Vibo Valentia, davanti al Tribunale due sacerdoti. Per l’accusa sarebbero stati contingui alle cosche mafiose

VIBO VALENTIA  – "Ho provato ad aiutare questo mio nipote cercando qualche voto a Ricadi, non a Limbadi, dove risiedeva la figlia" di Pantaleone Mancuso, di 68 anni. E' quanto ha detto oggi, nel corso dell'udienza del processo Black Money, don Giovanni Saragò, parroco di Limbadi che, secondo l'accusa, avrebbe chiesto voti alla famiglia Mancuso per sostenere, alle elezioni comunali del 2011, il nipote Francesco.

Il religioso, 75 anni e che da 50 anni svolge la sua missione pastorale nel piccolo centro del Vibonese, ha ricordato la vicenda della candidatura a sindaco di Ricadi con una lista civica del congiunto, Francesco Saragò, evidenziando, poi, rispondendo alla domanda se conoscesse o meno Pantaleone Mancuso e la moglie Domenica Torre, che la "parrocchia è come una strada e io cammino per le strade e conosco tutti". Il pm Marisa Manzini ed i giudici del Tribunale hanno chiesto al teste di essere più preciso ricevendo una risposta affermativa: "Ho provato ad aiutare questo mio nipote cercando qualche voto ma non a Limbadi, a Ricadi, e può darsi che sia anche andato a casa sua". Il nipote del sacerdote non venne eletto sindaco ma consigliere comunale di minoranza al Comune di Ricadi poi sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2014 proprio a seguito dell'inchiesta Black Money.

"La firma è la mia ma non lessi il verbale il cui contenuto non corrisponde assolutamente alle mie dichiarazioni". Così padre Michele Cordiano, direttore della Fondazione "Cuore immacolato di Maria Rifugio delle Anime" ha ribadito quanto già affermato in precedenza in merito alle differenze tra quanto dichiarato alla Guardia di Finanza e quanto riportato nel documento nell'ambito di una inchiesta contro i presunti componenti del clan Mancuso di Limbadi. Dopo avere smentito il contenuto del verbale nel corso della passata udienza del processo "Black Money", ha ribadito la stessa cosa oggi, nella prosecuzione della sua deposizione, nell'aula bunker di Vibo Valentia dove era stato citato dal pm distrettuale Marisa Manzini per riferire sulle pressioni che Mancuso, secondo l'accusa, avrebbe fatto per agevolare la ditta Naso nella fornitura del calcestruzzo per la realizzazione dell'Auditorium voluto dalla mistica di Paravati Natuzza Evolo. Il religioso era stato sentito a verbale nel 2004 dai finanzieri del Gico di Trieste che, alla fine, aveva redatto un verbale nel quale era scritto che aveva assecondato il suggerimento di Pantaleone Mancuso, rivolgendosi ad un'impresa indicata dal boss. "Mi hanno detto – ha affermato oggi in aula padre Cordiano – che stavo firmando la circostanza che i finanzieri erano venuti a fare una visita ma smentisco categoricamente il contenuto di quel verbale che all'epoca non lessi e che, a seguito della lettura in udienza, non corrisponde a quanto dichiarai". Da qui, tra l'altro, l'intenzione manifestata dal religioso di presentare querela "verso chi ha riportato quelle cose, perché ho il dovere di difendermi, e lo farò. Eccome se lo farò". Padre Cordiano oggi ha ribadito di non aver "mai conosciuto Pantaleone Mancuso", aggiungendo di aver incontrato per la prima volta l'imprenditore Francesco Naso per la scelta del calcestruzzo quando l'impresa Mirarchi aveva iniziato i lavori.

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