­no che vole­va eri­ge­re una barac­ca che non bru­cias­se e non ardes­se, come quel­la in cui era com­bu­sta una com­pa­gna di immi­gra­zio­ne e d’avventura dei mise­ra­bi­li di San Fer­di­nan­do. Mar­ti­re tra­gi­ca­men­te sim­bo­li­co per­ché ucci­so men­tre un ragaz­zot­to lom­bar­do che fa il super­po­li­ziot­to disin­vol­to all’Interno pre­di­ca­va con bru­ta­li­tà ideo­lo­gi­ca con­tro la “pac­chia” degli immi­gra­ti, che con lui al coman­do ora è fini­ta. Mar­ti­re per­ché le auto­ri­tà se ne sono sta­te zit­te, il nuo­vo pote­re sa esse­re riser­va­to quan­do vuo­le, quan­do deve. Mar­ti­re come i capo-lega dei brac­cian­ti di una vol­ta, nemi­ci di mafie, padro­ni e loro pro­tet­to­ri, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Maca­lu­so. Mar­ti­re per­ché muni­to di rego­la­re per­mes­so di sog­gior­no e di lavo­ro, anche se non c’entra. Per­ché i suoi, e lui pri­ma di mori­re, gua­da­gna­no tre euro l’ora a rac­co­glie­re pro­dot­ti nel cal­do che nes­sun ita­lia­no, padro­ne in casa sua, rac­co­glie­reb­be mai, ormai. Per­ché ave­va poco meno di trent’anni, e gli occhi lucen­ti di nero acce­so e una bam­bi­na di cin­que.

Pren­di­la dove ti pare, que­sta sto­ria sa di mar­ti­rio. Dun­que è dif­fi­ci­le rac­con­ta­re la cro­na­ca di un assas­si­nio a fred­do e di una mor­te anco­ra cal­da. E’ la testi­mo­nian­za di tem­pi spie­ta­ti in Afri­ca, nel mez­zo­gior­no d’Italia, in Euro­pa occi­den­ta­le, nel mon­do. Ci sono luo­ghi in cui la moder­ni­tà e il capi­ta­li­smo come rap­por­to socia­le di pro­du­zio­ne rego­la­to dall’interesse orga­niz­za­to di padro­ni dei mez­zi di pro­du­zio­ne e lavo­ra­to­ri, dal­le leg­gi, dal­la idea rego­la­ti­va del benes­se­re mini­mo per tut­ti, allog­gio, igie­ne, con­trat­to, dirit­ti, ripo­so, sono una chi­me­ra, la pac­chia che non c’è. E la mag­gio­ran­za di noi, cia­scu­no nel suo tinel­lo o nel suo salot­to, in con­di­zio­ni di con­for­to mate­ria­le diver­se, con for­ma­zio­ne e idee diver­se, pren­de per sé la col­pa e lascia ai Sou­may­la Sac­ko la puni­zio­ne. E’ un fat­to reli­gio­so: Nie­tzsche, che par­la­va male di Cri­sto, dice­va appun­to che si era pre­so la puni­zio­ne e ci ave­va lascia­to la col­pa, men­tre avreb­be dovu­to fare l’inverso, se dav­ve­ro vole­va redi­mer­ci.

E’ dif­fi­ci­le par­la­re di una vit­ti­ma asso­lu­ta del male asso­lu­to sen­za com­pia­ci­men­to, sen­za sot­to­met­ter­si alla cate­na sim­bo­li­ca del bene faci­le, a buon prez­zo, un’ora di pen­ti­men­to o con­tri­zio­ne a tre euro. Quel gio­va­ne uomo nero meri­ta­va di vive­re, di sof­fri­re, di ele­va­re la sua con­di­zio­ne, mostra­re vita­li­tà per­so­na­le e talen­ti, alle­va­re la discen­den­za, ama­re, esse­re ama­to, esse­re pro­tet­to, pro­teg­ge­re, cre­sce­re e poi mori­re come tut­ti vor­reb­be­ro, con con­sa­pe­vo­lez­za (mori­re sì/non esse­re aggre­di­ti dal­la mor­te – scri­ve­va Vin­cen­zo Car­da­rel­li, un poe­ta che ave­va sem­pre fred­do). Quel gio­va­ne uomo nero era tra colo­ro che paga­no, e dura­men­te lavo­ran­do, le pen­sio­ni degli ita­lia­ni vec­chi che han­no dura­men­te lavo­ra­to (pri­ma gli ita­lia­ni), e di tan­ti altri vec­chi ita­lia­ni mar­pio­ni che non si arram­pi­che­reb­be­ro per quat­tro pia­ni allo sco­po di sal­va­re un bam­bi­no appe­so come ha fat­to il malia­no sans-papiers Gas­sa­ma a Pari­gi, lui che ora fa il pom­pie­re ed è natu­ra­liz­za­to fran­ce­se (pri­ma i malia­ni).

Dif­fi­ci­le scri­ve­re, biso­gne­reb­be fare, atti­var­si, esser­ci, se non si fos­se nel nove­ro dei mar­pio­ni che non si arram­pi­che­reb­be­ro ecce­te­ra. Lui è sta­to puni­to, noi sia­mo ine­vi­ta­bil­men­te col­pe­vo­li, anche quan­do la col­pa la attri­buia­mo, da posi­zio­ni popu­li­ste di destra e di sini­stra, all’establishment, al siste­ma, alle éli­te.

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